Alla lingua, cioè al linguaggio verbale umano, quale facoltà specifica dell'Homo sapiens sapiens, vengono tipicamente attribuite alcune proprietà che la identificano e per certi aspetti la distinguono da altri codici.
Secondo la classificazione di Gaetano Berruto e Massimo Cerruti tali proprietà sono le seguenti:
biplanarità arbitrarietà doppia articolazione trasponibilità di mezzo linearità discretezza plurifunzionalità riflessività produttività ricorsività distanziamento libertà da stimoli trasmissibilità culturale complessità sintattica equivocità o ambiguità
Analisi delle proprietà Biplanarità
La biplanarità è, tra tutte, la proprietà più ovvia in quanto caratterizza tutti i segni, e quindi anche quelli linguistici, associandone le due rispettive facce. Infatti, essa mette in evidenza il rapporto tra il significante, o espressione fonica, facilmente percepibile poiché cade sotto i nostri sensi, e il significato, o momento semantico, contenuto veicolato dalla faccia percepibile.
Dal punto di vista del significante, la parola cane è la faccia fisicamente percepibile del segno linguistico (il qualcosa che sta per il qualcos'altro). Invece, dal punto di vista del significato, essa rimanda al concetto o all'idea di cane (il qualcos'altro), l'immagine della realtà esterna che la mente umana ha.
Un codice, dunque, può essere definito come un insieme di corrispondenze fra significanti e significati mentre un segno come l'associazione di un significante e di un significato.
Arbitrarietà
L'arbitrarietà consiste nel fatto che non esiste un vincolo naturale tra significante e significato di un segno linguistico: si tratta, perciò, di convenzioni scelte in modo arbitrario e imposte dalle rispettive comunità linguistiche alle quali le parole appartengono.
Il significante cane non ha nulla che rimandi all'idea del significato di "cane": nel nome non c'è nulla che abbia a che fare con l'animale vero e proprio o che consenta di chiamare quell'animale proprio in questo modo.
Infatti, se così non fosse le parole delle diverse lingue dovrebbero essere molto simili tra loro per designare gli stessi elementi. Allo stesso modo, se i segni linguistici non fossero arbitrari, parole simili nelle diverse lingue dovrebbero disegnare cose o concetti simili.
Partendo dal triangolo semiotico che lega un significante mediato da un significato con cui è associato e riferito ad un elemento (referente) della realtà esterna, è possibile vedere che esistono quattro tipi o livelli di arbitrarietà diversi:
rapporto tra segno e referente; rapporto tra significante e significato; rapporto tra forma e sostanza del significato; rapporto tra forma e sostanza del significante.
Il primo livello riguarda l'assenza di un legame naturale e concreto, e perciò di derivazione, tra un elemento della realtà esterna e il segno a cui esso viene associato (ad esempio, tra un oggetto e il suo segno oppure tra una persona e il suo nome).
Il secondo livello concerne l'arbitrario rapporto tra il significante (la parola divano) e il significato (un oggetto di arredamento che serve per sedersi).
Al terzo livello appartiene il rapporto arbitrario tra forma-struttura di una lingua (la sua organizzazione interna) e la sostanza-materia (l'insieme di fatti concettualizzabili, significabili). Ogni lingua attribuisce in modo diverso dalle altre una data forma (significato) ad una data sostanza.
Ad esempio, le parole italiane bosco, legna e legno si traducono in francese con un'unica parola (bois), e in tedesco con due (wald e holz). Si può vedere, dunque, come l'italiano riconosce tre entità, laddove il francese ne riconosce solamente una e il tedesco due.
Infine, al quarto ed ultimo livello, si inserisce il rapporto arbitrario tra forma e sostanza del significante, che riguarda le molteplici entità della materia fonica che variano nelle diverse lingue. Un esempio di identica materia fonica organizzata in maniera diversa nelle varie lingue è la quantità vocalica. Mentre in italiano non c'è distinzione tra [a] lunga e breve, per cui la parola caso mantiene un unico significato, a prescindere dalla quantità attribuita alla [a], di contro, in tedesco o in latino si assiste ad un mutamento di significato.
Così, ad esempio, in latino ănŭs, con [a] breve, significa 'vecchia', mentre ānus, con [a] lunga, vuol dire 'anello'.
Tuttavia esistono delle eccezioni al principio di arbitrarietà: le onomatopee; gli ideofoni; il fonosimbolismo.
Le onomatopee sono figure retoriche che imitano o riprendono nel significante caratteri fisici di ciò che esse designano. Sono onomatopee, per esempio, parole come tintinnio, sussurrare, din don dan, chicchirichì che imitano il suono, o il rumore, che designano, e che presentano un grado maggiore di iconismo: sarebbero più icone che simboli o segni.
Più strettamente iconici, poi, sono i cosiddetti ideofoni, ovvero quelle espressioni che delineano fenomeni naturali o azioni, frequentemente usate nei fumetti, come boom (grande fragore), zac (taglio netto), gluglu (trangugiare acqua). Maggiore è il grado di arbitrarietà, minore è quello di iconismo e viceversa.
Il fonosimbolismo, invece, indica il legame tra certi suoni e i loro rispettivi significati. La vocale chiusa /i/, per esempio, delineerebbe cose di piccole dimensioni.
È possibile notare, quindi, come alcuni vocaboli presentino una certa espressività non mediata dal significato, ma suggerita dalla struttura e perciò dallo stesso significante, così da richiamare aspetti del mondo esterno che essi delineano.
Esistono, però, dei controesempi che dimostrano sia l'esistenza di parole contenenti la /i/ che indicano grandezza (es. gigante), sia parole che indicano piccolezza e non contengono la /i/ (es. corto, poco, ecc.).
