Operazione Halberd ("Alabarda") fu il nome in codice di una missione di rifornimento dell'isola di Malta intrapresa tra il 24 e il 30 settembre 1941 dalla Royal Navy britannica, nel corso dei più ampi eventi della battaglia del Mediterraneo della seconda guerra mondiale.

Un grosso convoglio partito dalla stessa Gran Bretagna fu scortato attraverso il Mediterraneo occidentale e il canale di Sicilia dalla Force H di Gibilterra sotto il comando dell'ammiraglio James Somerville. Il convoglio fu ripetutamente attaccato da aerosiluranti della Regia Aeronautica a sud della Sardegna, mentre le unità di Somerville subirono diversi assalti da parte dei sommergibili della Regia Marina durante il rientro a Gibilterra; l'intercettamento da parte della flotta da battaglia italiana dell'ammiraglio Angelo Iachino, invece, non andò a segno a causa di carenze della ricognizione e della pessima visibilità. Le forze britanniche dovettero registrare l'affondamento di un mercantile e il danneggiamento della nave da battaglia , ma riuscirono a far arrivare il convoglio e i suoi preziosi rifornimenti a Malta.

Antefatti Al momento dell'entrata in guerra dell'Italia il 10 giugno 1940, le forze britanniche evacuarono rapidamente l'isola di Malta: benché posta in posizione strategica al centro del bacino del Mar Mediterraneo, l'isola si trovava molto vicina alle coste italiane e il comando britannico riteneva imminente una sua occupazione da parte del nemico; tuttavia, l'alto comando italiano decise di non procedere alla conquista di Malta, lanciando contro l'isola solo una serie di incursioni aeree che si rivelarono inefficaci nel neutralizzare le basi britanniche.. Vista la situazione, i britannici decisero quindi di attrezzarla come base avanzata per le forze aeree e i sommergibili impegnati nella caccia ai convogli navali italiani diretti a rifornire le guarnigioni in Libia e il nuovo fronte aperto al confine con l'Egitto; questo, di converso, obbligò la Royal Navy ad allestire a sua volta un sistema di convogli navali per recapitare a Malta i rifornimenti, gli aerei e tutto l'occorrente per sostenerne l'attività bellica.

Nei mesi seguenti si succedettero varie operazioni di rifornimento da parte dei convogli britannici, sempre fortemente scortati dalle unità navali della Mediterranean Fleet di base ad Alessandria d'Egitto o della Force H di Gibilterra. Benché in alcuni casi la flotta da battaglia italiana fosse uscita in mare per contrastare le operazioni britanniche, le perdite patite nel corso della notte di Taranto (novembre 1940) e della battaglia di Capo Matapan (marzo 1941) spinsero la Regia Marina a tenere una condotta prudente e il contrasto ai convogli nemici fu demandato principalmente ai sommergibili e alle forze aeree; le operazioni della Regia Aeronautica erano però gravemente limitate dalla mancanza nei suoi ranghi della specialità degli aerosiluranti: si dovette correre rapidamente ai ripari a guerra ormai iniziata, allestendo alcuni reparti e dotandoli dei grossi e poco adatti bombardieri Savoia-Marchetti S.M.79..

Dopo il successo dell'operazione Excess nel gennaio 1941, i britannici non tentarono altri invii di grossi convogli attraverso il canale di Sicilia fino ai primi di maggio quando, nel corso dell'operazione Tiger, un convoglio carico di carri armati per il fronte nordafricano riuscì a completare tutta la traversata da Gibilterra ad Alessandria, sfuggendo ad attacchi aerei e di siluranti e perdendo un unico mercantile finito su una mina.. Le pesanti perdite patite nel corso della battaglia di Creta fecero rimandare movimenti su vasta scala fino al periodo tra il 21 e il 24 luglio, quando con l'operazione Substance un convoglio raggiunse Malta da Gibilterra intercettato solo da un gruppo di velivoli italiani che affondarono un cacciatorpediniere; la squadra da battaglia italiana uscì in mare ma non riuscì ad agganciare i britannici.. Dopo questi successi i britannici organizzarono una nuova azione (con nome in codice Halberd, "alabarda" in lingua inglese) per il settembre 1941, mettendo assieme uno dei più grossi convogli fino ad allora mai assemblato dagli Alleati nel Mediterraneo: nove mercantili, riuniti nel convoglio WS 11X e carichi di tonnellate di materiale militare, lasciarono Liverpool il 16 settembre e raggiunsero Gibilterra la notte del 24, dove furono affiancati dalla Force H dell'ammiraglio James Somerville per il tragitto verso Malta.

