Biografia Adolescenza: educazione, studi e desideri Oltre che «di una profonda istruzione pratica e teorica nelle molteplici branche dell'arte da lui professata, era fornito di tante virtù morali e civili»..

Era il settimo e ultimo figlio di una famiglia in vista nel panorama reggino del tempo: il suo nome infatti derivava da quelle del Governatore di Reggio Calabria principe Francesco Pignatelli che lo battezzò. Grazie all'educazione fondamentalmente cristiana che gli era impartita in famiglia il giovane Francesco crebbe con una particolare sensibilità alla percezione dei bisogni fondamentali degli individui e della società. Saranno due le ambizioni che caratterizzeranno la vita del Calabrò: curare le sofferenze degli ammalati e impegnarsi attivamente per alleviare i dolori della società reggina ancora legata al feudalesimo. Iniziò i suoi studi manifestando un carattere dolce e una particolare inclinazione per lo studio delle scienze e della medicina», sicuro che non avrebbe mai lasciato la sua città. Nel febbraio del 1783 però un terribile terremoto rade al suolo Reggio, segnando profondamente il carattere di Francesco: “il terremoto fu il primo di numerosi eventi tragici di cui sarà testimone”.. Seguì un difficile periodo di ricostruzione, costellato da controversie politiche e aspre lotte sociali, che segnarono radicalmente il carattere dei cittadini ormai sempre più disincantato di fronte alle speranze future. Al contrario degli anziani, rassegnati ormai ad un presente di patimenti, i giovani erano animati da aspirazioni liberali. Queste, spesso marcatamente rivoluzionarie, li portavano ad emigrare verso Napoli, capitale del regno e centro della cultura illuministica. A Napoli infatti erano sempre più numerosi i licei, le università di prestigio e le scuole militari. “Questa emigrazione intellettuale da una parte priva la nostra terra delle giovani intelligenze, dall'altra crea nella capitale un fermento giovanile.. Struttura importante nella Napoli di metà Settecento era l'Ospedale degli Incurabili che oltre ad ospitare 1300 posti letto prevedeva la presenza anche delle "cliniche universitarie di medicina e chirurgia più prestigiose";. accedervi diventne l'obiettivo principale di Francesco Calabrò, che desiderava diventare un medico.

Maturità e rivoluzione Per accedere all'ospedale le norme erano parecchio severe: “età minima di diciotto anni, il superamento di un corso di filosofia e di un esame in latino”. Francesco Calabrò riuscì a superare l'esame “brillantemente traducendo con estrema sicurezza un'orazione di Cicerone”. Poté così avviarsi agli studi in medicina come praticante presso l'Ospedale degli Incurabili. Ben presto riuscì a farsi spazio nel “più bel paese dell'universo abitato dalla specie umana più abbruttita”. Diventò il preferito dal rettore per la sua “preparazione, per il suo zelo e serietà”.. Ma la situazione politica napoletana degenerava sempre di più fino a terminare con la fuga del re Ferdinando IV e della regina Maria Carolina a Palermo che provocò nella città una tremenda anarchia. Persino l'ospedale nel quale studia Francesco fu preso di mira dalle scorribande dei Lazzari (“Li chiamano lazzarelli, non hanno case, non fanno niente”) e molti furono costretti ad abbandonarlo. Tra questi c'è anche Calabrò. Il richiamo dei malati e di tutti coloro che al suo ospedale avevano bisogno di lui è però insostenibile. Perciò decide di riprendere il suo posto accanto a loro. Si arruolò nella Guardia nazionale e in seguito si trasferì nella fortezza della Legione Calabra. Mantenne ugualmente i suoi contatti con l'Ospedale degli Incurabili, dove continuò i suoi studi la sua assistenza aigli infermi. Nel 1799 nacque la Repubblica Napoletana, ma le scorribande dei Lazzari non cessavano. Questi avvenimenti rabbuiarono l'animo del giovane Francesco che non smise però di prodigarsi per l'assistenza dei feriti e per la ricerca medica. La guerra sembra però più forte dei nobili ideali del Calabrò. Quest'ultimo infatti fu stipato in una barca di esuli, in attesa dell'esilio in Francia poi commutato in anni di prigione e dure vessazioni. “Il 14 dicembre del 1799 ha inizio il lungo viaggio verso un destino ignoto, in Francia, che promette solo stenti, umiliazioni, sacrifici”..