In conclusione, è possibile affermare che le eccezioni al principio di arbitrarietà non sono in grado di attentare all'esistenza di tale proprietà fondamentale del linguaggio, poiché si tratta comunque di un numero ridotto di parole che variano nelle diverse lingue.
Arbitrarietà verticale e orizzontale
L'arbitrarietà può essere sia verticale che orizzontale.
Nel primo caso si sottolinea il rapporto arbitrario tra significante e significato di uno stesso segno. Per fare un esempio, nella sequenza fonica della parola casa non c'è nulla che rimanda alle caratteristiche dell'idea che la mente umana ha della casa, quali forma, dimensione, varietà ecc. Infatti, se così non fosse stato, ci sarebbe dovuta essere una somiglianza tra i significanti delle diverse lingue (ingl. sea - ita. mare, ingl. home - ita. casa ecc.).
L'arbitrarietà orizzontale, invece, chiama in causa il rapporto che intercorre tra significante e significato di segni diversi. Ciascuna lingua, infatti, delimita sia la materia fonica che il contenuto secondo regole proprie: ad ogni sistema linguistico corrisponde una struttura diversa e un'organizzazione particolare dei dati dell'esperienza.
Ne sono esempi le variazioni di significati che le parole assumono da lingua a lingua, riferendosi a campi semantici più stretti o più larghi che siano: la parola italiana vitello non corrisponde all'inglese calf che ha un campo semantico più ristretto in quanto gli si oppone veal (calf indica l'animale vivo, veal la carne da cucinare).
Doppia articolazione
La doppia articolazione, da non confondere con la biplanarietà, indica che il significante di un segno linguistico è articolato a due livelli differenti.
La prima articolazione consente la scomposizione del significante di un segno linguistico in unità minime, chiamate morfemi, ancora portatrici di significato e che vengono riutilizzate per formare nuove parole. La parola cane si scompone in due parti can e e che recano rispettivamente un significato lessicale e uno grammaticale e che possono comparire in altre composizioni per dar vita a parole nuove.
La seconda articolazione è, invece, caratterizzata da unità minime scomponibili non dotate di un proprio significato, i fonemi. Dunque, la frase la mamma lavora è costituita da sei morfemi, l-a mamm-a lavor-a, unità minime di prima articolazione, e da tredici fonemi, l-a m-a-m-m-a l-a-v-o-r-a, unità minime di seconda articolazione. È possibile notare che talvolta morfemi e fonemi coincidono come nel caso della –a di mamma (che è sia un morfema sia un fonema).
La doppia articolazione costituisce una proprietà fondamentale del linguaggio verbale umano poiché consente alla lingua una grande economicità di funzionamento: con un numero limitato di unità minime di seconda articolazione è infatti possibile dar vita a un numero grandissimo, pressoché illimitato, di unità dotate di significato. Ciò dimostra come alla base della strutturazione della lingua ci sia il principio di combinatorietà. La lingua funziona, infatti, attraverso la combinazione di unità minori, contenute in numero limitato, per formare un numero illimitato di unità maggiori (segni). È proprio tale principio che rende il sistema linguistico infinito: in italiano, per esempio, attraverso un numero finito di elementi, quali 30 fonemi con i quali costituiamo circa 250 morfemi derivazionali e 200.000 basi derivazionali (lemmi del vocabolario), è possibile creare un numero infinito di frasi.
Trasponibilità di mezzo
La trasponibilità di mezzo indica la possibilità del referente di trasmettere un significante qualsiasi. Quest'ultimo, infatti, può essere trasmesso sia attraverso il mezzo aria, il canale fonico-acustico, sotto forma di onde sonore percepite dall'uomo, sia attraverso il mezzo luce, il canale visivo-grafico. Nonostante ci sia questa duplice possibilità di scambio di informazioni, ha una priorità il canale orale, fonico-acustico, rispetto a quello scritto, visivo-grafico, cosicché la fonicità appare un'ulteriore proprietà del linguaggio umano. Il parlato, infatti, sembra avere una priorità antropologica: se per ogni lingua con forma scritta esiste anche una forma parlata, non è sempre vero il contrario. Esiste, infatti, un gran numero di lingue che possiedono soltanto la fonia e mancano della grafia. A rafforzare l'idea secondo cui il parlato sia prevalente rispetto allo scritto intervengono altre due priorità, quella ontogenetica (relativa al singolo individuo) e quella filogenetica (relativa all'intera specie umana). La prima è relativa al fatto che gli individui imparano prima a parlare e in un secondo momento a scrivere, anche se non tutti quelli che parlano sono anche in grado di scrivere; la seconda, invece, indica l'anteriorità dello sviluppo del parlato rispetto allo scritto nella storia della specie umana. Il canale fonico-acustico e l'uso del parlato presentano effettivamente dei vantaggi biologici rispetto al canale visivo e all'uso dello scritto. Tra questi è possibile ricordarne alcuni.
Il parlare:
è possibile in qualsiasi circostanza, purché vi sia presenza di aria, anche in presenza di ostacoli, a visibilità limitata, a distanza;
è modulabile, più rapido dello scrivere ed ammette più recettori;
non ostacola altre attività, può essere utilizzato in concomitanza con molte attività fisiche e intellettive;
permette di individuare la fonte di emittenza del messaggio;
consente la recezione contemporaneamente alla produzione del messaggio;
è di rapida dissolvenza ma lascia libero il passaggio ad altri messaggi;
è concomitante con la respirazione per cui non richiede eccessivo spreco di energia.