L'operazione Le forze in campo

Le unità britanniche che si ricongiunsero ai mercantili al largo di Gibilterra comprendevano le navi da battaglia , e , la portaerei (con a bordo 12 aerosiluranti Fairey Swordfish e 27 caccia Fairey Fulmar degli 807 e 808 Naval Air Squadron), gli incrociatori leggeri , , , e e 18 cacciatorpediniere (l'olandese , i polacchi ORP Garland e , i britannici , , , , , , , , , , , , , e ). Quattro sommergibili (, , e ) pattugliavano l'area dello Stretto di Messina, il battello polacco e il britannico sorvegliavano le acque a nord della Sicilia e il sommergibile olandese e il britannico quelle a sud della Sardegna, per rilevare ed eventualmente impegnare unità navali italiane uscite per contrastare il convoglio.

Un primo avvistamento delle navi britanniche fu effettuato da un ricognitore italiano nel pomeriggio del 25 settembre; la mattina successiva un idrovolante CANT Z.506 in ricognizione a sud delle Baleari individuò le navi della Force H che navigavano un poco più discoste dal convoglio dei mercantili, che fu invece avvistato da un aereo francese diretto in Algeria. Il comando della Marina italiana (Supermarina) ritenne che le unità britanniche fossero dirette a bombardare le coste della penisola o a lanciare aerei in direzione di Malta e, visto che l'idrovolante aveva segnalato la presenza di un'unica nave da battaglia (identificata come la Nelson) e di una portaerei (indicata come la Ark Royal o la ), fu presa la decisione di far uscire in mare la squadra da battaglia: agli ordini dell'ammiraglio Angelo Iachino salparono da Napoli le navi da battaglia e scortate da sette cacciatorpediniere (, , , della 13ª Divisione e , e della 16ª Divisione), mentre da Messina prendevano il mare gli incrociatori pesanti , e scortati dalla 12ª Divisione cacciatorpediniere (, , e ) cui poi si aggiunsero gli incrociatori leggeri e con i cacciatorpediniere della 10ª Divisione (, e ) partiti da Palermo. In aggiunta, da alcuni giorni, operavano nella zona a est di Gibilterra tre sommergibili italiani (, e ), con altre quattro unità (, , Aradam e ) dislocate più a est tra la Sardegna e Minorca..

Benché la Regia Marina disponesse in quel momento di cinque navi da battaglia operative, Supermarina decise di impiegare solo le due più moderne visto che i mancati arrivi di nafta dalla Germania avevano provocato una grave carenza di carburante che comprometteva i movimenti delle navi italiane; Iachino ricevette ordine di raggiungere la zona di mare a sud-ovest della Sardegna e di prepararsi a uno scontro per il pomeriggio del 27 settembre, in attesa che attacchi della Regia Aeronautica attesi per quella mattina menomassero la formazione britannica..

