Biografia

Francesco Rosi nacque a Napoli, in via Montecalvario n. 8, nel quartiere di Montecalvario, zona dei Quartieri Spagnoli, figlio di Sebastiano Rosi, calabrese di Pizzo, direttore di un'agenzia marittima e caricaturista per i periodici cittadini Monsignor Perrelli e Vaco'e pressa (in questa veste anche creatore, assieme ad Emilio Reale, del simbolo del Napoli, il CiuccioFrancesco Rosi, Diari, Edizioni La nave di teseo, pagina imprecisata google.it), e di Amelia Carola, una casalinga napoletana. Nel 1930 nacque il fratello Massimo, che diventerà un famoso architetto. La famiglia Rosi ben presto si trasferì, dapprima in via Cesare Rosaroll, poi in viale Regina Elena (oggi viale Antonio Gramsci) ed infine in via San Pasquale, nel quartiere di Chiaia. Durante il periodo dell'estate, Francesco passava le vacanze a Posillipo, dove conobbe Raffaele La Capria, con il quale condividerà l'amore per il mare, amicizia fraterna e lavoro. Francesco frequentò la scuola elementare Teresa Ravaschieri in via Bausan e poi, dal 1934, il liceo ginnasio Umberto I. Qui strinse amicizia con quelli che saranno i compagni di una vita, legati dall'amore per la cultura e per l'impegno politico: Giorgio Napolitano, Antonio Ghirelli, Francesco Compagna, Achille Millo, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Barendson e Rosellina Balbi.S. Cervasio, Gli intramontabili ragazzi di Chiaia, La Repubblica 2 ottobre 1998

Formazione Nel 1940, in pieno periodo bellico, Rosi si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. L'amicizia dei "ragazzi di via Chiaia" continuò anche all'università: amavano il teatro, il cinema, la letteratura, frequentavano il Circolo degli Illusi in via Crispi, dove misero in scena atti unici di Patroni Griffi, di Ghirelli e dello stesso Napolitano. Erano loggionisti del Teatro Mercadante e frequentavano la sede del settimanale del Guf di Napoli IX Maggio. Il 3 febbraio 1943 Rosi venne chiamato alle armi e partì dunque per Firenze, al 7° Autieri, per frequentare il V corso preparatorio di addestramento. Lì conobbe Enzo Papoff e Mario Ferrero. Dopo l'armistizio di Cassibile, per evitare l'arresto da parte dei tedeschi, Rosi si rifugiò nel "buco", la casa di Ferrero, assieme all'amico Carlo Pucci, nipote di Ernesto Rossi. Qui trascorrevano le serate a discutere con Nello Traquandi e con Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei suoi primi maestri. "Con loro si parlava della Resistenza, del fascismo, del Partito d'Azione. Si parlava di ciò che si sarebbe fatto dopo la Liberazione, quali erano i programmi. E leggevamo".

Nel 1944 collaborò con Radio Napoli, diretta da Italo de Feo; conobbe il regista Ettore Giannini, lavorò con Luigi Compagnone, con Tommaso Giglio e Raffaele La Capria. Nel 1945 entrò nella redazione di un quindicinale di letteratura e arte, Sud, fondato da Pasquale Prunas, ancora con gli amici di sempre: La Capria, Patroni Griffi, Barendson, ma anche Anna Maria Ortese, Carla de Riso, Luigi Compagnone e Mario Stefanile. Francesco Rosi disegnò un sillabario ed illustrò un'edizione di Alice nel paese delle meraviglie. Inventava storie e le disegnava. Partì poi alla volta di Milano per lavorare al quotidiano Milano Sera, dove già svolgevano la loro attività giornalistica Alfonso Gatto e Ghirelli. Nel 1946 si trasferì a Roma, entrando nella compagnia del Teatro Quirino di Orazio Costa; Ettore Giannini gli propose di lavorare come assistente per 'O voto di Salvatore Di Giacomo. Nel 1947 si dedicò anche al cinema: recitò con Nino Taranto in Dove sta Zazà di Giorgio Simonelli. Poi girò per l'Italia con uno spettacolo di rivista, E lui dice di Benecoste, con la compagnia del Quattro Fontane di Adolfo Celi. Preparò uno studio su I Malavoglia di Giovanni Verga, per partecipare al concorso di ammissione al Centro sperimentale di cinematografia. Ma Luchino Visconti lo chiamò come assistente alla regia, assieme a Franco Zeffirelli, per il film La terra trema: il 28 ottobre 1947 firmò il contratto. "L'occasione mi venne fornita dal mio amico Achille Millo, a, a cui Visconti aveva proposto di fargli da assistente per 'La terra trema'. Millo volle invece continuare a fare l'attore, così parlò di me a Visconti, che non ebbe difficoltà ad accettarmi. Visconti, con il gusto che ha sempre avuto per il pionieristico, per la provocazione, aveva messo insieme un gruppo di persone che non avevano mai fatto cinematografo; l'unico era lui, che poi lo aveva fatto una sola volta, sia pure magnificamente, con 'Ossessione'".

