La città di Vicenza e il suo territorio hanno una ricca storia di tradizione e cultura religiosa. Nel corso dei secoli molteplici sono state le espressioni della fede popolare che si sono tradotte in avvenimenti e in opere d'arte, così come significativa è stata la presenza delle istituzioni ecclesiastiche che, a fianco di quelle civili, hanno influenzato la vita sociale.
Secoli I a.C.- III d.C I culti pre-cristiani
Ciò che si conosce della vita religiosa nella Vicenza romana si basa sul ritrovamento di dediche o iscrizioni su pietra, di statuette devozionali, di are, sacelli e grotte sacre sparsi nella campagna e nelle valli., mentre non si ricavano informazioni da cronache o testi scritti. Dai reperti archeologici emergono alcuni elementi di una religiosità locale con caratteristiche dissimili da quella delle pur vicine Verona e Padova.
Anche se non saranno sicuramente mancate, come in tutte le città romane, le celebrazioni pubbliche delle divinità ufficiali e della figura deificata dell'imperatore, i reperti del territorio vicentino riguardano piuttosto la devozione privata di singoli abitanti della città e della campagna.
In secondo luogo, la maggior parte dei ritrovamenti riguarda divinità femminili: Diana, Fortuna, Venere, Nemesi, le Ninfe, Iside., tutte divinità di origine greca, orientale o egizia il cui culto era stato importato e integrato nel pantheon ellenistico-romano. Lelia Cracco Ruggini fa osservare che si tratta sempre di dee della fertilità, della natura, della caccia, delle acque e ipotizza così che rappresentino la trasposizione nella cultura romana del più antico culto di Reitia - la venetica dea madre della fecondità di cui a Vicenza è stata ritrovata nel 1959 una laminetta votiva - o comunque di divinità femminili indigene protettrici delle forze della natura. Questo mantenimento di una devozione precedente alla conquista da parte di Roma sembra essere tipico delle popolazioni in cui l'assimilazione avvenne in modo pacifico e graduale, così come fu per Vicenza..
Secoli IV-VI Il primo Cristianesimo a Vicenza
Fu Aquileia, grande città e porto commerciale, il centro di diffusione del cristianesimo nella X Regio Venetia et Histria.; i primi seguaci della nuova fede furono non tanto la gente umile, ma i militari, i viaggiatori, i commercianti che avevano frequenti contatti con l'oriente e disponevano di apertura culturale: è tra questi pochi che vennero scelti nella seconda metà del III secolo i presbiteriBruna Forlani Tamaro, Da Aquileia a Venezia, Milano 1980, citata da .. Probabilmente la penetrazione del cristianesimo ad Aquileia - e conseguentemente nelle Venezie - avvenne attraverso le relazioni con circoli di Alessandria d'Egitto e i gruppi giudeo cristiani della nutrita colonia ebraica residente ad Aquileia; le prove di tali rapporti sembrerebbero espresse nella formulazione del "credo aquileiese", come tramandato dal vescovo Rufino del IV secolo e nel culto sabbatico praticato nella regioneGuglielmo Biasutti, La tradizione marciana aquileiese, Udine 1959, citato da , ma contrastato da altri autori.
Il fatto che il cristianesimo fosse giunto nel territorio vicentino già verso la fine del III secolo. sarebbe attestato dal martirio – avvenuto nel 303-304 durante il periodo delle persecuzioni dioclezianee – dei due fratelli Felice e Fortunato, decapitati ad Aquileia per non aver voluto rinunciare alla loro fede.
La comunità dei fedeli di Vicenza crebbe rapidamente, anche per il favore concesso al cristianesimo dagli imperatori dopo l'editto di Milano del 313, al punto che alcuni autori ipotizzano una precoce traslazione del corpo di Felice a Vicenza per poterne venerare le reliquie.. In ogni caso esse furono portate nella città prima della fine del IV secolo, momento in cui venne costruito il primo sacello destinato ad accoglierne le spoglie, sostituito pochi anni dopo dalla basilica fuori dalle mura, dedicata ai santi Felice e Fortunato.