Esilio e laurea La Francia dell'Ottocento è aperta all'accoglienza dei perseguitati politici e degli uomini di cultura e per dare maggior lustro al paese li sostiene con sussidi finanziari e protezione. A Marsiglia incontra un medico cosentino, il dottor Giuseppe Greco, che gli affida un suo ricco paziente affetto da febbre petecchiale. Contrarrà anch'egli questo genere di malattia. Quest'esperienza gli consentirà di sviluppare numerose deduzione sulla febbre petecchiale che compendierà nel volume “Cenno istorico-medico di Febbre petecchiale nel 1830 in Reggio”. Inizia ad inserirsi nella società francese diventando ufficiale di salute prima a Lione poi a Montpellier dove continua a frequentare la sua prestigiosa università e “sfrutta tutte le occasioni per perfezionare i suoi studi facendosi apprezzare per la sua indole e per la sua indomabile volontà”.. Dopo il trattato di pace di Firenze del 1801 ritorna a Pavia dove ricomincia i suoi studi in Medicina interrotti a Napoli. Nell'università ha ancora la possibilità di mettersi di fronte alla febbre petecchiale che proprio in quel periodo si diffonde con esplosioni epidemiche. A Pavia ha la possibilità di accorgersi che “Anche gli uomini grandi non vanno esenti dalle illusioni e più sono grandi altrettanto più funeste sono le conseguenze dei loro traviamenti”. poiché scrive "Io ebbi l'occasione nell'ospedale di Pavia di essere testimone de' diversi metodi adottati per la medela della petecchia. Un celebre e letterato medico trattava i suoi malati col metodo Browniano, allora tuttavia disgraziatamente in vigore". Trasferitosi a Genova (città legata commercialmente a Reggio) per chiedere sostentamenti economici ai familiari consegue la laurea in Filosofia e Medicina nel 1802 discutendo la tesi “Della balsamica virtù dell'essenza di bergamotto nelle ferite” e a Salerno ottiene dal Collegio Medico il “privilegio dottorale”: l'idoneità professionale di quel tempo.

Ritorno in Calabria e primi studi sul bergamotto

Tornato a Reggio Calabria nel 1805 sposò Maria Surace che morì poco dopo e alla quale Francesco sarebbe rimasto fedele per tutta la vita. Orientato a curare lo spirito insieme all'anima (“Dei poveretti gli ebbe assidua cura, sapea dell'egro raddolcir le pene".) con incrollabile fede iniziò ad impegnarsi su più fronti: fu medico maggiore all'ospedale militare, medico dell'Orfanotrofio, medico del Comitato provinciale di Vaccinazione; fu infatti Francesco Calabrò a portare a Reggio la vaccinazione jenneriana, fu uno dei primi a parlare di medicina “preservativa” interessandosi non solo alle malattie in sé, ma anche ai loro rapporti con gli agenti esterni. Egli infatti scriveva: “Converrebbe che ogni buon medico dopo apprese le sode istituzioni studiasse l'influenza degli agenti naturali imponderabili sulla fibra viva". Inoltre “è medico di famiglia che cura con affetto i suoi pazienti da medico e da amico, in particolare i poveri e i diseredati che assiste gratuitamente”.. Non rinunciò al ruolo politico che la sua fama tanto che di lui si scrive: “...era fornito il Calabrò di tante virtù morali e civili che solo non seppe apprezzarlo chi non ebbe la ventura di poterglisi avvicinare e praticarlo”. Egli infine “segue e incoraggia l'impegno e lo sviluppo della Società per la modernizzazione dell'industria e dell'agricoltura”. con quella che Achille Canale definiva “la franca parola che al buon fu sprone e al malvagio il freno". Francesco curò con attenzione lo studio del bergamotto, notando che le lavoratrici impegnate al taglio e alla spremitura del bergamotto si provocavano spesse volte delle ferite da taglio che rimarginavano però velocemente e senza il necessario intervento del medico.

Batteri e problemi psicosomatici Principalmente gli studi sulla febbre petecchiale gli permisero di porsi nuove domande addirittura rivoluzionarie per quel tempo sul carattere infettivologico dell'epidemia: “D'onde l'origine, d'onde la comunicazione?”.. Ecco quindi che il nostro Calabrò si inserisce in una discussione pregnante di quel periodo: quella che vedeva contrapporsi gli aristotelici che ammettevano la generazione spontanea e coloro che invece credevano fermamente nelle biogenesi. Egli era convinto che ogni essere vivente abbia origine da un altro essere vivente e che l'origine dell'infezione è da ricercarsi “negli animaletti per cagione effettrice de' contagi in generale”. Un'altra importante sua intuizione era che “le passioni tristi dell'animo dispongono l'organismo animale all'impressione de' contagi”: “un meccanismo inutito che soltanto oggi è in parte dimostrato con l'influenza del sistema nervoso-ormonale sul sistema immunitario ”. Una delle ultime battaglie intraprese dal Calabrò fu quella contro i danni causati dall'alcool e l'abuso di “spirito di anisi” ormai pienamente diffuso in America.

Morì nel 1859 a ottantadue anni. La sua morte fu seguita da un commovente rito funebre nel quale don Lorenzo Lofaro ricordò "i tratti salienti di Francesco Calabrò Anzalone in una orazione che trova l'approvazione commossa di tutta la città”.. “Fu un uomo tanto dotto e generoso quanto umile, sopportò con grande dignità i rovesci della vita e seppe reagire con religiosa determinazione; amò il bene pubblico e si dedicò a dare sollievo ai bisognosi”.

Opere Della balsamica virtù dell'essenza di bergamotto nelle ferite