La storia culturale è uno specifico metodo di ricerca storica sviluppatosi nel corso del XIX e XX secolo. Insieme alla storia politica, alla storia delle idee, alla storia economica e a quella sociale, essa rappresenta uno dei filoni più importanti della storiografia tradizionale. La storia culturale si caratterizza per un'attenzione particolare verso fattori quali la mentalità, le credenze, le pratiche e le usanze dei popoli.
I significati della parola "cultura"
Per capire in cosa consista questo tipo di ricerca storica è necessario chiarire il significato del concetto di cultura. Tradizionalmente il termine "cultura" è stato associato al grado di istruzione individuale ed al bagaglio di conoscenze delle singole persone. Possiamo capire questo significato attraverso espressioni quali: «un uomo dalla grande cultura», «la cultura è da preferirsi alla barbarie», etc. Questo significato di cultura "alta" e individuale riferito all'istruzione e alle facoltà intellettive dei singoli è rimasto pressoché invariato fino al XIX secolo. Soltanto in età romantica esso è stato affiancato da una seconda accezione "bassa" e popolare. Nel corso dell'Ottocento il termine iniziò infatti ad esser riferito a quell'insieme di pratiche, di costumi e di valori condivisi e caratterizzanti una specifico gruppo umano. Questo secondo concetto collettivo, sociale ed antropologico assunto dalla parola "cultura" è comprensibile con espressioni come «la cultura occidentale», «la cultura borghese», «un mondo multiculturale», etc.
A questo proposito è stato fondamentale il lavoro dell'antropologo britannico Edward B. Tylor che nel 1871 ridefiniva l'idea di cultura come «quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società»Edward Burnett Tylor, Alle origini della cultura, Roma 2000, p. 874.. Il lavoro di Tylor viene considerato pionieristico nel quadro dei cosiddetti cultural studies, risultando addirittura fondativo per alcune discipline come l'antropologia culturale. Gli studi di Tylor hanno determinato una netta suddivisione tra due piani su cui intendere il concetto di cultura: la cultura "alta" riferita all'istruzione e all'erudizione dei singoli individui e la cultura "bassa" o popolare che racchiude tutte le usanze e le caratteristiche materiali e immateriali di una precisa civiltà. La storia culturale – affiancandosi alle scienze sociali e antropologiche – studia appunto la cultura collettiva di popoli e civiltà del passato, lasciando ad altre discipline come la filosofia, la psicologia, la storia del pensiero e delle idee, il compito di occuparsi della cultura "alta" riferita alla singola persona e al grado di conoscenze individuali. Il concetto tyloriano di una cultura socialmente condivisa è stato ridefinito e approfondito nel corso dei decenni. Possiamo riportare la definizione che Peter Burke, professore di Cultural history all'Università di Cambridge, ha fornito in un saggio del 1978: «[la cultura è] un sistema di significati, atteggiamenti e valori condivisi, unitamente alle forme simboliche (azioni, manufatti) in cui essi si esprimono e si traducono»Burke, Popular culture in Early Modern Europe, London 1978, p. 89..
Le origini della storia culturale I primi lavori che possono esser collegati, per quanto riguarda metodi e tematiche, alla cosiddetta storia culturale sono rintracciabili sin dagli albori della storiografia. Erodoto, considerato tradizionalmente il “padre della storia”, nella sua opera più rappresentativa - le Storie scritte tra il 440 e il 429 a.C. - descrisse in modo articolato la cultura e i costumi di alcune popolazioni straniere come egiziani, persiani e sciti. Qualcosa di simile fece anche Sima Qian (140 - 87 a.C.), il primo grande storico dell'Estremo Oriente, che nel suo libro Shiji (tradotto come Memorie Storiche), registrò una particolareggiata analisi delle abitudini, delle tradizioni e dello stile di vita delle tribù mongole che vivevano ai margini dell'Impero cinese. In questo senso dei resoconti storici di impronta culturalista sono presenti in opere storiografiche di qualsiasi età e di qualsiasi genere. Tuttavia soltanto a partire dal XIX secolo iniziarono a comparire dei saggi storici interamente costruiti intorno all'analisi culturale delle civiltà del passato.
I classici della storia culturale Lo storico inglese Peter Burke definisce la «storia culturale classica» come l'insieme delle opere storiche di impronta culturale prodotte indicativamente tra il 1800 e il 1950Burke, La storia culturale, Bologna 2009, pp. 31-39.. Le opere di storia culturale redatte in questo periodo condividono l'idea di fondo che lo storico - ovvero lo storico delle culture - debba descrivere quello che, citando il sottotitolo di Victorian England del 1936 di G.M. Young (per l'appunto una tra le opere più significative di questo filone di studio), viene definito il «ritratto di un'epoca». Il compito dello storico culturale diventa quello di analizzare la cultura dominante di una precisa epoca storica, ovvero ciò che Hegel aveva definito zeitgeist, «lo spirito del tempo». La storia culturale classica (possiamo chiamarla anche ottocentesca), predilesse lo studio della cultura "alta" e le opere artistiche e letterarie divennero le fonti privilegiate per la ricerca dello storico. Oltre a Victorian England di Young, due sono soprattutto le opere fondamentali che rappresentano l'età classica della storia culturale: La civiltà del Rinascimento in Italia dello svizzero Jacob Burckhardt, la cui prima edizione risale al 1860, e Autunno del Medioevo pubblicato nel 1919 dallo storico olandese Johan Huizinga.
Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia
Die Kultur der Renaissance in ItalienBurckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Firenze 1953 è un'opera pubblicata nel 1860 dallo studioso svizzero Jacob Burckhardt. Questo saggio ha determinato l'inizio della definizione contemporanea di Rinascimento come grande movimento di rinnovamento della civiltà europea la quale, grazie ad esso, abbandonava l'oscura cultura medievale. Il termine "Rinascimento" era stato coniato poco meno che un ventennio prima, in un'opera del 1841 dello storico francese Jules Michelet. Burckhardt approfondì la ricerca di Michelet descrivendo il Rinascimento come il momento di rottura attraverso cui l'Europa si lasciò alle spalle i secoli bui del Medioevo, proiettandosi verso la cultura dell'età moderna. L'indagine storica di Burckhardt si presenta come una ricerca di tipo culturale, dal momento che l'autore si impegnò a ridurre la storia degli eventi ad un ruolo estremamente marginale, analizzando al contrario soltanto le manifestazioni artistiche e culturali di quel periodo storico. Anche la politica (e ancor di più l'economia) vennero sostanzialmente trascurate in favore dello studio di fattori esclusivamente culturali. Burckhardt analizzò una serie di elementi caratterizzanti quell'età che egli chiamò «fattori costanti e tipici», ricercandone le varie espressioni che potevano trapelare dalla produzione artistica del periodo.
Johan Huizinga, Autunno del Medioevo
Lo storico olandese Johan Huizinga criticò non poco l'interpretazione burckhardtiana del Rinascimento – che riteneva fosse stato distaccato troppo bruscamente dall'epoca medievale che lo precedeva – ma ne accolse il metodo di ricerca. Come Burckhardt, anche Huizinga concentrò la sua analisi storica sulla ricerca dei sentimenti e dei valori delle civiltà del passato attraverso la lettura e l'interpretazione delle opere d'arte e dei componimenti letterari risalenti a tal periodo. Le fonti letterarie, ovvero i grandi capolavori di un'epoca storica, divennero dei documenti fondamentali attraverso cui lo studioso avrebbe dovuto costruire le sue interpretazioni del passato. La sua opera più celebre, Autunno del MedioevoJohan Huizinga, Autunno del Medioevo, Firenze 1944., rimane ancora un classico intramontabile della storiografia nonché esso stesso un capolavoro della letteratura primo-novecentesca. Nel testo Huizinga analizza i vari ideali della vita e della cultura medievale (come ad esempio la cavalleria) e descrive argomenti teorici (come la percezione della decadenza, la paura della morte, lo spirito di violenza ed altro) che, leggendo la produzione letteraria del tempo, sembravano caratterizzare gli atteggiamenti, i modi di vivere e i modi di pensare degli uomini medievali. Il quadro che fuoriesce è quello di una vita umana «appassionata e violenta» che domina lo scenario di quei secoli. Anche nelle indagini dello storico olandese, come in quelle di Burckhardt, la storia degli eventi - bellici o politici che fossero - viene estremamente marginalizzata per lasciar spazio ad una serie di significative individualità dell'epoca come il poeta picaresco François Villon, il predicatore popolare Oliver Maillard o il cronachista cortigiano Georges Chastellain.
La nuova storia culturale
Con il termine nuova storia culturale si intende un preciso filone di studi iniziato nella seconda metà del XX secolo che ha sviluppato e approfondito le innovazioni che gli storici culturali ottocenteschi e primo-novecenteschi avevano introdotto. L'espressione «nuova storia culturale» (New Cultural History, da cui l'acronimo NCH) è entrata in uso alla fine degli anni ottanta. Era il titolo di un libro, destinato a grande notorietà, pubblicato nel 1989 dalla storica americana Lynn Hunt, che raccoglieva i contributi forniti da vari studiosi ad un incontro tenutosi due anni prima a Berkeley, presso l'Università della California, sul tema La storia della Francia: testi e culturaHunt, The New Cultural History, Berkeley 1989.. Questo settore di studio ha vissuto una crescita spedita a partire dagli anni settanta. Il numero degli storici che si sono dichiarati "culturalisti" è aumentato in maniera considerevole, sviluppandosi a spese di altre discipline storiche come la storia sociale e la storia economica. Tra il 1992 e il 2006 il numero di storici identificati nella categoria della storia sociale è diminuito del 60 per cento, mentre il numero di quanti si riconoscono nella cosiddetta storia culturale è aumentato del 78 per cento. Nel 2008 è stata inoltre fondata ufficialmente la International Society for Cultural History, con lo scopo di coordinare a livello sovranazionale le molte ricerche nate in grembo a questa disciplina.
Alcune opere di riferimento della nuova storia culturale
George Mosse, La nazionalizzazione delle masse
Il presupposto su cui ogni storico culturale costruisce le sue ricerche è quello di non considerare la realtà che ci circonda come un qualcosa di naturalmente predefinito, ma di riconoscere all'immaginazione collettiva (ovvero alle immagini condivise da una comunità sociale), il potere performativo di far sì che le cose accadano«Se le nazioni non sono antiche, dobbiamo pensare che lo siano. Il fatto che siano moderne, non vuol dire che possano essere considerate un fuoco di paglia della storia»: Alessandro Campi, A cosa serve la nazione?, in Nazione e patria. Idee da conservare, Rubbettino ed., Soveria Mannelli, 2023, p. 69.. Il libro di George Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania, pubblicato nel 1975, sviluppa l'idea che la nazione non debba esser considerata come una realtà storica predefinita, ma al contrario come un concetto politico e culturale che è stato creato e propagandato dall'alto verso il basso dai capi politici dei movimenti nazionali ottocenteschi. Mosse rappresenta la nazione come un costrutto culturale e storico che scaturisce dal processo secolare di nazionalizzazione delle masse, ovvero dall'imponente fenomeno di pedagogia nazionalista sviluppato a partire dalla metà del XIX secolo.