Allo stesso periodo risale anche l'edificazione di una chiesa cittadina che due secoli più tardi sarebbe divenuta la cattedrale di Santa Maria Annunciata. Entrambe le chiese furono inizialmente costruite ad una navata e completamente rifatte, più grandi e a tre navate, verso la metà del V secolo. Verso la fine dello stesso secolo alla basilica dei Santi Felice e Fortunato fu affiancato un martyrion dedicato a Sancta Maria Mater Domini, in nome della devozione a Maria Madre di Dio, diffusasi dopo il Concilio di Calcedonia del 451.. I reperti fanno perciò ritenere che a quel tempo la comunità cristiana fosse abbastanza fiorente e organizzata per potersi permettere di erigere contemporaneamente due edifici di culto: i pavimenti a mosaico che ancora si possono vedere a San Felice, in cui sono iscritti i nomi delle famiglie donatrici, testimoniano della munificenza e dello stato sociale dei fedeli e anche .
A motivo di tali considerazioni alcuni storiciDapprima Francesco Lanzoni, Le origini delle diocesi antiche d'Italia, Roma 1923, poi e Mario Mirabella Roberti, in , hanno ritenuto che San Felice fosse già sede vescovile fin dalla prima costruzione. hanno ipotizzato che a quel tempo risalisse la prima organizzazione ecclesiale e che Vicenza fosse già nel IV secolo sede vescovile - come lo erano molte altre città delle Venetiae - di cui però non si ha notizia nella documentazione disponibile. Tra le numerose testimonianze di presenza di vescovi veneti ai concili dell'Italia settentrionale non vi è infatti alcuna menzione di un vicentino fino alla fine del VI secolo, quando viene citato Oronzio.
Non è difficile pensare che la costruzione di due chiese, una all'interno della città e l'altra fuori le mura, potesse corrispondere alle esigenze della comunità cristiana di allora: la preghiera comunitaria, la catechesi, la celebrazione dell'eucaristia e dei sacramenti, che potevano essere celebrati dal vescovo di un'altra città in visita pastorale o da un sacerdote da lui delegato. È probabile che sino alla fine del VI secolo la comunità di Vicenza abbia fatto riferimento al vescovo e alla diocesi di Padova, città sulla quale gravitava anche dal punto di vista civile, e si sia resa autonoma solo dopo la costituzione del regno longobardo, del quale Padova inizialmente non faceva parte..
Secoli VI-VII Il periodo dello Scisma dei Tre Capitoli
Il periodo iniziale della dominazione longobarda nel Veneto rappresentò il momento in cui si contrapposero culture differenti - che solo nell'VIII secolo si sarebbero parzialmente integrate - caratterizzate anche dalla diversità di confessione religiosa.
Pochi anni prima dell'invasione - avvenuta nel 568-569 - l'imperatore bizantino Giustianiano, per non scontentare i monofisiti ancora numerosi anche dopo il concilio di Calcedonia nelle regioni orientali dell'impero, con un proprio editto aveva condannato alcuni scritti (capitoli) di tre teologiTeodoreto di Cirro, Iba di Edessa e Teodoro di Mopsuestia che, pur essendo stati accettati dal concilio di Calcedonia, erano accusati dai monofisiti di essere nestoriani, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza.
Molti vescovi dell'Italia Settentrionale - tra i quali quelli di Milano e di Aquileia - non avevano voluto subire questa imposizione e il loro dissenso si era acuito ai tempi del papa Pelagio I, il quale non solo aveva accettato l'editto, ma aveva indirizzato un'epistola al generale bizantino Narsete - che però non volle obbedire alla richiesta – invitandolo a ridurre la ribellione con la forza.
