Lagricoltura nell'antica Roma non era solamente una necessità, ma era anche idealizzata nella società d'élite come uno stile di vita. Cicerone considerava l'agricoltura come la migliore fra le occupazioni romane: nel suo trattato Sui doveri, dichiarava che «fra le occupazioni nelle quali il guadagno è assicurato, nessuna è migliore dell'agricoltura, né più proficua, né più piacevole, né più consone all'uomo libero»; quando uno dei suoi clienti fu deriso nella corte per aver preferito uno stile di vita rurale, Cicerone difese la vita di campagna come «maestra di economia, operosità e giustizia» (parsimonia, diligentia, iustitia).Pro Roscio Amerino
Catone, Columella, Varrone e Palladio scrissero manuali sull'attività agricola. La coltivazione di base era il grano, e il pane era il pilastro di ogni tavola romana. Nel suo trattato De agricultura ("Sull'agricoltura", II secolo a.C.), Catone scrisse che la produzione migliore era il vigneto, seguito da: un giardino irrigato, una piantagione di salici, un uliveto, un pascolo, un campo di grano, alberi da foresta, un vitigno sostenuto da alberi, e infine un bosco di alberi da ghianda.Cato the Censor, Columbia University Records of Civilization: On Farming, tradotto by Ernest Brehaut (Columbia University Press) Nonostante Roma si appoggiasse alle risorse prodotte delle sue molte province ottenute con guerre e conquiste, i Romani più ricchi svilupparono le terre in Italia per produrre una varietà di prodotti. "La popolazione della città di Roma costituiva un grande mercato per l'acquisto degli alimenti prodotti nelle aziende agricole italiche".Hopkins, Conquerors and Slaves, pgs 1-9, 1978
La proprietà della terra era un fattore determinante nella distinzione fra l'aristocrazia e la plebe, e più terra possedeva un romano, più sarebbe stato importante nella città. I soldati erano spesso ricompensati con terreni dai comandanti sotto i quali servivano. Nonostante le aziende agricole dipendessero dal lavoro servile, uomini liberi e cittadini venivano assunti per supervisionare gli schiavi e assicurare che l'azienda funzionasse agevolmente.
Pratiche nell'agricoltura
Nel V secolo a.C., le terre a Roma erano divise in piccoli appezzamenti a conduzione familiare. I Greci del periodo, però, avevano iniziato ad usare la rotazione delle colture e ad avere grandi tenute. I contatti romani con Cartagine, la Grecia e l'est ellenistico, migliorarono i metodi dell'agricoltura romana, che raggiunse il suo apice in produzione ed efficienza fra l'età tarda della repubblica e l'inizio dell'impero Romano.Howatson, M.C. (1989), The Oxford Companion to Classical Literature (Oxford University Press) pp. 17-19
La dimensione delle aziende agricole a Roma poteva essere divisa in tre categorie. Le piccole proprietà terriere potevano avere da 18 a 108 iugeri, dove uno iugero equivaleva a circa 0.65 acri o ad un quarto di ettaro. Le medie proprietà avevano dagli 80 ai 500 iugeri. Le grandi proprietà terriere (chiamate latifondi) avevano oltre 500 iugeri.White, KD (1970), Farming (Cornell University Press)
Nell'epoca della tarda repubblica, il numero di latifondi aumentò. I romani benestanti compravano la terra ai contadini della plebe che non riuscivano più a guadagnarsi da vivere; infatti, dal 200 a.C., le Guerre puniche chiamarono alle armi i contadini plebei per lunghi periodi di tempo.Cornell, Tim (1982), Atlas of the Roman World (Facts on File) pg 55
Le mucche provvedevano al latte, mentre i buoi e gli asini eseguivano il lavoro pesante nell'azienda agricola. Il latte delle pecore e capre era utilizzato nella produzione di formaggi, mentre le loro pelli erano considerate di valore. I cavalli non erano utilizzati per la maggior parte nell'agricoltura, ma usati dai ricchi nelle corse o nelle guerre. La produzione di zucchero si concentrò sull'apicoltura, mentre alcuni Romani allevarono lumache come vivanda di lusso.
I Romani utilizzavano quattro metodi di conduzione dei terreni agricoli: lavoro diretto eseguito dal proprietario e dalla sua famiglia; terreno affittato a terzi o mezzadria, che consisteva nella divisione dei prodotti fra il proprietario e il mezzadro; lavoro eseguito da schiavi posseduti da aristocratici e sottoposti ad un continuo supervisionamento; e altri arrangiamenti in cui la terra era ceduta in affitto ad un contadino.
Catone il Vecchio (conosciuto anche come Catone il Censore) fu politico e uomo di stato della seconda metà dell'età repubblicana romana e descrisse il suo punto di vista su come dovesse essere condotto un lotto di terra di 100 iugeri. Sostenne che una tale azienda agricola dovesse avere: "un caposquadra, la moglie del caposquadra, dieci braccianti, un conducente di buoi, un conducente di asini, un uomo in carica del boschetto di salici, un porcaro, per un totale di sedici persone; due buoi, due asini per il trasporto dei carri, un asino per il lavoro nel mulino." Disse anche che una azienda agricola dovesse avere: "tre presse completamente equipaggiate, giare in cui raccogliere cinque vendemmie, per un ammontare di ottocento cullei, venti giare per il deposito degli scarti delle presse enologiche, altre venti per il grano, e coperture a parte per le giare, sei amphorae ricoperte per metà da fibre, quattro amphorae rivestite di fibre, due imbuti, tre colini di vimini, [e] tre colini da immergere nei fiori, dieci giare per [il trattamento] del succo d'uva..."
Commercio
Il commercio fra le province dell'impero era florido, e tutte le regioni dell'impero erano perlopiù economicamente indipendenti. Alcune province si specializzarono nella produzione del grano, altre in quella del vino e altre nella produzione di olio d'oliva, a seconda del tipo di terreno. Columella scrisse nel suo De re rustica, "Un terreno che sia pesante, calcareo e umido non è inadatto alla crescita invernale di grano e farro. L'orzo non tollera nessun posto se non quelli secchi e non solidi."Lucio Giuno Moderato Columella, Sull'agricoltura (De re rustica), (Loeb Classical Library), II, p. 145
Plinio il Vecchio scrisse ampiamente sull'agricoltura nel suo Naturalis Historia, dal XII al XIX libro, incluso il capitolo XVIII, La Storia Naturale del Grano
Alcuni dei prodotti coltivati erano: il carciofo, la senape, il coriandolo, la rucola, l'erba cipollina, il porro, il sedano, il basilico, la pastinaca, la menta, la ruta, il timo, la barbabietola, il papavero, l'aneto, l'asparago, il ravanello, il cetriolo, la zucca, il finocchio, il cappero, la cipolla, lo zafferano, il prezzemolo, la maggiorana, il cavolo, la lattuga, il cumino, l'aglio, il fico, l'uva, l'albicocca armena, le prugne, la mora e la pesca.John Henderson. Roman Book of Gardening. Routlage 2004. New York. Palladius. p 40-65
Il geografo greco Strabone considerava la pianura del Po (nord Italia) la zona di maggior importanza economica perché "tutti i cereali vanno bene, ad eccezione del miglio che ha la precedenza, poiché il terreno è così ben irrorato. La provincia dell'Etruria ha un terreno denso, buono per il grano. Il terreno vulcanico della Campania è ottimo per la produzione di vino. In aggiunta alla conoscenza delle varie categorie di terreno, i Romani si interessarono inoltre a quale tipo di concime fosse più adatto il terreno. Il miglior concime era quello del pollame, e quello di mucca uno dei peggiori. Il concime di pecora e di capra aveva anch'esso la sua valenza. Il concime d'asino era il migliore negli usi immediati, mentre quello di cavallo non andava bene nei campi di grano, ma secondo Marco Terenzio Varrone funzionava molto bene nei pascoli, perché "aiutava l'intensa crescita di piante come l'erba".
Economia
Nell'impero romano, una famiglia di 6 persone doveva coltivare 12 iugeri/ 3 ettari di terreno per riuscire a soddisfare il bisogno nutrizionale minimo (senza animali).Kehoe, D, 1988, Economics of Agriculture on Roman Imperial Estates in North Africa, Gottingen: Vandenhoeck & Ruprecht Se la famiglia possedeva animali come aiuto per la coltivazione della terra, erano allora necessari 20 iugeri. Lo stesso ammontare era necessario per la sussistenza se il terreno era coltivato usando il metodo della mezzadria, come nell'Africa Proconsolare del II secolo d.C., nel qual caso un terzo del raccolto totale andava al proprietario come pagamento dell'affitto (vedi Lex Manciana).
Queste cifre si riferiscono solo ai livelli di sussistenza. È chiaro che nelle provincie con surplus di produzione, questo veniva trasportato, per rifornire l'Annona di grano.
Per i raccolti di grano, le cifre variano a seconda della fonte. VarroneGreen, C.M.C., 1997, 'Free as a Bird: Varro de re Rustica 3', The American Journal of Philology, Vol. 118, No. 3 pp. 427-448 menziona un rapporto di 10:1 raccolto-semenza per il grano come la norma per i proprietari terrieri ricchi. In alcune aree dell'Etruria, il raccolto poteva essere elevato fino a 15:1. Cicerone indica nel In Verrem, un raccolto dell'8:1 come norma, e del 10:1 in raccolti eccezionalmente buoni. Paul Erdkamp menziona nel suo libro The Grain Market in the Roman Empire, che Columella era probabilmente non obiettivo quando menziona il molto più basso rapporto del 4:1. secondo Erdkamp, Columella voleva indicare che 'il grano offre poco profitto a confronto del vino. Il suo ragionamento lo induce ad esagerare la redditività dei vigneti e allo stesso tempo a diminuire i raccolti ottenuti con la coltivazione del grano. Nel migliore dei casi, Columella riferisce una cifra affidabile per i terreni poveri; nel peggiore dei casi, la sua stima non è assolutamente affidabile.
Un'unità di misura agricola era conosciuta come fundus.
L'Egitto era anch'esso importante nella produzione di grano per Roma. Di norma, carichi di grano egizio potevano ammontare fino a 20 milioni di modii o più all'anno. Questo numero può essere trovato nell'Epitome de Caesaribus. 20 milioni di modii di grano erano sufficienti per sfamare metà o due terzi di Roma.
Plinio il Giovane disse che Roma sarebbe in grado di sopravvivere anche senza il grano egiziano nella suo orazione nel Panegyricus del 100 d.C., dopo che nel 99 ci fu una crisi nel raccolto egizio dovuta a scarse precipitazioni.Paul Erdkamp, The Grain Market in the Roman Empire, Cambridge University Press 2005, Pp. 42-44, 49, 243, quote on page 228
Plinio il Giovane dichiarò che:'per molto tempo si era creduto che Roma avrebbe potuto essere sfamata e mantenuta grazie all'aiuto egizio'. Affermazione da lui ribattuta con:'Adesso [che] abbiamo restituito al Nilo le sue ricchezze... il suo compito non quello di permettere a noi di cibarsi ma di pagare un giusto tributo.
Meccanizzazione
I Romani migliorarono la crescita del grano innaffiando le piante con l'utilizzo degli acquedotti ed esistono prove sempre maggiori che parte del processo era meccanizzato. Per esempio, ci fu un ampio utilizzo di mulini in Gallia e a Roma per trasformare il grano in farina. I resti più impressionanti ancora esistenti si trovano a Barbegal, nel sud della Francia, vicino ad Arles. Sedici mulini ad acqua divisi in due colonne venivano nutriti dall'acquedotto principale di Arles, nel quale l'efflusso d'acqua del primo riforniva il successivo della serie. I mulini apparentemente operarono dalla fine del primo secolo d.C. fino alla fine del III secolo. La portata dei mulini è stata stimata attorno alle 4.5 tonnellate di farina giornaliere, sufficienti a rifornire di pane i 12 500 abitanti che occupavano la città di Arelate a quel tempo.
La ruota idraulica verticale era ben conosciuta ai Romani, descritta da Vitruvio nel suo De Architectura del 25 a.C., e menzionata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia del 77 d.C. Esistono anche riferimenti successivi a mulini ad acqua galleggianti da Bisanzio e di segherie sul fiume Moselle da parte del poeta Ausonio. L'uso di mulini ad acqua sequenziali fu largamente utilizzato nelle miniere romane.