La Camera dei fasci e delle corporazioni fu la camera bassa del Parlamento italiano dal 1939 al 1943, nella XXX legislatura, durante il periodo fascista.
Storia
Istituzione Sebbene la legge elettorale plebiscitaria del 1928 conservasse ancora una parvenza di consultazione popolare - richiedendo ai deputati nominati dal partito una simbolica approvazione degli elettori - la definitiva distruzione del sistema parlamentare si compì solo con la legge n. 129 del 19 gennaio 1939. Giunto al suo acme, il regime fascista eliminò definitivamente il principio elettivo con l'abolizione della Camera dei deputati, sostituendola con la Camera dei fasci e delle corporazioni. I suoi componenti vi accedevano ex officio, ossia in virtù delle specifiche cariche politico-amministrative rivestite all'interno degli organi del regime e limitatamente alla durata delle stesse. Questa riforma diede concreta attuazione all'ideologia fascista, che sostituiva alla rappresentanza politica di matrice liberale un modello di rappresentanza puramente corporativo. Tale architettura istituzionale garantì a Mussolini il controllo totale dell'assemblea: poiché il seggio parlamentare dipendeva esclusivamente dal mantenimento delle cariche gerarchiche nel partito o nelle corporazioni, al Capo del Governo bastava revocare tali incarichi per espellere immediatamente qualsiasi consigliere nazionale venisse meno all'assoluta obbedienza.
La nuova Camera perse ogni reale prerogativa legislativa, riducendosi a un mero organo consultivo subordinato alle decisioni dell'esecutivo. Si concludeva così la ventennale battaglia del fascismo contro le istituzioni parlamentari. Per salvare le apparenze e assecondare i dettami dello Statuto Albertino, i costituzionalisti del regime dovettero ricorrere ad ardite acrobazie giuridiche. Teorizzarono che la nuova Camera avesse ancora un carattere "rappresentativo", argomentando che la rappresentanza non dovesse necessariamente riflettere la volontà popolare, ma potesse limitarsi a tutelare degli "interessi" e che potesse essere imposta per legge a un popolo considerato, di fatto, come un soggetto incapace di mandato volontario.
Mentre durante la XXX legislatura i lavori si svolsero in modo relativamente serio e proficuo solo all'interno delle "commissioni legislative" a porte chiuse, le assemblee plenarie assunsero un tono teatrale e militaresco. Le sedute pubbliche erano scandite da manifestazioni di consenso a comando e dai rimbrotti del Presidente, che gestiva l'aula come una scolaresca irreggimentata, giungendo a rimproverare solennemente i consiglieri ritardatari. Il sipario sulle riunioni plenarie di questa istituzione calò il 10 giugno 1941, nel primo anniversario dell'entrata in guerra: in quell'occasione Benito Mussolini pronunciò il suo ultimo discorso all'interno dell'aula. Da allora non si riunì più.
Caduta del fascismo
Dopo due anni di silenzio, a seguito del 25 luglio 1943, emerse la volontà del Governo Badoglio di ripristinare le istituzioni liberali prefasciste. Pochi giorni dopo, il 2 agosto, il Regio decreto-legge n. 705 sciolse ufficialmente la Camera dei fasci e delle corporazioni, stabilendo che le elezioni per la nuova Camera dei deputati si sarebbero dovute tenere entro quattro mesi dal termine del conflitto. Il governo affidò temporaneamente a Vittorio Emanuele Orlando le funzioni amministrative spettanti al suo presidente. I piani istituzionali, tuttavia, mutarono l'anno successivo: con il decreto legge luogotenenziale 151/1944, venne infatti deciso che, a guerra conclusa, si sarebbe dovuta eleggere un'Assemblea costituente. La legge istitutiva del 1939 (ormai priva di efficacia nell'ordinamento Repubblicano) fu formalmente abrogata nel 2009, con l'entrata in vigore di alcune disposizioni in materia di semplificazione normativa.
