Il sogno di un uomo ridicolo (in russo: Сон смешного человека, Son smešnogo čeloveka) è un racconto di Fëdor Dostoevskij, pubblicato in origine nel Diario di uno scrittore.

Contenuti dell'opera "Sono un uomo ridicolo. Adesso poi loro dicono che sono pazzo..." Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Racconti, Garzanti, Milano 1988, p. 329 (è l'incipit del racconto). L'opera narra di un sogno che il protagonista fa probabilmente in uno dei suoi momenti di profonda e tragica introversione. Convinto ormai che tutto è indifferente e meditando il suicidio, acquista una rivoltella e la carica; tuttavia, non si spara subito, ma ripone l'arma in un cassetto, aspettando il momento giusto per compiere l'ultimo atto: infatti, consapevole che tutto gli è ormai indifferente, pretende che almeno l'ultima azione della sua vita, il suicidio appunto, venga compiuta in un preciso istante in cui avverte che non proprio tutto gli risulta indifferente. Una notte di novembre il protagonista prende la decisione di togliersi la vita, dopo aver fissato in uno squarcio di un cielo molto buio una stella lucente che sembrava suggerirgli (pur non comprendendone il perché) proprio questo terribile atto.

Dopo aver preso la sua decisione s'imbatte in una bambina che trema dal freddo e invoca disperata il suo aiuto; sua madre sta per morire e nessuno corre in loro soccorso. Ma il protagonista la scaccia con brutalità e con l'ostentata indifferenza di chi, avendo deciso di farla finita, non vuole minimamente preoccuparsi dell'altrui sofferenza. Così, torna alla sua abitazione, in una casa dove nel locale accanto continuano risse e ubriachezza. Nella sua camera comincia a riflettere sugli accadimenti occorsigli, accorgendosi d'aver provato compassione per la povera bimba incontrata per strada. Questa compassione, invece di farlo pentire, lo irrita profondamente, dando vita a un paradosso logico che lo distrae dal suo proposito autodistruttivo fino a farlo addormentare. A questo punto, giunge a una sua "Visione della Verità" attraverso un sogno. Nel sogno si suicida per davvero, sparando un colpo al cuore, e senza dolore si crea un immenso buio attorno a sé, vivendo in ogni aspetto la sua morte e la sua sepoltura. Poi, grazie ad un essere misterioso dall'aspetto umano, viene trasportato nell'immensità dell'universo. Nel corso del viaggio il protagonista si rende conto che esiste una vita dopo la morte e che è costretto a rinascere in qualche altro angolo remoto dell'universo.

Mentre torna a rimembrare il dramma della povera bambina, il misterioso compagno di viaggio esclama: «Vedrai Tutto». Quindi l'essere lo abbandona, mentre il protagonista rinasce in una nuova Terra molto simile alle condizioni primordiali descritte nelle sacre scritture, come una sorta di età dell'Eden. In questo Eden gli uomini vivono senza scienza razionale, parlano e dialogano tra di essi come con gli alberi, le piante e gli animali. Non esistono liti, sfide, invidia, malizia o gelosia, e i figli sono figli di tutti: tutta la comunità umana è un'unica grande famiglia. Gli abitanti della nuova terra non hanno luoghi di culto come templi e chiese, ma sono coscienti della vita eterna così come hanno “una continua coscienza dell'universo intero” e credono che la morte non sia altro che una porta che apre ad una comunicazione ancora più vasta e completa con tutto il Creato.

Il protagonista continua a sognare, divenendo sempre più convinto che non stia solo sognando, ma vivendo in una vera e propria “altra dimensione”. La sua presenza, però, altera la situazione paradisiaca e trasmette agli uomini di questa nuova terra il “bacillo” della corruzione: la menzogna, la malizia, la sensualità, la vanità, la gelosia e l'invidia, che favoriscono lo spargimento del primo sangue. Sorgono così le idee di onore e le coalizioni contrapposte, nonché il seme della vergogna elevata a virtù. Si iniziano anche a parlare diverse lingue, e nasce pure la necessità della pena di morte per garantire le leggi. Da allora questi uomini iniziano a credere che la scienza li avrebbe resi saggi poiché avrebbero riscoperto le leggi della felicità. Dopo aver compreso che la sua stessa presenza ha corrotto "l'umanità sosia", chiede di essere crocifisso per estirpare così la causa prima della corruzione. Ma nessuno crede nelle sue parole. A quel punto si risveglia dal sogno. Dopo quel sogno il protagonista decide di dedicare la propria vita alla predicazione della Verità, convinto di averne avuto la perfetta visione e sicuro che il Male, la corruzione e la degenerazione non possano essere la condizione normale dell'umanità: «Quella bambina poi l'ho rintracciata... E mi metterò in cammino, mi metterò in cammino!».F. M. Dostoevskij, cit., p. 351.

Edizioni italiane trad. Decio Cinti, Milano: Sonzogno, 1939 trad. Eva Amendola Kühn, Roma: La voce, 1919; Milano: Rizzoli, 1953 trad. Eridano Bazzarelli, in Racconti e romanzi brevi, Milano: Mursia, 1962 trad. Bruno Del Re e Pietro Zveteremich, in Crotcaja e altri racconti, Milano: Bompiani, 1966 trad. Gianlorenzo Pacini, in Il romanzo del sottosuolo, Milano: Feltrinelli, 1974 trad. Luigi Vittorio Nadai, in Racconti, Milano: Garzanti, 1988; Milano: Il Sole 24 Ore, 2011 trad. Giovanna Spendel e Grazia Lombardo, Milano: Mondadori, 1995 trad. Marilena Salvarezza, Milano: Opportunity books, 1995 trad. Pierluigi Zoccatelli, Roma: Newton Compton, 1995 trad. Giorgio Brianese, Milano: Gallone, 1998 (con il titolo L'uomo ridicolo) trad. Paolo Nori, Milano: Marcos y Marcos 2014 (in Tre matti: Gogol', Dostoevskij, Tolstoj) trad. Costanza Russo: Urban Apnea Edizioni, 2019

Note

Collegamenti esterni

Racconto online, su Google Libri

Categoria:Racconti di Fëdor Dostoevskij