Con Luchino Visconti collaborò, in veste di aiuto-regista, anche per Senso (1953) e, invece come sceneggiatore, al fianco di Suso Cecchi D'Amico, per Bellissima. “Instancabile, Visconti era il capo di una impresa, oltre che l'autore e il regista di un film; duro e allo stesso tempo giusto, comprensivo [...]. Egli metteva i suoi collaboratori nella condizione più difficile, ma anche la più esaltante, per imparare”.

Nel corso degli anni cinquanta, Rosi continuò la sua attività di aiuto-regista e sceneggiatore: lavorò come assistente alla regia in Tormento e I figli di nessuno di Raffaello Matarazzo e in Domenica d'agosto e Parigi è sempre Parigi di Luciano Emmer.

Nel 1952 scrisse, con Ettore Giannini, il soggetto del film Processo alla città di Luigi Zampa. Come aiuto-regista collaborò con Michelangelo Antonioni ne I vinti. Subentrò, inoltre, alla regia di Camicie rosse, causa l'abbandono di Goffredo Alessandrini.

Nel 1953 fu ancora aiuto-regista e sceneggiatore con Ettore Giannini, che dirigeva Carosello napoletano. Nel 1954 fu aiuto-regista di Mario Monicelli in Proibito e di Emmer in Terza liceo. Con Gianni Scognamiglio adattò, per la radio, testi di Antonio Petito e Pasquale Altavilla. Curò la regia della serie radiofonica Le novantanove disgrazie di Pulcinella di Carlo Guarini in onda tra il 1955 e il 1956.

Nel 1956 figurò come sceneggiatore ed aiuto-regista de Il bigamo di Luciano Emmer e, questa volta in qualità di co-regista al fianco di Vittorio Gassman, di Kean genio e sregolatezza.

L'anno successivo Rosi scrisse una sceneggiatura tratta dal romanzo di B. Traven La nave morta, storia di un "sans papier", un uomo senza documenti, dunque senza identità e senza nazionalità. Ma il film, Le carrette del mare, non sarà mai realizzato.

Gli esordi Nel 1958 Rosi presentò alla 19ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia il suo primo lungometraggio, La sfida, che ottenne un buon riscontro di critica e pubblico. Attraverso la storia di Vito Polara, il regista narrò l'evolversi della criminalità napoletana, che scopre altri affari più redditizi del contrabbando e comprenderà via via l'importanza dei legami con la politica. È il passaggio da una camorra che rispetta le regole interne ad una basata sull'individualismo arrogante, la ricerca della ricchezza a tutti i costi, anche infrangendo il codice criminale dell'omertà. È l'inizio dell'utilizzo di quel metodo storico-analitico che Rosi nei film coniugherà con la sua estetica cinematografica. La luce, le ombre, le inquadrature, le composizioni delle scene nelle quali protagonisti e comprimari occupano spazi geometrici voluti e studiati già dai disegni che il regista realizza, segneranno lo stile di Francesco Rosi. Dopo aver letto La galleria di John Horne Burns, ne scrisse l'adattamento cinematografico, che resterà però solamente un progetto; realizzò un altro film, ambientato nell'allora Germania dell'Ovest, I magliari (1959), con Alberto Sordi, Renato Salvatori e Belinda Lee.

