La canzone libera è una forma metrica italiana che è caratterizzata da stanze ineguali (nel numero e nella disposizione dei versi) e da una varia combinazione di endecasillabi e settenari. Le rime sono libere, ossia non vi è uno schema fisso.Cfr. F. Bausi-M. Martelli, La metrica italiana, Firenze, Le Lettere, 1993, p. 187; P. G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 343. Una prima attestazione di questa forma metrica la si trova in Alessandro Guidi, ma è stata ampiamente impiegata da Giacomo Leopardi che ne ha dato gli esempi più importanti.P. G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 343.

Alessandro Guidi Alessandro Guidi è considerato l'ideatore di questa forma metrica Cfr. F. Bausi-M. Martelli, La metrica italiana, Firenze, Le Lettere, 1993, p. 187: le sue canzoni sono anche dette a selvaCfr. F. Bausi-M. Martelli, La metrica italiana, Firenze, Le Lettere, 1993, p. 187; F. De Rosa-G. Sangirardi, Introduzione alla metrica italiana, Firenze, Sansoni, 2000, p. 202.. Di seguito si riportano tre stanze della canzone Agli Arcadi di Roma (rispettivamente i vv. 27-56):

Dai versi citati si può vedere che le stanze differiscono in quanto a numero di versi (le prime due hanno 12 versi, la terza 6), nella disposizione dei versi (ad esempio nella prima stanza citata i primi tre versi sono un endecasillabo, un settenario e un endecasillabo; nella seconda stanza i primi tre versi sono endecasillabi; nella terza si hanno due endecasillabi e un settenario), nelle rime.

Giacomo Leopardi La canzone libera leopardiana, detta anche canzone leopardiana, è un tipo di canzone portata a fama imperitura da Leopardi.

Leopardi inizia ad avvicinarsi alla canzone libera in All'Italia e Sopra il monumento di Dante in cui alterna schemi differenti: uno schema viene utilizzato per le stanze dispari e uno per le pari con un uguale numero di versi.

Nel Bruto minore (1824) aumentano le rime irrelate fino all'Ultimo canto di Saffo (1822) dove le stanze sono composte da diciotto versi e presentano sedici endecasillabi irrelati e una combinatio di settenario più endecasillabo a rima baciata.

Il punto d'arrivo della canzone leopardiana sarà A Silvia (1828) dove solamente l'ultimo verso settenario di ogni stanza è legato a un verso interno che ha posizione variabile. In generale i Canti pisano-recanatesi, o Grandi Idilli, scritti tra il 1828 e il 1830, rappresentano l'apice della canzone libera.

Vincenzo Monti Una ripresa della canzone libera si ha nella canzone monostrofica Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler,Mentre G. Contini, Letteratura italiana del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2011, p. 70 la ritiene una strofe unica di canzone mista liberamente di endecasillabi e settenari, Flora nel suo commento a V. Monti, Poesie, Firenze, Vallecchi, 1928, p. 110 la definisce un'ode. costituita da endecasillabi e settenari liberamente disposti e rimati:

Per Gianfranco Contini questo metro Monti lo derivava da Leopardi: «Non sembra che al suo libero componimento il Monti abbia potuto trovare altro precedente serio (tolte dunque le canzoni del secentista Guidi) che il canto leopardiano, pure più astretto a norme interne, Alla sua donna, uscito nell'edizione del 1824».G. Contini, Letteratura italiana del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2011, p. 70. Da tener presente che la poesia del Monti è del 1826, e fu composta nel periodo compreso tra l'8 settembre e la prima metà d'ottobre. Certamente era stata completata entro il 15, quando ricorre il giorno in cui si ricorda santa Teresa d'Avila, e la moglie del poeta festeggiava dunque l'onomastico; A. Bertoldi, Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler, in V. Monti, Poesie, Firenze, Sansoni, 1957, p. 137

Note

Bibliografia F. Bausi-M. Martelli, La metrica italiana, Firenze, Le Lettere, 1993. P. G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1994. F. De Rosa-G. Sangirardi, Introduzione alla metrica italiana, Firenze, Sansoni, 2000.

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