La battaglia di Medole è lo scontro che diede inizio alla battaglia del 24 giugno 1859 conosciuta come battaglia di Solferino e San Martino, con la quale si conclusero le attività belliche della seconda guerra di indipendenza. Degli scontri che compongono la grande battaglia di Solferino e San Martino, la battaglia di Medole perdurò incessantemente per 15 ore.
Il contesto Alle ore 3.00 di quel 24 giugno il IV Corpo d'armata francese si mise in marcia dall'accampamento di Carpenedolo per occupare, secondo gli ordini ricevuti, il villaggio di Guidizzolo, transitando per l'abitato di Medole. César Lecat de Bazancourt, La campagne d'Italie de 1859 - Ordine di marcia per il 24 giugno, Parigi, Amyot Editore, 1860, Allegati
Nelle aspettative dello stato maggiore franco-sardo, doveva trattarsi di una tranquilla tappa di avvicinamento alle rive del Mincio, ove era prevista la battaglia decisiva il 29 o il 30 giugno. In via precauzionale, il giorno 22, Niel aveva inviato uno squadrone del 1º Reggimento Cacciatori d'Africa a cavallo in perlustrazione del tragitto, ricevendo la conferma che le truppe austriache si trovavano attestate al di là del Mincio. César Lecat de Bazancourt, La campagne d'Italie de 1859, Parigi, Amyot Editore, 1860, Allegati
Dopo aver fatto battere la Diana alle 2.30, il comandante Niel dispose che venisse distribuito solamente del caffè alla truppa, rimandando il rancio al raggiungimento degli obiettivi assegnati, in modo da poterlo consumare con maggiore comodità e tranquillità, coprendo i 25 km di marcia nelle ore meno calde della giornata.Stelio Martelli, Le Battaglie di Solferino e San Martino, Azzate, Edizioni Varesina, 1971
La lunga colonna di uomini, cavalli e carriaggi si muoveva sull'attuale Strada Provinciale n.9, con in testa due squadroni del 10º Reggimento Cacciatori a cavallo agli ordini del generale Camille de Rochefort.
Il contatto Giunto a circa 3 km da Medole, in località Rassica, un drappello del 10º Reggimento Cacciatori a cavallo in avanscoperta, venne intercettato da un drappello austriaco del 12º Reggimento Ulani "Francesco II - Re delle due Sicilie" in ricognizione.Camille de Rochefort, Rapporto militare al generale Adolphe Niel del 26 giugno 1859, Stampa anastatica ASM, Medole, 2014 Ne seguì un tafferuglio all'arma bianca (dove ebbero la peggio i comandanti dei due drappelli) che terminò ben presto, al sopraggiungere della fanteria francese, con la fuga degli Ulani e con il subitaneo inseguimento dei Cacciatori.
Grande era stata la sorpresa, per entrambe le formazioni di cavalleggeri, nell'incontrare il nemico così lontano dalle posizioni ove si presumeva fosse accampato, ma ancor maggiore fu lo stupore dei francesi che, inseguendo gli Ulani, furono costretti ad una rapida ritirata, trovandosi improvvisamente esposti al fuoco della fucileria e dell'artiglieria del 52º Reggimento di linea "Arciduca Francesco Carlo", principalmente composto da milizie della Baranya, fortemente attestato nella periferia e nell'abitato di Medole.Bruno Dotto, Accadde a Solferino. Le battaglie del 24 giugno ricostruite sulla base delle fonti archivistiche comparate, Solihull, Helion & Co., 2015
Seguendo le previsioni di entrambi gli stati maggiori avversari, questo fatto d'armi doveva essere considerato un irrilevante scontro di avanguardie in ricognizione, stimando il grosso degli eserciti nemici ancora ben lontani dal contatto.César Lecat de Bazancourt, La campagne d'Italie de 1859, Parigi, Amyot Editore, 1860, pagg.127-130
Tale fu la valutazione del generale Blumencron che, avvertito dello scontro nella sua dimora di Guidizzolo, neppure si prese la briga di svegliare il comandante della divisione, generale Crenneville, limitandosi ad organizzare una ricognizione a cavallo, per rendersi conto di persona della situazione, solamente dopo aver ricevuto un secondo messaggio dal maggiore Urs, comandante la piazzaforte di Medole.