Anni sessanta: da Salvatore Giuliano a C'era una volta

Nel 1962 uscì Salvatore Giuliano, incentrato sulla vicenda del famigerato bandito siciliano, per cui venne premiato con l'Orso d'argento per il miglior regista e con tre Nastri d'argento. Il film, girato con taglio quasi documentaristico in Sicilia negli stessi luoghi in cui erano avvenuti i fatti veri raccontati e con comparse del luogo, ebbe il merito di stimolare il dibattito che fu necessario per l'approvazione della legge istitutiva della Commissione parlamentare antimafia.Tullio Kezich (con la collaborazione di Alessandra Levantesi), Salvatore Giuliano. Un film di Francesco Rosi, Istituto Luce Cinecittà, Roma, 1999. A riguardo, Alberto Moravia disse: "Per fare il film che aveva in mente, Rosi ha dovuto inventare tutta una maniera nuova di narrare che chiameremmo corale o epica se non fosse prima di tutto realistica".Alberto Moravia, Milano, 2010.

L'anno successivo diresse Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti e Carlo Fermariello in Le mani sulla città (1963), nel quale denunciava con coraggio le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. La città nelle opere di Rosi diviene simbolo di una condizione che è del Sud e dell'intero Paese. Rosi narra la speculazione edilizia, il rapporto tra potere politico, economico e potere criminale. La pellicola venne premiata con il Leone d'oro alla 24ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Nello stesso anno portò in scena a teatro In memoria di una signora amica (1963), testo di Giuseppe Patroni Griffi, con Lilla Brignone, Pupella Maggio e Lia Thomas, che venne presentato il 10 ottobre 1963 al Gran Teatro La Fenice di Venezia nel corso del XXII Festival internazionale del teatro di prosa.

Dopo Il momento della verità (1965), film non sui tori e sui toreri, ma sulla Spagna, sulla povertà e sull'individuo che, escluso dalla società, non ha scelta, Rosi si avvicinò ad un libro che lo aveva affascinato, Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, dal quale trasse spunto per il suo nuovo film C'era una volta (1967), con Sophia Loren e Omar Sharif, che da poco aveva ottenuto un grande successo con il colossal Il dottor Živago di David Lean. La favola è filtrata attraverso elementi storici, reali, come la povertà, la superstizione e il potere feudale nel Sud.

L'incontro con Gian Maria Volonté Nel 1970 Francesco Rosi realizzò Uomini contro, ambientato nella prima guerra mondiale, che gli causò anche una denuncia per vilipendio all'Esercito. Tratto dall'opera di Emilio Lussu Un anno sull'Altipiano, Uomini contro è un film contro l'immagine retorica della guerra, un film contro tutte le guerre. "Ho descritto la guerra in modo quasi biologico per farne risaltare meglio l'orrore e l'assurdità".La storia sullo schermo, Il Novecento, a cura di P. Iaccio, Cosenza, 2010. Girato sui monti dell'entroterra istriano a pochi chilometri da Fiume, in condizioni proibitive per attori e operatori, il film non concede nulla all'enfasi patriottica; nessuna esaltazione né del dovere né dei giovani contadini mandati al macello. Rosi intuisce uno stravolgimento in atto anche nel concetto di morte e “ha messo decisamente da parte fronzoli, nostalgie e prestiti ottocenteschi per aggredire la vicenda privata con una tale fredda passionalità da dilatarla a vicenda pubblica. La strage di Uomini contro risulta meno giustificata e anche meno giustificabile di quelle di Un anno sull'Altipiano.O. del Buono, Amore, amore, amore, poi finalmente guerra, in L'Europeo 1º ottobre 1970

Il film segnò l'inizio del sodalizio con Gian Maria Volonté, attore di grande forza interpretativa, rigoroso e meticoloso quanto Rosi anche nel documentarsi e nella preparazione di un personaggio. "Volonté è un grandissimo attore e un uomo intelligente che s'impegna sui problemi, che capisce e che fa capire allo spettatore gli aspetti più nascosti di un personaggio".M. Ciment, Dossier Rosi, a cura di L. Codelli, Torino, 2008. Volonté interpretò negli anni successivi Il caso Mattei (1972), Lucky Luciano (1973) e Cristo si è fermato a Eboli (1979), tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Levi, nel quale erano presenti anche due attrici che Rosi amava molto, Irene Papas e Lea Massari.

Citizen Rosi: da Cadaveri eccellenti a La tregua