A quel punto il Patriarcato di Aquileia si rese gerarchicamente indipendente e i vescovi elessero patriarca Paolino I per sottolineare la loro autonomia. Aquileia non riconobbe più l'autorità del papa e contestò vigorosamente fino alla rottura - da cui il nome Scisma dei Tre Capitoli - il suo atteggiamento, che riteneva ondivago sulla questione dei tre teologi condannati, in quanto non contrastava l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie.
Al tempo della loro migrazione in Italia nel 568-69, i Longobardi erano cristiani di confessione ariana, una fede che si sovrapponeva in modo superficiale a un substrato di tradizioni pagane ben radicate e di valori che costituivano l'identità del gruppo etnico. Quando arrivarono, preceduti dalla fama di popolo feroce, Paolino trasferì la sua sede e le reliquie a Grado (Aquileia Nova), rimasta sotto la sovranità bizantina come il resto della fascia costiera. La maggior parte delle città dell'interno e le relative diocesi vennero invece conglobate nel nuovo regno.
Dopo la morte di Paolino, il sinodo di Aquileia-Grado elesse nel 571 Elia, anch'egli convinto tricapitolino, cioè contrario agli orientamenti dell'imperatore e del papa. Il Patriarcato era tutto con lui: come ribadì un sinodo convocato a Grado nel 579, la Chiesa tricapitolina rimaneva rigorosamente calcedoniana, manteneva il credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica e venerava Maria come "Madre di Dio". Nel 579 il nuovo papa, Pelagio II, concesse ad Elia la metropolia sulle Venezie e sull'Istria per tentare di ricomporre lo scisma, che però aveva un grande seguito popolare; il successore di Elia, Severo, allora convocò nel 590 un sinodo di Marano, al quale parteciparono 10 vescovi - tra cui Oronzio primo vescovo di Vicenza, come ricorda Paolo Diaconoin Historia Langobardorum, III, 26 - in cui le città più orientali della Regio, in contrasto con Aquileia e con tutte le altre che intendevano perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma, si attestarono su posizioni vicine al papa.
Così nel 606, alla morte di Severo, il Patriarcato si divise in due sedi, Aquileia e Grado. Ad Aquileia venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il sostegno dei Longobardi; a Grado, alla cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori sotto la dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano, cattolico, sostenuto dall'esarca.
Vicenza quindi, che aveva sempre mantenuto forti legami con Aquileia, per tutto il primo secolo di dominio longobardo rimase salda nella sua fede a connotazione tricapitolina. Non è documentata la costruzione di alcuna chiesa ariana nella città o nel territorio e non risulta in alcun modo che i vicentini aderissero al credo dei vincitori.
Lo scisma, inizialmente favorito dai longobardi in opposizione a Bisanzio e a Roma, fu risolto dai longobardi stessi. Nella seconda metà del VII secolo essi gradualmente si convertirono al cattolicesimo e si avvicinarono al papa. Dopo la battaglia di Coronate del 689, nella quale il re cattolico Cuniperto sbaragliò l'ariano duca dell'Austria longobarda Alachis - che era appoggiato anche da molti romanici aderenti allo scisma tricapitolino - la confessione cattolica si impose definitivamente sui dissidenti. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.
Così maturò un nuovo clima culturale, testimoniato da una serie di elementi, quali il rinnovamento decorativo di chiese e di palazzi - anche se a Vicenza le testimonianze della Rinascenza liutprandea sono scarsissime - l'abbandono dell'uso dei corredi funerari, la commistione dei nomi, per cui molti longobardi assunsero nomi di tradizione romana e cristiana e i romani presero nomi germanici, la condivisione della medesima lingua., tutto a dimostrazione che si stava affievolendo il senso identitario della stirpe.
Secoli VIII-XII: l'Alto Medioevo
La rete delle abbazie benedettine
Dopo la conversione dei longobardi al cattolicesimo, e soprattutto verso la metà dell'VIII secolo, molti nobili - in alcuni casi lo stesso re o i duchi - fondarono monasteri in tutta Italia - alcuni anche in territorio vicentino - finanziandone la costruzione e dotandoli di notevoli risorse economiche..