Il generale Niel, invece, pur non immaginando che fosse l'inizio di una delle più grandi e sanguinose battaglie della storia, capì subito l'importanza strategica dell'abitato di Medole e decise di conquistarlo senza indugi. La strana presenza di un intero reggimento austriaco, supportato da reparti di cavalleria e pezzi d'artiglieria, aveva fortemente allarmato l'esperto militare francese che, senza chiedere né attendere ordini superiori, comandò un immediato attacco in forze, lanciando la 1ª Divisione.
Erano le ore 3.50 del 24 giugno 1859 e la "battaglia di Solferino e San Martino" era iniziata, nella totale inconsapevolezza di Napoleone III, Vittorio Emanuele II, Francesco Giuseppe e dei loro stati maggiori che, nei rispettivi palazzi di Montichiari (Palazzo Mazzucchelli), Lonato (Casa Zambelli) e Volta Mantovana (Palazzo Gonzaga-Guerrieri), ancora dormivano sonni tranquilli.
La battaglia Il rullo dei tamburi seguì immediatamente l'ordine di Niel e il generale de Luzy dispose le sue forze su tre colonne, formate dalle Brigate Douay e Lenoble, che attaccarono il villaggio di Medole rispettivamente da nord e da ovest, oltre alla colonna centrale guidata dallo stesso de Luzy. Il movimento venne sostenuto dal fuoco di una batteria del 13º Reggimento d'Artiglieria.
Ben presto la prima linea di difesa, ancora disorganizzata per poter reggere un simile impatto, venne travolta, ma gli austriaci ripiegarono ordinatamente verso le case di Medole che offrivano un riparo più sicuro, così arrestando l'avanzata dei fanti francesi.
L'8º reggimento di fanteria, guidato del tenente colonnello Ernest de Neuchèze, si lanciò all'assalto dell'abitato. I combattimenti proseguirono casa per casa e gli austriaci resistettero tenacemente alla pressione francese, fino a quando il generale Blumencron, tardivamente giunto in ricognizione e vista la situazione insostenibile, ordinò al maggiore Urs di ripiegare con quel che restava del 52º reggimento croato, pensando di poter riprendere Medole con l'azione di imponenti forze che già erano in marcia da Guidizzolo, richiamate dai colpi di cannone.
In quella prima fase, gli austriaci accusarono un centinaio di morti, un numero imprecisato di feriti e circa cinquecento prigionieri.
Alle 6 del mattino, dopo aver spento a cannonate l'ultimo focolaio di resistenza dei cecchini, posti sulla chiesa e sul campanile di San Rocco a proteggere la ritirata del 52º reggimento, Medole era sotto il totale controllo del IV Corpo d'armata francese.
Mentre i muli e i carri di servizio raccoglievano le centinaia di feriti ed accatastavano il centinaio di cadaveri austriaci e gli altrettanti francesi nella piazza principale, uno dei palazzi nobiliari veniva messo a disposizione per insediare la prima delle innumerevoli ambulanze improvvisate della battaglia di Solferino e San Martino che avrebbero ispirato l'idea della Croce Rossa a Henri Dunant, giunto nella zona in quella giornata.
Nel frattempo, senza attardarsi in festeggiamenti o bilanci, il generale Niel si era precipitato al limitare sud-est dell'abitato per febbrilmente mettere in batteria una decina di cannoni, rivolti sulla strada proveniente da Guidizzolo. La prima colonna austriaca apparve dopo pochi minuti e venne accolta con un furibondo fuoco d'artiglieria che, senza essere stato preventivamente regolato da tiri di aggiustamento, risultò scarsamente efficace, ma impressionò egualmente i comandanti austriaci per intensità e gittata, convincendoli ad attendere i rinforzi, prima di portare l'attacco. Era esattamente ciò che Niel sperava: avere mezz'ora di tregua per realizzare gli apprestamenti ed organizzare la tattica difensiva.
Niel dispose le sue truppe il linea da nord a sud, nell'ampio spazio (circa 4 km) che separa la vecchia strada Napoleonica dalla Seriola Marchionale. A nord la Divisione Vinoy, a sud la Divisione de Luzy e al centro la Divisione de Failly. A cavallo della strada Napoleonica, quale collegamento-cerniera con l'ala destra del II Corpo d'armata del generale generale Mac-Mahon, Niel posizionò le due Divisioni di cavalleria Desvaux e Partouneaux e vi installò una grande batteria, concentrando buona parte dei pezzi d'artiglieria di cui disponeva, affidandoli all'abile generale Soleille.
Perduta l'iniziale occasione di contrattacco, gli austriaci tentarono di riprendere il centro strategico di Medole con numerosi assalti, impegnando il III, il IX e l'XI corpi d'armata, forti di circa uomini, cavalli e 180 cannoni, concentrati nell'abitato di Guidizzolo e nelle sue vicinanze.
Il IV Corpo d'armata francese, con circa uomini, cavalli e 60 cannoni resse l'impatto in maniera egregia, infliggendo severe perdite agli austriaci e riuscendo, con una serie di magistrali azioni combinate di artiglieria, fanteria e cavalleria ad inchiodare il nemico sulle proprie posizioni.
Verso le 16, dopo aver ricevuto protezione sulla propria ala destra, per il sopraggiungere della divisione del generale Bourbaki, gli attacchi di Niel poterono essere portati con maggiore profondità e, finalmente, conquistare Guidizzolo poco prima delle 19, in seguito all'ordine di ritirata inviato dall'imperatore austriaco.
Alla termine dei combattimenti, il IV Corpo d'armata di Niel dovette registrare il triste primato della maggior percentuale di perdite, rispetto a tutti i corpi d'armata francesi, sardi e austriaci che avevano partecipato alla battaglia di Solferino e San Martino, con circa uomini fuori combattimento. È da aggiungere, però, che aveva causato il doppio di perdite nelle file dei tre corpi d'armata austriaci contro i quali si era battuto.
Gli scontri più sanguinosi avvennero per la conquista delle posizioni nevralgiche della Quagliara e di Casa Nuova, dove trovarono la morte oltre un migliaio di soldati e decine di alti ufficiali, tra i quali il colonnello francese Maleville ed il principe austriaco Karl Windisch-Graetz, nipote di Francesco Giuseppe. L'imperatore d'Austria, il 5 luglio 1859, inviò degli emissari per ottenere la restituzione del corpo del principe di Windisch-Graetz. Napoleone III dispose che le richieste dell'imperatore austriaco fossero soddisfatte e non si lasciò sfuggire l'occasione per velatamente lasciar intendere la propria disponibilità alle trattative che avrebbero portato all'armistizio di Villafranca.
La tattica di Niel
Il compito iniziale assegnato al IV Corpo d'armata era di occupare Guidizzolo, ma Niel si rese subito conto dell'impossibilità di tale impresa in relazione alla schiacciante superiorità numerica delle forze che aveva di fronte, composte dal grosso della I armata austriaca. L'unico vantaggio di cui disponeva era un modesto primato di gittata della propria artiglieria.
Mezz'ora dopo l'inizio della battaglia di Medole, già si udiva tuonare il cannone verso nord, dove il I Corpo d'armata del generale Hilliers aveva incontrato gli austriaci a Grole e, successivamente, il II Corpo d'armata del generale Mac-Mahon era stato intercettato a Cà Morino, a nord-est di Medole. Dopo aver conquistato il piccolo borgo di Cà Morino, Mac-Mahon si era posizionato, con il proprio stato maggiore, sulla cima del Monte Medolano, subito comprendendo che non si trattava dello scontro di avanguardie, ma di una battaglia di grandi dimensioni, anche se ancora non poteva immaginarne l'enormità. Subito aveva inviato il generale Lebrun a prendere accordi con Niel per coordinare un attacco verso Solferino.
Il nuovo e vitale compito del IV Corpo d'armata, quindi, era di difendere la conquista di Medole, così proteggendo il fianco destro di Mac-Mahon ed impedendo che la I e la II armata austriaca unissero le loro forze sulle alture di Solferino.
La linea del territorio da tenere ad ogni costo era caratterizzata a nord da terre sassose ed incolte e a sud da campi artificialmente irrigati e rigogliosamente coltivati a granoturco, delimitati da numerosi fossati e tra lunghi filari di gelsi.