Il Bloody Christmas (letteralmente Natale di sangue) fu un brutale episodio di violenza avvenuto il 25 dicembre 1951, quando alcuni agenti del Los Angeles Police Department (LAPD) aggredirono selvaggiamente sette residenti di Los Angeles. Le percosse causarono gravi lesioni - tra cui ossa fratturate e organi interni danneggiati - a cinque giovani messicano-americani e a due giovani bianchi.

Le indagini ufficiali furono avviate in modo adeguato soltanto dopo le forti pressioni esercitate dalla comunità messicano-americana. L’inchiesta interna, condotta dal capo della polizia di Los Angeles William H. Parker, portò all’incriminazione di otto agenti coinvolti nelle aggressioni, al trasferimento di 54 poliziotti e alla sospensione di altri 39.

Cronologia degli avvenimenti

Antefatti Nel 1938 il sindaco di Los Angeles Frank Shaw avviò un ampio programma di riforme del Los Angeles Police Department (LAPD). Nel corso degli anni Quaranta tali interventi portarono al licenziamento di agenti corrotti, all’innalzamento dei requisiti di accesso al corpo, all’istituzione di programmi di addestramento più rigorosi e a un miglioramento delle retribuzioni.

L’autonomia del dipartimento era già stata sancita nel 1934 dalla Sezione 202 dello statuto municipale di Los Angeles, che riconosceva agli agenti una sorta di “diritto acquisito” al proprio impiego: non potevano essere rimossi o sanzionati senza un regolare procedimento. La competenza disciplinare interna spettava dunque a un comitato di revisione composto da poliziotti stessi, rafforzando l’autogoverno del corpo.

Nonostante le riforme, i rapporti con la comunità messicano-americana continuarono a deteriorarsi, in particolare dopo le Rivolte degli Zoot Suit (Zoot Suit Riots) del 1943, durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1950, con la nomina di William H. Parker a capo della polizia, il processo riformatore proseguì puntando con decisione sulla professionalizzazione del servizio. Parker riteneva che un corpo meglio selezionato e formato avrebbe rafforzato l’autonomia della polizia, consentendo al LAPD di concentrarsi su un approccio orientato alla lotta al crimine e di gestire internamente la propria disciplina. Secondo i sostenitori di questa linea, un dipartimento realmente professionale doveva essere sottratto alle interferenze e al controllo politico.

Tuttavia, le aspettative di un miglioramento nei rapporti con la comunità latino-americana rimasero in larga parte disattese. Persistenti sentimenti anti-messicani tra numerosi agenti - convinti che i messicano-americani fossero tendenzialmente delinquenti e inclini alla violenza - alimentarono pratiche di profilazione razziale. Tale clima di sfiducia reciproca favorì un’escalation di scontri violenti, poiché entrambe le parti tendevano ad aspettarsi l’uso della forza dall’altra.

L'incontro e l'arresto La vigilia di Natale del 1951 gli agenti del Los Angeles Police Department Julius Trojanowski e Nelson Brownson intervennero in seguito a una segnalazione secondo cui alcuni minorenni stavano consumando alcolici allo Showboat Bar, situato su Riverside Drive.

Giunti sul posto, trovarono all’interno sette uomini - Daniel Rodela, Elias Rodela, Jack Wilson, William Wilson, Raymond Marquez, Manuel Hernandez ed Eddie Nora. Nonostante i presenti avessero documenti che attestavano la maggiore età, gli agenti ordinarono loro di lasciare il locale. Al rifiuto di obbedire, i poliziotti ricorsero alla forza, innescando una colluttazione che proseguì nel parcheggio. Entrambi gli agenti riportarono ferite: uno un occhio nero, l’altro una ferita che richiese punti di sutura.

Circa sette ore dopo l’alterco, la polizia arrestò tutti e sette gli uomini nelle rispettive abitazioni. Sei di loro furono condotti direttamente al carcere di Lincoln Heights. Il settimo, Daniel Rodela, fu invece trascinato per i capelli fino a un’auto di pattuglia e portato all’Elysian Park, dove venne brutalmente picchiato da diversi agenti. Rodela riportò numerose fratture al volto e, a causa della gravità delle lesioni, dovette essere sottoposto a due trasfusioni di sangue.

Aggressioni in carcere La mattina di Natale, numerosi agenti del Los Angeles Police Department presenti a una festa natalizia interna al dipartimento stavano consumando alcol in violazione delle norme interne che ne vietavano l’assunzione in servizio. Quando si diffuse la voce - poi rivelatasi infondata - che l’agente Trojanowski avesse perso un occhio durante la colluttazione allo Showboat Bar, i poliziotti, in stato di ebbrezza, decisero di “vendicare” il collega.

I sei detenuti furono prelevati dalle celle del Central City Jail e fatti allineare. Fino a cinquanta agenti presero parte a un pestaggio collettivo che si protrasse per circa 95 minuti. Tutti i prigionieri riportarono lesioni gravissime, tra cui perforazioni di organi interni e fratture alle ossa del volto. Si stima che almeno un centinaio di persone fossero a conoscenza delle violenze o ne fossero state testimoni diretti.

Tentativo di insabbiamento I vertici del Los Angeles Police Department riuscirono a tenere l’aggressione ai danni dei detenuti fuori dall’attenzione della stampa nazionale per quasi tre mesi. La copertura mediatica iniziale ignorò le violenze del giorno di Natale, concentrandosi invece sulla rissa avvenuta la notte precedente. Il titolo con cui il Los Angeles Times aprì la notizia fu: “Officers Beaten in Bar Brawl; Seven Men Jailed” (“Agenti picchiati in una rissa al bar; sette uomini arrestati”).

Con il crescere delle proteste della comunità messicano-americana, che chiedeva di porre l’attenzione sulla brutalità della polizia, e con l’emergere di ulteriori testimonianze di violenza, l’atteggiamento dei media cambiò progressivamente. I giornali iniziarono a pubblicare articoli critici nei confronti dei metodi del LAPD e a suggerire una revisione della Sezione 202 dello statuto cittadino di Los Angeles, che garantiva ampia autonomia disciplinare al dipartimento.

Nel marzo 1952, sei dei sette uomini coinvolti furono incriminati con l’accusa di aggressione e disturbo della quiete pubblica. L’accusa sostenne che la rissa fosse scoppiata quando gli agenti avevano chiesto a Jack Wilson di lasciare il bar senza opporre resistenza. Gli imputati, al contrario, dichiararono che lo scontro ebbe inizio nel momento in cui l’agente Trojanowski colpì Wilson alla testa con un manganello.

Il giudice Joseph L. Call autorizzò la difesa a descrivere in aula le gravi percosse subite dopo l’arresto. La giuria dichiarò gli imputati colpevoli di due capi d’accusa per aggressione e di uno per disturbo della quiete pubblica. Tuttavia, al momento della lettura del verdetto, il giudice Call censurò pubblicamente la brutalità della polizia e sollecitò l’apertura di un’indagine indipendente sulle violenze commesse.

Indagini interne La reazione del capo della polizia William H. Parker alle critiche fu improntata alla difensiva. La politica del Los Angeles Police Department, fortemente orientata alla “guerra al crimine”, aveva alimentato una mentalità contrappositiva, fondata su una logica di “noi contro loro”. Parker sostenne che il sostegno dell’opinione pubblica fosse indispensabile per evitare anarchia e illegalità, affermando che ogni attacco al LAPD ne comprometteva la capacità di far rispettare la legge. Arrivò persino a insinuare che le accuse di brutalità fossero strumentali, mosse da criminali con l’obiettivo di farlo rimuovere dall’incarico e consentire così alla malavita di Los Angeles di ristabilire le proprie attività illecite.

Con il progredire dell’inchiesta interna sui pestaggi, tuttavia, la stampa iniziò a riportare ulteriori denunce relative ad altri episodi di violenza, costringendo Parker ad assumere un atteggiamento più operativo. Alla fine il dipartimento redasse un rapporto interno di 204 pagine. Il documento includeva le testimonianze di oltre 400 persone, ma emerse che numerosi membri del LAPD avevano tentato di ostacolare l’indagine attraverso dichiarazioni mendaci o deposizioni vaghe.

Il rapporto risultò inoltre contraddittorio: pur riconoscendo che diversi agenti avevano assistito ai pestaggi, concludeva che “nessuno dei detenuti era stato fisicamente maltrattato nei modi denunciati”.

Arresti e condanne Il rapporto portò alla convocazione di un gran jury contro il Los Angeles Police Department. Durante le udienze, le vittime fornirono resoconti dettagliati e drammatici delle violenze subite; al contrario, le deposizioni degli agenti risultarono vaghe e contraddittorie: nessuno dichiarò di aver visto i detenuti essere picchiati né di ricordare chi avesse preso parte ai pestaggi. Alcuni poliziotti che, davanti agli investigatori degli affari interni, avevano rilasciato dichiarazioni circostanziate, in aula sostennero di non ricordare quasi nulla.

Le udienze si conclusero con l’incriminazione di otto agenti per aggressione. Il gran jury pubblicò inoltre un rapporto fortemente critico nei confronti dei dirigenti del LAPD, accusati di aver permesso che la situazione degenerasse, e ricordò al dipartimento che la sua funzione era “servire l’interesse pubblico e non operare come un’associazione fraterna a tutela dei propri membri”.

Gli otto agenti incriminati furono processati tra luglio e novembre 1952: cinque vennero condannati, ma soltanto uno ricevette una pena superiore a un anno di reclusione. Altri 54 poliziotti furono trasferiti e 39 sospesi temporaneamente senza stipendio.

Nella cultura popolare L’episodio entrò nell’immaginario narrativo: venne infatti rielaborato in chiave romanzata nel libro L.A. Confidential di James Ellroy, pubblicato nel 1990, da cui fu tratto l’omonimo film L.A. Confidential nel 1997.

Note

Voci correlate Los Angeles Police Department

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