I primi attacchi

Alle 11:50 del 27 settembre decollarono dalla base di Elmas in Sardegna 11 aerosiluranti S.M.79 italiani: cinque della 283ª Squadriglia al comando del capitano Giorgio Grossi, quattro della 280ª Squadriglia al comando del capitano Franco Melley e due della 278ª Squadriglia; si aggiunsero anche tre Savoia-Marchetti S.M.84 della 282ª Squadriglia del capitano Marino Marini, che come i due velivoli della 278ª erano stati da poco distaccati in Sardegna dalle loro basi in Sicilia. Alle 12:15 partirono invece dalla base di Decimomannu undici aerosiluranti S.M.84: cinque nel 108º Gruppo al comando del maggiore Arduino Buri e sei del 109º Gruppo del colonnello Riccardo Helmut Seidl comandante del 36º Stormo; la scorta per gli apparecchi italiani fu affidata a venti caccia Fiat C.R.42 del 24º Gruppo: dodici apparecchi, guidati dal comandante del gruppo tenente colonnello Vincenzo Dequal, avrebbero accompagnato gli S.M.79 e i restanti otto caccia, comandati dal capitano Corrado Santoro, furono assegnati alla difesa dei più veloci S.M.84..

Alle 12:55, con il convoglio britannico arrivato a nord dell'arcipelago di La Galite, i primi apparecchi italiani furono localizzati dai radar delle unità di Somerville. I primi ad attaccare furono gli otto S.M.84 delle formazioni di Buri e Marini e uno distaccatosi dalla formazione del 109º di Seidl, scortati dai caccia di Santoro; mentre gli aerosiluranti procedevano a pelo dell'acqua i C.R.42 li coprivano da metri di quota e impegnarono battaglia con otto caccia Fulmar del 808 Squadron, decollati dalla Ark Royal e avventatisi sugli aerei italiani a 10 miglia dal convoglio: un S.M.84, lasciato indietro dal resto della formazione, fu abbattuto e un Fulmar, danneggiato dai C.R.42, fu poi abbattuto per errore dalle batterie contraeree della Prince of Wales mentre cercava di rientrare sulla portaerei, con la morte dei due membri di equipaggio. Gli otto S.M.84 superstiti attaccarono da sinistra le navi britanniche tra le 13:00 e le 13:04, andando incontro a un pesante fuoco antiaereo: due furono abbattuti prima ancora di poter lanciare, gli altri sganciarono i loro siluri contro la nave da battaglia Rodney e i cacciatorpediniere Lance e Sweers, che tuttavia li evitarono con brusche manovre. Nell'allontanarsi i velivoli superstiti furono ancora mitragliati dai Fulmar britannici, che causarono ulteriori danni oltre a un morto tra gli equipaggi..

Nel frattempo i cinque S.M.84 del gruppo di Seidl si erano portati sulla destra del convoglio britannico e, sbucando da un piovasco, si lanciarono sulle navi britanniche intorno alle 13:30 cogliendole di sorpresa: l'apparecchio di testa della formazione, presumibilmente quello dello stesso Seidl, riuscì a portarsi a 400 metri dalla nave da battaglia Nelson, ammiraglia di Somerville, centrandola in pieno con il suo siluro ma venendo subito dopo abbattuto dal tiro contraereo della Prince of Wales e dell'incrociatore Sheffield. Quasi contemporaneamente un altro S.M.84 attaccò la Nelson mancandola di poco e venendo a sua volta abbattuto dal fuoco britannico, mentre dei tre che attaccarono subito dopo uno fu abbattuto da un Fulmar prima di lanciare e gli altri due sganciano i loro siluri ai danni dell'incrociatore Euryalus che nella formazione precedeva la Ark Royal, il quale riuscì a schivarli. Nella confusione dello scontro un Fulmar britannico si portò sopra la Rodney e fu subito abbattuto dal fuoco amico della corazzata, anche se i due membri dell'equipaggio furono poi tratti in salvo dal cacciatorpediniere Duncan. Il siluro incassato dalla Nelson aprì una vasta falla nello scafo a prua facendo imbarcare molta acqua alla nave, la quale tuttavia riuscì a proseguire pur con la velocità ridotta a 18 nodi; i rapporti resi dagli equipaggi al rientro attribuirono inizialmente il siluramento dell'ammiraglia britannica all'apparecchio del maggiore Buri, oltre a rivendicare centri ai danni di tre incrociatori nemici in realtà mai ottenuti..