Nella Repubblica sociale italiana Il governo della Repubblica Sociale Italiana, nata a seguito della liberazione di Benito Mussolini, non riconosceva gli atti emanati dal governo Badoglio (e viceversa); pertanto, continuò a considerare formalmente in vigore la Camera dei fasci e delle corporazioni. Di conseguenza, tra il 1943 e il 1945 la storia di questa istituzione fu segnata dal trasferimento dei suoi uffici amministrativi a Venezia, in quella che viene definita una "inutile e fatua operazione di immagine pseudo-istituzionale". Il trasferimento del personale ebbe inizio il 15 dicembre 1943, ma vi aderì soltanto un'esigua minoranza dei dipendenti. Su 220 impiegati della Camera, solo 38 accettarono di spostarsi al Nord, spinti probabilmente più dai notevoli vantaggi economici e retributivi offerti o da pressioni psicologiche che da una reale adesione ideologica. Gli uffici veneziani furono sistemati inizialmente presso "villa Otello" al Lido di Venezia e successivamente nei locali del Casinò a Ca' Giustinian, sotto una gestione commissariale affidata in un primo momento a Elio Turola e poi, dal marzo 1944, ad Araldo di Crollalanza. Le funzioni direttive nella sede lagunare furono assunte dal dottor Emanuele Mancuso, il dirigente di grado più alto trasferitosi, che operò come segretario generale facente funzione.
Dopo un primo periodo di scarso impiego, gli uffici si dedicarono ad attività di studio e riordino amministrativo, lavorando alla catalogazione di circa 10.000 schede riassuntive sull'attività legislativa della conclusa XXX legislatura, raccogliendo dati statistici sui Consiglieri nazionali, schedando i nuovi provvedimenti normativi della RSI e preparando studi su riforme costituzionali e assemblee costituenti straniere. Questa peculiare e isolata esperienza si concluse di fatto verso la fine di aprile del 1945 con la caduta del regime, momento in cui il controllo della sede veneziana passò agli esponenti del CLN, portando al successivo rimpatrio di casse di documenti a Roma e all'avvio dei processi interni di epurazione per quegli impiegati che si erano compromessi accettando il trasferimento al Nord.
Struttura e funzioni
Principali attribuzioni Con l'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni, la funzione legislativa subì una profonda trasformazione: il Parlamento perse definitivamente la sua autonomia, il carattere di rappresentanza popolare e si sancì che esso assumeva un ruolo di collaborazione diretta col Governo nel produrre la legislazione. Alla Camera spettava il compito di esaminare e approvare, mediante le Commissioni competenti, le norme elaborate dalle Corporazioni e gli accordi economici collettivi che prevedano contributi a carico delle categorie professionali. L'esercizio delle funzioni era strettamente subordinato alla volontà del Capo del Governo, il quale convocava le assemblee, fissava i calendari e poteva, per ragioni d'urgenza, di guerra o di necessità finanziaria, stabilire che i disegni di legge fossero approvati in via abbreviata o direttamente tramite decreto reale, bypassando la procedura parlamentare.
Procedura legislativa decentrata L'attività legislativa non si svolgeva più unicamente in aula, ma si articolava attraverso l'Assemblea plenaria, la Commissione Generale del bilancio e le Commissioni legislative specializzate.
Assemblea plenaria Riservata esclusivamente alle materie di maggiore rilievo, quali i disegni di legge costituzionali, le deleghe legislative di carattere generale, i bilanci e i consuntivi dello Stato e degli Enti pubblici nazionali. L'esame in aula poteva avvenire anche su richiesta del Governo o delle Assemblee stesse, con votazioni che si tenevano sempre in modo palese.
Commissioni legislative Per tutti i disegni di legge non compresi tra quelli di carattere generale o costituzionale, la funzione legislativa era deferita in via esclusiva alle commissioni legislative. Questo meccanismo consentiva l'approvazione rapida dei testi che venivano inviati direttamente al Capo del Governo che ne disponeva la trasmissione al Re per la sanzione reale, senza passare dal voto dell'Assemblea plenaria.
