La parola ai giurati (12 Angry Men) è un film del 1957 diretto da Sidney Lumet, al suo debutto alla regia.

La sceneggiatura di Reginald Rose è un adattamento del proprio originale soggetto Twelve Angry Men, scritto nel 1954 per la TV, che racconta la storia di un componente di una giuria che, sulla base di un "ragionevole dubbio", tenta di persuadere gli altri undici membri ad assolvere un ragazzo diciottenne, accusato di parricidio.

Il film, manifestando la sua origine teatrale, si caratterizza per essere quasi interamente girato su un solo set cinematografico. Ad esclusione di tre minuti suddivisi tra l'inizio e la fine nell'aula del Tribunale, e due brevi scene girate in una sala da bagno, l'intera vicenda si svolge nella stanza di consiglio nella quale si riunisce la giuria popolare. Ad eccezione dei giurati n. 8 e n. 9, che rivelano i rispettivi nomi al momento di accomiatarsi all'uscita dal tribunale, nessun nome è usato nel film: all'imputato ci si riferisce con "il ragazzo", ai testimoni con "il vecchio" e "la donna dall'altra parte della strada". Nel doppiaggio in italiano il giurato n. 6, a inizio film, dice di chiamarsi Scott mentre firma un documento, ma questo nome non viene pronunciato nella versione originale.

Nel 2007 l'American Film Institute lo inserì all'ottantasettesimo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi (nella classifica originaria del 1998 non era presente).

Trama

È in corso un processo per omicidio di primo grado a New York: un uomo è morto e suo figlio è accusato di essere l'assassino. In accordo con la legislazione statunitense, il verdetto deve essere espresso all'unanimità, dato che un verdetto non unanime porterebbe alla ripetizione del processo. La giuria è inoltre informata che un verdetto di colpevolezza condannerà certamente il ragazzo alla sedia elettrica, poiché il giudice rifiuterà qualsiasi richiesta di grazia. I dodici giurati dall'aula del tribunale si dirigono verso la stanza in cui svolgeranno il proprio lavoro e dove, discutendo il caso, conosceranno la personalità l'uno dell'altro.

All'inizio il raggiungimento dell'unanimità sembra semplice: per votazione esplicita 11 giurati si esprimono a favore della colpevolezza, mentre il giurato numero 8 vota per l'assoluzione, ma si dichiara in realtà dubbioso. Si passano rapidamente in rassegna le prove, ritenute schiaccianti: Un uomo anziano, che abita nell'appartamento al piano inferiore di quello dove è avvenuto il delitto, dichiara di aver sentito il figlio gridare "Ti ammazzo!" e subito dopo il rumore di un corpo che cade; dopo poco ha udito qualcuno scappare e, uscendo dall'appartamento, ha affermato, sotto giuramento, di aver riconosciuto il figlio della vittima. Il coltello a serramanico con cui è stato ucciso l'uomo è identico a quello che il giovane aveva acquistato poche ore prima, dopo aver litigato con il padre, ed il riconoscimento dell'oggetto è avvenuto in aula da parte dello stesso negoziante che l'aveva venduto, il quale sostiene anche che fosse molto raro. Una donna che abita nel palazzo di fronte afferma di avere assistito all'omicidio dalla finestra della sua camera da letto.

Gli alibi del ragazzo invece sembrano inconsistenti: Sostiene come al momento del delitto fosse al cinema, ma non ricorda né il titolo del film né i nomi degli attori; inoltre nessuno si ricorda di averlo visto. Afferma che il coltello era stato effettivamente comprato da lui, ma in seguito perduto nel cinema stesso.

Il giurato n. 8 basa i suoi dubbi sul fatto che l'avvocato del ragazzo, nominato difensore d'ufficio, fosse stato piuttosto timoroso nei suoi interrogatori, essendo alle prime armi, nonché alle prese con una causa probabilmente persa in partenza. Esplicitando quindi i suoi dubbi su alcuni punti per lui ancora non chiariti, il giurato n. 8 richiede una nuova votazione a scrutinio segreto da cui si astiene esplicitamente. A sorpresa su 11 votanti c'è un nuovo voto a favore dell'assoluzione: in breve si scopre che è il giurato n. 9, che ritiene giusto discutere in modo più approfondito, essendo una questione di vita o di morte.

Si ripercorre pertanto il processo, vengono riesaminate le prove messe agli atti, in particolare il coltello che è servito come arma del delitto, e vengono riconsiderate le testimonianze a carico dell'accusato. A poco a poco, con la collaborazione di tutti i giurati, le varie prove che sembravano solide crollano: Il coltello è tutt'altro che raro: il giurato n. 8 ne ha con sé uno identico e afferma di averlo trovato senza difficoltà in un negozio. Il movente appare debole: il ragazzo e il padre avevano litigato in passato più volte e l'episodio di quella sera non era particolarmente significativo. Le testimonianze a carico del ragazzo appaiono poco credibili. La donna avrebbe visto la scena attraverso i finestrini delle ultime carrozze di un treno che stava passando in quel momento sulla metropolitana sopraelevata. Per quanto riguarda il vecchio, sembra impossibile che possa aver distinto chiaramente la voce del ragazzo con il frastuono del treno e, osservando la pianta dell'appartamento, appare inverosimile anche che abbia potuto vederlo mentre fuggiva: egli ha seri problemi a camminare e non avrebbe potuto raggiungere la porta dell'appartamento in tempo. Il modo in cui era stato usato il coltello appare strano: il defunto è stato colpito dall'alto verso il basso, come avrebbe fatto un uomo di altezza simile e con un normale coltello. Viceversa, trattandosi di un coltello a serramanico, era più logico che una persona abituata al suo uso come il ragazzo lo avesse usato dal basso verso l'alto, e il ragazzo è molto più basso del padre (1,70 m contro 1,90 m). Viene fatto notare come alcuni comportamenti del ragazzo, che lo fanno apparire colpevole, siano in realtà normali in un momento di forte tensione emotiva: lo stesso grido "Ti ammazzo!" viene urlato dal giurato n. 3 al n. 8 in un momento di esasperazione. Inoltre si scopre che in realtà al processo il ragazzo ricordava il film visto e che la dimenticanza risale esclusivamente al momento del ritorno a casa, quando trova la polizia ad accoglierlo e il padre ucciso: l'emozione del momento potrebbe essere la causa della confusione. Infine viene demolita la testimonianza della donna: il giurato n. 9 nota infatti che la donna portava gli occhiali, anche se per vezzo non li indossava in fase di deposizione al processo. Ella ha testimoniato di aver visto la scena del delitto dal suo letto dove non riusciva a dormire per il caldo, e da lì ha visto la scena attraverso i finestrini del treno che passava; dato che si trovava a letto, era certo che non indossasse gli occhiali e quindi è del tutto improbabile che avesse potuto distinguere nitidamente il volto dell'assassino a 20 metri di distanza, attraverso i finestrini di un treno in corsa e nella penombra.

A mano a mano che si analizzano gli indizi, si ripetono le votazioni e il numero degli innocentisti aumenta, passando rapidamente da due a tre fino ad arrivare a sei; alla fine si arriva ad un nove a tre per l'innocenza, che diventa undici a uno quando si capisce che anche la testimonianza della donna non è più attendibile. L'unico ad insistere per la colpevolezza è il giurato n. 3, che infine crolla, ammettendo implicitamente che la sua avversione per l'imputato nasce da una proiezione del rancore verso il proprio figlio con il quale ha avuto un difficile rapporto e che lo aveva abbandonato.

A questo punto la giuria decide per l'innocenza dell'imputato. Uscendo dal tribunale, i giurati 8 e 9, principali artefici dell'assoluzione, si salutano presentandosi.

Produzione

La parola ai giurati, con la sceneggiatura di Reginald Rose, fu inizialmente prodotto per la televisione e trasmesso nella serie antologica della CBS Studio One nel 1954 (una copia su pellicola della trasmissione TV, che risultava smarrita da anni e si pensava fosse andata perduta, fu ritrovata nel 2003).

Il successo del film tv portò ad un adattamento per il grande schermo. Sidney Lumet, i cui precedenti come regista includevano drammi per produzioni televisive come The Alcoa Hour e Studio One, fu incaricato da Henry Fonda e Reginald Rose di curarne la regia. La parola ai giurati fu il primo film di Lumet, e per Fonda e Rose, che coprodussero il film, fu l'unico esperimento come produttori. Fonda più tardi dichiarò che non avrebbe mai più prodotto un film.

Le riprese furono completate, dopo un breve ma rigoroso programma di prove, in 17 giorni e con un budget di $340.000, come riportato in Reading on Twelve Angry Men, edito da The Greenhaven Press, 2000.

All'inizio del film, la macchina da presa è posta al di sopra dello sguardo e usa lenti grandangolo, per dare la sensazione di maggiore distanza fra i soggetti, ma con il progredire del film, l'inquadratura è gradualmente ristretta. Verso la fine delle riprese quasi tutti i personaggi sono mostrati in primo piano usando specifici obiettivi e un'angolatura più bassa, per diminuire o accorciare la profondità di campo. Lumet, che iniziò la carriera come direttore della fotografia, dichiarò che con l'utilizzo di queste tecniche, e con la collaborazione del cineasta Boris Kaufman, aveva cercato di creare una palpabile sensazione di claustrofobia.

Distribuzione Tagline Life is in their hands - Death is on their minds! (La vita è nelle loro mani - La morte è nelle loro menti!)

Accoglienza Alla prima proiezione, La parola ai giurati ricevette critiche entusiastiche. A. H. Weiler del New York Times scrisse: "È una storia tesa, coinvolgente e avvincente che va ben al di là dei confini della sala di giuria in cui è ambientata". Il critico operò uno studio approfondito dei personaggi dei 12 giurati, concludendo che "i loro drammi sono abbastanza forti e provocanti da tenere lo spettatore con il fiato sospeso." Tuttavia il film registrò incassi deludenti, probabilmente perché in controtendenza con pellicole a colori e a schermo panoramico.

Riconoscimenti

1958 - Premio Oscar Candidatura Miglior film a Henry Fonda e Reginald Rose Candidatura Migliore regia a Sidney Lumet Candidatura Migliore sceneggiatura non originale a Reginald Rose 1958 - Golden Globe Candidatura Miglior film drammatico Candidatura Migliore regia a Sidney Lumet Candidatura Miglior attore in un film drammatico a Henry Fonda Candidatura Miglior attore non protagonista a Lee J. Cobb

1958 - Premio BAFTA Miglior attore protagonista a Henry Fonda Candidatura Miglior film 1957 - Festival di Berlino Orso d'Oro a Sidney Lumet OCIC Award a Sidney Lumet 1958 - Nastro d'argento Migliore regia a Sidney Lumet

Il film fu candidato all'Oscar nelle categorie "miglior regista", "miglior film", e "migliore adattamento cinematografico", ma fu messo in ombra da Il ponte sul fiume Kwai, kolossal bellico che nel 1958 vinse sette Oscar. Al Festival internazionale di Berlino, La parola ai giurati vinse l'Orso d'Oro.

Nel 2007 fu scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Adattamenti

TV/Cinema

La parola ai giurati fu riadattato per la televisione nel 1997. Diretto da William Friedkin, nel rifacimento recitano George C. Scott, James Gandolfini, Tony Danza, William Petersen, Ossie Davis, Hume Cronyn, Courtney B. Vance, Armin Mueller-Stahl, Mykelti Williamson, Dorian Harewood, e Jack Lemmon.