La scultura etrusca è la produzione scultorea della civiltà etrusca, dalla prima età del ferro all'ellenismo, fra il IX e il I secolo a.C. Ne fanno parte la statuaria e il rilievo in pietra, la grande plastica e la decorazione degli edifici in terracotta, la statuaria e la piccola plastica in bronzo, i cinerari e i sarcofagi.

Di quella produzione manca il commento che gli Etruschi ne avrebbero potuto dare. Non è sopravvissuto nessun testo letterario etrusco, né poema né dramma né lirica: restano una mezza dozzina di iscrizioni religiose, fra dediche, contratti, liturgie e calendari, e circa novemila epitaffi brevissimi.. Quanto si sa dei giudizi antichi sulla scultura etrusca viene perciò da autori greci e romani, e l'interpretazione si regge sui monumenti e sui contesti di scavo.

Su questa produzione gli studi si interrogano da secoli intorno a una domanda sola, quella della sua originalità rispetto ai modelli che l'Etruria importava. Quei modelli, osserva Giovannangelo Camporeale, arrivavano con i manufatti e con i maestri dal Vicino Oriente, dalla Grecia o dall'Europa centro-settentrionale, variando secondo le epoche; ma quelli greci furono presenti in misura maggiore e più a lungo di ogni altro..

Panoramica generale

Che in antico la produzione etrusca godesse di fama lo mostra un detto che Ateneo attribuisce ai convitati di un simposio ateniese della fine del V secolo a.C.: i Tirreni, amanti delle arti, lavoravano in molti generi..

Le notizie più circostanziate vengono da Plinio il Vecchio. Plinio racconta che la plastice giunse in Italia con tre artefici al seguito del nobile corinzio Demarato, Euchir, Diopo ed Eugrammo. Marisa Bonamici legge il racconto su due piani: i tre nomi, tutti parlanti, denunciano una costruzione dotta, ma il fenomeno che la leggenda registra è reale, ed è l'arrivo in Etruria dei tetti di terracotta con il loro corredo decorativo. Il secondo artefice che Plinio nomina, Vulca di Veio, è invece per Bonamici un personaggio storico: il re Tarquinio Prisco lo chiamò a Roma perché modellasse in terracotta il simulacro del tempio di Giove Capitolino, le quadrighe destinate al colmo e un Hercules fictilis.. Ancora Plinio riferisce il rimprovero di Metrodoro di Scepsi, avverso a Roma, secondo il quale la presa di Volsinii nel 264 a.C. sarebbe avvenuta per impadronirsi delle duemila statue che vi si trovavano: cifra che, vera o polemica, dice quanto bronzo potesse affollare i santuari di una città etrusca. Orazio, infine, mette i Tyrrhena sigilla in un elenco di beni di lusso domestico, fra gemme, marmi, avori e stoffe di porpora: le statuette etrusche erano diventate arredo, e avevano perduto la destinazione religiosa per cui erano state fatte.

Il giudizio antico sulla scultura etrusca, però, è anche un giudizio di arretratezza. Quintiliano, muovendo dall'idea che la scultura sia un progressivo avvicinamento al vero, accostava le statue rigide degli scultori greci Callone ed Egesia a quelle etrusche; e altrove scriveva che riconoscere una statua «tuscanica» da una greca era facile quanto distinguere l'eloquenza asiana da quella attica. Bonamici avanza una spiegazione di quel giudizio: a Roma le sculture etrusche che si potevano vedere erano soprattutto simulacri arcaici di culto, e la loro presenza avrebbe condizionato in modo irreversibile il modo in cui i Romani guardavano a tutta la scultura etrusca, relegandola a un'arcaicità indifferenziata.

La stessa domanda attraversa l'età moderna. Giorgio Vasari, scrivendo della Chimera di Arezzo, vi riconosceva la perfezione raggiunta anticamente dall'arte «appresso i Toscani», pur ammettendo che i capelli, la cosa più difficile da scolpire, i Greci li rendessero meglio; e Winckelmann classificava come etrusche certe statue per il «contorno duro e tagliente» e per le pieghe tirate quasi a piombo. Il dibattito più acceso si ebbe nei primi decenni del XX secolo, dopo il ritrovamento dell'Apollo di Veio nel santuario di Portonaccio, quando alla plastica etrusca si applicarono categorie desunte dall'arte contemporanea, in chiave cubista o astrattista..

Giovannangelo Camporeale risponde alla domanda spostandola. In Etruria sono presenti, a seconda dei periodi, modelli vicino-orientali, greci ed europei, introdotti da manufatti e da maestri e pagati con le ricchezze che la regione traeva dalle proprie risorse naturali; l'Etruria li accoglie, li rimaneggia, li mescola e li piega alla domanda dei propri committenti, e in questo passaggio, non nell'invenzione degli schemi, sta per Camporeale l'originalità dell'arte etrusca. Il confronto con il modello, aggiunge, non sempre premia la copia: la resa scade nel prosaico, compaiono equivoci di forma e di soggetto, di un'iconografia si trattiene quel che sta in superficie, e ne vengono esiti decorativi e stilizzati che gli paiono normali dove gli stili non sono nati..

Maurizio Harari pone il problema in termini più radicali. Se l'arte greca appartiene ai Greci ed esprime ciò che si considera greco, l'arte etrusca dovrebbe appartenere agli Etruschi e rivelare qualcosa della loro identità; ma le sue manifestazioni, per quanto locali, si sono formate sotto l'influsso di concezioni nate in contesti in massima parte greci. Il paradigma con cui si misura l'arte etrusca è stato tratto dall'arte greca, ed è diventato per paradosso il criterio con cui l'identità etrusca viene definita, sempre in negativo, come non greca; gli elementi originali, di conseguenza, si sono cercati là dove quella dipendenza appare più allentata..

Etruria e la Grecia

I contatti con la Grecia si intensificarono quando i Greci fondarono le loro prime colonie nel sud della penisola, intorno al 775-750 a.C. Gli Etruschi adottarono un alfabeto simile a quello dei Greci e parte della loro mitologia, e importarono manufatti greci, in primo luogo ceramiche, e orientali. L'influenza fu tale che la nomenclatura con cui si periodizza l'arte etrusca è quella stessa usata per l'arte greca, dal geometrico all'ellenismo:

Periodo villanoviano: IX-VIII Periodo orientalizzante: VII secolo a.C. Periodo arcaico: VI-metà del V secolo a.C. Periodo classico: metà del V-IV secolo a.C. Periodo ellenistico: III-I secolo a.C.

I limiti cronologici, però, non coincidono. Camporeale segnala due scarti: l'arcaismo greco finisce con il VI secolo a.C., mentre in Etruria dura ancora per i primi decenni del secolo seguente; e l'ellenismo, che in Grecia si fa cominciare dalla morte di Alessandro Magno nel 323 a.C., in Etruria si apre con qualche decennio di ritardo. Quanto ai modelli greci, per Camporeale non offrirono ai maestri locali soltanto spunti e suggestioni: portarono con sé anche una regola, quella degli stili che in Grecia erano correnti..

Che l'assimilazione fosse tanto ampia non impediva né ai Greci né ai Romani di considerare gli Etruschi un popolo distinto. Lo studio moderno della loro cultura comincia nel Rinascimento e si approfondisce dal XIX secolo, ma per molto tempo nella scultura etrusca si vide una imitazione senza invenzione di quella greca; la valutazione è poi mutata, fino a riconoscerle in buona misura un carattere proprio. Resta difficile, in parecchi casi, distinguere le sculture greche rinvenute in Etruria da quelle etrusche, e il quadro si complica per la perdita di gran parte della produzione maggiore..

Caratteristiche

Il carattere privato di gran parte della scultura etrusca fu determinato dall'esistenza di una élite molto ricca e altamente erudita, amante dell'arte e del lusso, tendente all'autocelebrazione. La profonda credenza in una vita dopo la morte fece sviluppare agli Etruschi un complesso sistema di pratiche funebri il cui obiettivo era prima di tutto fornire al defunto conforto nella dimora sepolcrale, riempiendola di oggetti destinati a facilitare la sua vita futura. A partire dal periodo orientalizzante. progettarono le tombe come fossero vere case per i defunti, abitudine che si perpetuò finché la loro cultura non si immerse in quella romana, variando però nelle sue caratteristiche in funzione dell'epoca, della religione e della classe sociale del defunto. In determinate fasi le tombe dei personaggi più importanti potevano essere straordinariamente ricche...

Di quella produzione si conosce per nome un solo scultore, Vulca di Veio, ricordato da Plinio perché lavorò a Roma. Jocelyn Penny Small osserva però che l'anonimato non autorizza la conclusione che in otto secoli l'Etruria non abbia prodotto nessuno che meriti il nome di artista: è piuttosto la storiografia ad avere a lungo riservato agli Etruschi la parola artigiano e ai Greci quella di artista, al punto che opere come la Chimera di Arezzo o le pitture della tomba della Caccia e della Pesca sono state attribuite da alcuni studiosi a mani greche. I Romani, del resto, non avevano dubbi sull'eccellenza etrusca nella terracotta e nel bronzo..

La religione determinò anche la preferenza per certe tipologie scultoree presenti nelle tombe, come ex voto e statuette di dei, con risalto per le figure della Madre, del Padre e della Figlia divini, identificati con vari dei locali, oltre alle figure dei defunti scolpiti sulle urne funerarie e sui sarcofagi. La statuaria legata ai contesti funebri è di gran lunga la più abbondante nella produzione etrusca.. Anche altre tipologie furono importanti, sempre associate alla religione: statuette, amuleti e rilievi mostrano immagini di forte vivacità sessuale, usate in un'ampia varietà di pratiche rituali apotropaiche..

Alle scene violente, e in particolare al sacrificio umano, la letteratura ha attribuito a lungo un rilievo speciale, come se rivelassero un gusto etrusco per il sangue: Alexandra Carpino ne ripercorre la formazione, da Francis Vian nel 1949, che parlava di una maniera molto più brutale e la riferiva alla mentalità del popolo, fino a Giuliano Bonfante e a Robin Osborne alla fine del Novecento. Quella lettura, scriveva Carpino nel 2016, è ormai riconosciuta da molti studiosi come inesatta: nasce da assunti ripetuti ma sbagliati sul numero e sulla varietà delle immagini violente, e da un pregiudizio che non teneva conto di quanto le stesse immagini fossero frequenti nell'arte greca.. Nel corpo complessivo dei soggetti quelle immagini restano una minoranza, e proprio per questo la loro presenza va letta come una scelta deliberata: nel santuario il castigo inflitto ai mortali che avevano ecceduto rendeva visibile l'autorità degli dei; nella tomba il motivo della morte violenta rispondeva alle esigenze rituali del defunto e della sua famiglia; nella casa le storie greche selezionate mettevano in scena comportamenti da imitare oppure trasgressioni che minacciavano la sopravvivenza della discendenza..

Un secondo luogo comune riguarda il corpo. Francesco de Angelis ricorda che la definizione dei tratti fisici tipici degli Etruschi affascina fin dall'antichità, dallobesus Etruscus di Catullo al pinguis Tyrrhenus di Virgilio, e che ogni epoca ha modellato quell'interesse sulle proprie categorie, nel presupposto che l'identità etrusca sia circoscrivibile e abbia una base corporea. Sul piano della forma artistica, de Angelis osserva che l'Etruria importava gli elementi di stile greci mentre si stavano formando, senza il filtro storicistico che caratterizzerà invece il rapporto di Roma con l'arte greca, e che la ricezione degli ideali e delle pose del corpo non vi fu probabilmente organizzata in termini di stili definiti; la pluralità dei centri, ciascuno con tradizioni proprie e nessuno dominante sugli altri, rende anzi dubbio che si possa parlare di un sistema unico..