Presidenza Il Presidente e i Vice Presidenti non venivano eletti dai consiglieri nazionali, ma erano nominati in modo diretto tramite decreto reale. il Presidente esercitava poteri organizzativi molto ampi e capillari. Nominava in autonomia le altre cariche previste dal regolamento interno e, soprattutto, formava e convocava in qualsiasi momento le Commissioni legislative e le eventuali Commissioni speciali. La sua influenza sui lavori era pervasiva: tanto lui quanto i Vice Presidenti, su sua delega, avevano il diritto di intervenire fisicamente nelle sedute delle singole Commissioni, potendone anche assumere direttamente la presidenza. Oltre alla gestione interna, la Presidenza agiva come fondamentale snodo di raccordo con gli altri poteri dello Stato. Curava il dialogo con il Senato, trasmettendo alla Camera alta i disegni di legge approvati, e faceva da tramite finale con l'esecutivo, consegnando direttamente al Capo del Governo i testi definitivi della normativa corporativa affinché ne venisse disposta la promulgazione.
Legislatura La Camera dei fasci e delle corporazioni non prevedeva un rinnovo periodico dei propri membri: il mandato dei consiglieri nazionali, infatti, decadeva automaticamente non appena cessavano di far parte degli organi di provenienza.La Camera poteva rinnovarsi non a scadenze fisse ma “per stillicidio”, come scrisse ironicamente Piero Calamandrei.Da: La funzione parlamentare sotto il fascismo, in Alberto Aquarone e Maurizio Vernassa (a cura di), Il regime fascista, Bologna, Il Mulino, 1974, pp. 57-84 (v. pp. 82-83). Nonostante l'assenza di elezioni per un rinnovo totale, i lavori della Camera e del Senato rimanevano organizzati in legislature (sebbene, per cause storiche, ve ne fu una sola). La chiusura di ogni legislatura era sancita da un decreto reale emanato su proposta del Capo del governo. Lo stesso decreto fissava inoltre la data in cui le due camere si sarebbero riunite in seduta comune per ascoltare il discorso della corona, l'evento formale che inaugurava la legislatura successiva.
Effettivo ruolo della Camera Sebbene il ruolo della Camera dei fasci e delle corporazioni fosse piuttosto marginale, essa non mancò di una certa incidenza politica. Come nota Andrea Manzella "in quel segmento di ordinamento che si chiama Costituzione fascista e che durò due anni, dal 1938 al 1940, dopo la istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni, si capì che, anche in quel momento, occorreva creare un luogo di lavoro. Le Commissioni della Camera dei fasci e delle corporazioni, come attesta Renzo De Felice, dettero del filo da torcere al governo di allora. I disegni di legge del governo dovevano passare infatti nell'imbuto delle commissioni alla Camera dei fasci e delle corporazioni in cui c'erano potenti lobby di interessi".Intervento del 4 aprile 2007 nella seduta del Senato. Cfr. anche Negri G., The Rise and Fall of the Fascist Constitution, in Il Politico: Rivista Italiana di Scienze Politiche, 47, no. 3 (September 1982), pp. 449-478. All'interno dell'organo un consigliere nazionale come Giuseppe Chiarelli arrivò ad esprimere «una posizione, che - al limite - potrebbe apparire un po’ astratta nell’ambito di un sistema autoritario a tendenza totalitaria. L’affermazione che il regime fosse ancora uno Stato di diritto era stata - infatti - negata da Carmelo Caristia (1881-1969), allievo di Mosca a Torino e poi docente a Catania dove ebbe a scontrarsi anche con Zangara, in una serie di saggi tra cui l’ultimo su l'Archivio di diritto corporativo di Bottai che aveva polemizzato con chi voleva coprire il superamento dello Stato di diritto con la formula Stato legale».Fulco Lanchester, Giuseppe Chiarelli, un innovatore nella continuità, Nomos, 3-2022.
Membri
I membri della Camera dei fasci e delle corporazioni, detti consiglieri nazionali, non avevano un numero predeterminato (nel 1939 erano 681). Non venivano eletti, ma ne facevano parte di diritto in quanto esponenti delle seguenti organizzazioni: