La posizione politica di Seneca riflette la visione etica stoica ed eclettica del filosofo, che fu attivo politicamente dal principato di Caligola a quello di Claudio e Nerone. Lo sviluppo dei rapporti di Seneca con la politica si evidenzia attraverso l'analisi delle sue opere letterarie e i suoi atti politici. Seneca fu precettore di Nerone e tentò di spingerlo ad essere un re-filosofo, scrivendo il De ira e il De clementia, come sarà in seguito Marco Aurelio. Dopo i cinque anni "di buon governo" in cui il filosofo fu uno dei consiglieri del princeps, Seneca fu allontanato dall'imperatore, che assunse atteggiamenti tirannici e autocratici, e costretto poi al suicidio per il suo presunto coinvolgimento nella congiura dei Pisoni contro Nerone.

Il Seneca della Consolatio ad Polybium Contestualizzazione La Consolatio ad Marciam è la più antica delle opere senecane conservate.Si veda a proposito Lana I., 1955. Lucio Anneo Seneca, Torino , ma soprattutto, testo diretto di riferimento, Letta C., 1997 Seneca tra politica e potere In questa “consolazione”, datata tra il 37 ed il 39, Seneca offre una connotazione negativa della figura del rex, attribuendo al principato romano molti dei difetti del potere che nella storia hanno trasformato i re in tiranni. L'opera esprime tutto il disincantato spirito giovanile di un Seneca ancora convinto di poter lottare per la restaurazione della Repubblica, restituendo la libertas al popolo romano. Non uno solo, a partire da Augusto del quale si ironizza sulla divinizzazione, tra tutti i principi indicati, viene salvato dal giudizio critico di Seneca.

Un'evoluzione del suo pensiero è riscontrabile già pochi anni dopo all'interno del trattato De ira (la datazione dell'opera si aggira intorno al 54). In questo trattato l'ira è vista come elemento discriminante tra il buon re ed il cattivo re: pare dunque possibile il governo di un buon re, elemento non presente nella Consolatio ad Marciam. Tale evoluzione di pensiero è attribuibile all'avvenuta morte dell'odiato Caligola, iroso re dagli stravaganti comportamenti, e all'avvento al potere di Claudio, certamente, soprattutto in un primo momento, ben più mansueto. Seneca, che in questo momento esercita il ruolo di oratore, parrebbe suggerire, tramite la stesura di un trattato precettistico sul comportamento del princeps, la sua volontà di avvicinamento ad un ruolo di guida politica, o meglio, di supporto all'autorità del principe.

L'opera seguente, la Consolatio ad Helviam matrem, è poco rilevante sotto il profilo politico, poiché i temi politici sono praticamente assenti. È invece importante ricordare che questa, datata al 42 circa, dovrebbe essere la prima delle opere scritte da Seneca durante la sua relegatio in Corsica, punizione inflittagli da Claudio. Seneca, d'altronde, se la prende con Caligola (nei confronti del quale erano ancora vive le vecchie ruggini) in quello che praticamente è l'unico accenno alla condotta dei politici all'interno dell'opera, criticando il dispendioso sfarzo di una cena organizzata dal defunto principe.

La visione stoica del re saggio e l'onesta necessità

La terza ed ultima delle consolazioni, la Consolatio ad Polybium, è databile tra il 43 e gli inizi del 44. Un aspetto che colpisce sono le sperticate lodi al principe Claudio, elemento che ha attirato fortissime critiche nei confronti del filosofo, accusato di aperta ruffianeria ed esagerata adulazione. Inoltre risalta il fatto che praticamente ogni accenno fatto nei confronti del principato delinei la figura di una guida positiva e validaSi veda come esempio al riguardo un elogio ad Augusto, Ad Polyb. 15, 3: victorque divus Augustus non gentium tantummodo externarum sed etiam dolorum fuit.. Il principe è visto infatti come figura ricca di buone virtù, come l'indulgenza e lo zelo (Vide quantam huius in te indulgentiae fidem, quantam industriam debeas, Ad Polyb. 7, 1), ma anche la giustizia, suggerita in questo caso per valutare onestamente la sua causa, ovvero la relegatio (Viderit: qualem volet esse existimet causam meam; vel iustitia eius bonam perspiciat vel clementia faciat bonam, Ad. Polyb. 13,3). Si inserisce, con il testo citato, anche il tema della clementia, futuro argomento centrale per un intero trattato precettistico sul comportamento del principe. Ogni lode presente nella consolazione al liberto Polibio è dedicata al Caesar, titolo significante il reggimento politico del principato, dunque, secondo la contemporaneità contingente all'opera, Claudio.

Seneca desiderava tornare dall'esilio; al tempo stesso probabilmente riteneva di poter influenzare Claudio in positivo.Una sintesi della riflessione la offre Letta 1997, (pag. 64): “l'adulazione interessata, funzionale allo sperato richiamo di Seneca dall'esilio, è innegabile, ma non del tutto; (…) lodare l'imperatore del momento per le virtù che ha già, nella speranza di vincolarlo ad esse”.

Cresce gradualmente l'accettazione del principato, come forma di governo, già sviluppata, d'altronde, nelle opere precedenti. Mancava già nel De ira, ma soprattutto nella Consolatio ad Helviam matrem, infatti, ogni spinta sovversiva per un ritorno alla Repubblica. Seneca ormai ha compreso l'inevitabilità della forma istituzionale del principato e così non può che scegliere, come soluzione migliore, quella di selezionare ed educare un principe.

Un altro elemento è di fondamentale importanza, nonché ulteriore motivo di critica rivolta a Seneca: la visione del principe come “dio” razionale, del quale Seneca accetta la divinizzazione da morto, ma anche da vivo. L'imperatore è infatti visto come il “vicario di Giove sulla Terra”. Seneca è prima di tutto un filosofo stoico (chiama “i nostri” gli stoici), sebbene accolga anche alcuni aspetti di altre filosofie, come quella epicurea. Gli stoici avevano un'idea metafisica dei fondamenti della realtà e tutto ciò che avviene è regolato da un “dio” razionale: perciò tutto si svolge per necessitas. Il re stesso incarna la necessitas divino-umana. Il tiranno è infatti l'opposto diretto e negativo del buon re, il quale è invece colui che non si lascia traviare dai piaceri, ma persegue l'industria e serve l'impero ed è appunto benefattore del suo popolo. In certi casi ed in certe zone, soprattutto più periferiche, si sviluppò persino l'idea di un imperatore taumaturgo, anche per spinte ideologiche orientali. Dunque le adulazioni di Seneca nellAd Polybium sono figlie anche di queste visioni, che sfoceranno successivamente nella storia, fino ad un linguaggio ed una visione sacrale dell'imperatore. Egli è l'esempio dal quale trarre valori e stimoli. Dove non può essere presente, la sua "presenza" è resa tramite statue della sua persona.Osserva Gabba 1991 (pag. 257): l'imperatore “Come le stelle è inserito in un corso obbligato” e deve essere presente come un “sole” per tutti i suoi sudditi, fino alle province orientali più lontane. D'altronde è Seneca stesso a paragonare l'imperatore ad una stella. Seneca aveva intenzione di entrare nel tessuto politico e doveva così accettarne e condividerne gli aspetti. Così si spiega l'atteggiamento adulatorio di Seneca nei confronti di Claudio, il principe, l'imperatore reggente del momento. Non c'è affatto alcuna traccia di ironia nell'atteggiamento del filosofo. Seneca con assoluta sincerità e disinvolta trattazione filosofica, giunge a paragonare il Cesare ad una stella, cioè un elemento che necessariamente compone il cosmo: è quasi identificato con la forma più pura ed alta della razionalità divina, Ad. Polyb. 7, 2:Ex quo se Caesar orbi terrarum dedicavit, sibi eripuit, et siderum modo, quae inrequieta semper cursus suos explicant, numquam illi licet subsistere nec quicquam suum facere.

Segue quindi la riflessione sul principe industrioso, legato ai suoi doveri dalla necessitas.Ad. Polyb. 7, 3: Ad quendam itaque modum tibi quoque eadem necessitas iniungitur. Lo stesso senso del dovere dovrà essere preso ad esempio da tutti i collaboratori del principe.

Un'ultima piccola sezione di rilievo, è quella all'interno della quale grande è il richiamo al Cesare, dove viene esaltato e dove maggiormente Seneca parrebbe porre lusinghe a Claudio a scopo adulatorio con il doppio fine di essere richiamato dall'esilio, Ad. Polyb. 12, 3:Non desinam totiens tibo offerre Caesarem (…). Attolle te, et quotiens lacrimae suboriuntur oculisi tuis, totiens illos in Caesarem derige: siccabuntur maximi et clarissimi conspectu numinis; fulgor eius illos, ut nihil aliud possint aspicere, praestringet et in se haerentes detinebit.

Claudio è paragonato ad un numen che, tra le sue qualità, ha il fulgor, è beatificante e porta con sé tranquillità. Seneca qui non va letto con la prospettiva "moderna"(procedimento antistorico e comunque errato a priori), ma bisogna comprenderne il contesto: c'è uno spirito cortigiano dove si ricostruisce benignamente la figura di Claudio.

Da un quadro simile, naturalmente soggetto ad ogni possibilità di critica maggiormente approfondita, esce un Seneca pienamente calato nella sua realtà, con le sue difficoltà ed i suoi desideri, con le sue speranze nutrite di quei pochissimi mezzi che gli erano possibili, relegato là sull'isola di Corsica, sede di quell'''aridi et spinosi saxi (Ad. Helv., 7, 9), ove era costretto a vivere.

Un'importante fase intermedia Probabilmente ancora in esilio, ma in un momento successivo allAd Polybium, Seneca scrisse il trattato filosofico De constantia sapientis. All'interno non si trovano molti riferimenti d'interesse politico, piuttosto una fase di turbamento attraversata dal filosofo: Seneca appare turbato per quegli aspetti “tirannici” del principato che colpiscono lui personalmente e che vedono l'imperatore Claudio poco capace di gestire la situazione politica nei momenti di maggior difficoltà. Si sviluppa quindi la contrapposizione tra il tiranno ed il saggio, ma non si parla del buon princeps.

L'evento però che segna l'inizio di una nuova fase per Seneca è il richiamo dall'esilio, accettato da Claudio, sotto la continua spinta della moglie Agrippina, madre di Domizio Enobarbo, futuro imperatore, affinché il saggio e colto filosofo fosse affiancato al figlio a scopo educativo. Così Seneca, nel 49, può finalmente tornare a Roma. Tuttavia non termina il periodo di turbamento interiore, al punto che l'opera seguente che compone (datata agli inizi del 49, appena di ritorno dalla relegazione) è il breve trattato De brevitate vitae, all'interno del quale Seneca sviluppa la necessità di coltivare la propria persona nell'''otium, metodo per mantenere la libertas personale e soprattutto non “vendere (gratuitamente, dunque sprecare, regalare)” la propria vita agli altri per laboriosi impegni pubblici, o per servigi che mai tengano conto della propria persona. D'altronde, forse per costrizione e pegno, forse per un sentire di fondo mai del tutto svanito, Seneca nel 50 accetta il ruolo di precettore di Nerone, riavvicinandosi inevitabilmente alla sfera politica; questa volta persino all'interno della corte stessa. È così che si applica nella formazione del giovanissimo Domizio Enobarbo, con rinvigorita intenzione di formare un sicuro esponente della futura classe politica. Che poi i giochi di potere e soprattutto la potente Agrippina, tramassero per farlo divenire imperatore, scalzato Britannico (il vero avente diritto all'eredità del trono), e soprattutto ucciso Claudio, questo Seneca non poteva (forse) saperlo.

Il Seneca del Ludus de morte Divi Claudii

La satirica derisione del defunto Claudio

Il piano architettato da Agrippina era in atto: inizialmente aveva lavorato perché Claudio ancora in carica adottasse Domizio Enobarbo, in seguito lavorò per mettere da parte Britannico e per uccidere Claudio, probabilmente avvelenato per funghi di cui andava ghiotto, come ci racconta Tacito.