La Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964 è un documento redatto con l'intento di fissare un codice di standard professionali e le linee guida che costituissero un quadro di riferimento internazionale per disciplinare le modalità con cui condurre interventi di conservazione e restauro di monumenti e manufatti architettonici, e di siti storici e archeologici.

Contesto storico e teorico

L'attività internazionale per la protezione dei monumenti e delle opere d'arte iniziata con la Carta di Atene nel 1931 si interrompe drasticamente con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). La situazione di totale disastro successiva al 1945, e la conseguente necessità di una ricostruzione immediata, porta a una rivalutazione dei principi del restauro scientifico, delle teorie caute ed equilibrate incentrate sul minimo intervento e sull'aggiunta neutra espressi da Gustavo Giovannoni e ribaditi nella carta di Atene. Ora, infatti, si tratta di ricostruire intere porzioni di città e non solo di consolidare piccole parti di un monumento. Lo stesso Giovannoni, che assiste alle devastazioni causate dalla guerra, sostiene in uno dei suoi ultimi scritti che le teorie fino ad allora elaborate per risolvere i problemi del restauro non possono più considerarsi efficaci.

Dopo brevi dibattiti si decise di salvare il più possibile: se i danni erano limitati si procedette ad un ripristino repentino; se invece erano notevoli si procedette ad una ricostruzione in forme semplificate o, dove foto e rilievi lo permettevano, nella forma originale; solo se la distruzione era completa si rinunciò alla ricostruzione non senza aver tentato un'anastilosi (ricostruzione totale o parziale di edifici realizzata attraverso la ricomposizione delle loro parti in rovina). Si deduce che si trattò di operare in maniera pesante secondo una tecnica che i tradizionali metodi del restauro storico o scientifico non avrebbero potuto affrontare con efficacia. Ciò nonostante tutti furono d'accordo per non lasciare dei ruderi morti in un paese tornato alla vita e lo stesso Giovannoni concordò con tale impostazione: “Meglio un restauro non perfetto, una scheda perduta, piuttosto che privare le città del loro aspetto”. Tuttavia tali ricostruzioni poste in essere per rimarginare i danni al tessuto urbano, e le ferite anche psicologiche, avevano portato all'estendersi di pratiche di restauro orientate al ripristino e alla ricostruzione, in toto o in parte, delle opere perdute o danneggiate, con un'aspirazione alla fedeltà che, se non adeguatamente sostenuta da studi preparatori, conoscenze critiche, e tecniche di intervento adeguate, rischiava di ingenerare veri e propri falsi storici e artistici, o di incorrere in errori, spesso irreversibili.

Dopo le distruzioni inferte al patrimonio culturale (artistico, architettonico, e storico) di molte nazioni d'Europa e del resto del mondo ed esauritasi la fase immediata di ricostruzione post-bellica, gli interrogativi e le acquisizioni teoriche scaturite erano state oggetto di un incontro di riflessione promosso nel 1964, a Venezia, durante il II Congresso internazionale di architetti e tecnici dei monumenti storici tenutosi dal 25 al 31 maggio e in cui si formerà l'ICOMOS. Sulla base di questa profonda riflessione teorica si arrivò alla realizzazione e divulgazione di un documento comune, denominato in breve "Carta di Venezia", alla cui definizione diedero un particolare contributo teorico gli architetti Roberto Pane e Piero Gazzola e il critico d'arte Cesare Brandi. Il documento veneziano nasce dalla necessità di rinnovare, approfondire e ampliare i contenuti della precedente Carta di Atene, il primo documento internazionale in cui si cristallizzano i principi generali per la protezione dei monumenti. La devastazione totale che la guerra impose a monumenti isolati e a città, mise in crisi il metodo del restauro scientifico, caratterizzato da tempi troppo lunghi e l'uso di mezzi notevoli, portando alla codifica italiana del restauro critico di cui il testo porta le tracce. Le obiezioni al restauro “filologico” si rafforzano a partire dal 1943 quando Agnoldomenico Pica critica l'eccesso di scientificità delle prescrizioni di Boito e Giovannoni e quella «teoria dei danni minori» che non era più sufficiente a ricostruire intere porzioni di città del secondo dopoguerra, il critico e storico dell'architettura sostiene invece che per eseguire un buon restauro occorre compromettersi con un intervento moderno e audace. La vastità dei danni per qualità e quantità, rese quindi inapplicabile l'impostazione scientifica che perse terreno nei confronti del valore artistico il quale divenne fattore di attenzione principale: «Se l'architettura è arte, e di conseguenza l'opera architettonica è opera d'arte, il primo compito del restauratore dovrà essere quello di individuare il valore del monumento e cioè di riconoscere in esso la presenza o meno della qualità artistica. Ma questo riconoscimento è atto critico, giudizio sul criterio che identifica nel valore artistico, e perciò negli aspetti figurali, il grado d'importanza e il valore stesso dell'opera; su di esso è basato il secondo compito, che è quello di recuperare, restituendo e liberando, l'opera d'arte, vale a dire l'intero complesso di elementi figurativi che costituiscono l'immagine ed attraverso i quali essa realizza ed esprime la propria individualità e spiritualità. Ogni operazione dovrà essere subordinata allo scopo di reintegrare e conservare il valore espressivo dell'opera, poiché l'intervento da raggiungere è la liberazione della sua vera forma».

È questa la base del restauro critico: il restauratore ha il compito di riconoscere il valore artistico del monumento attraverso un giudizio critico per poi liberare l'immagine dell'opera, ovvero gli elementi figurativi che ne esprimono lo spirito, attraverso un atto creativo. Grande valore assume quindi la componente creativa facendo emergere la figura del restauratore come un artista dotato di perizia tecnica e soprattutto di inventiva. La posizione filologica che considerava il monumento come testimonianza storica ignorandone la valenza artistica diviene inaccettabile: l'opera architettonica è un documento storico ma anche un atto che esprime un mondo spirituale e per questo essenzialmente assume un significato e diventa un prodotto speciale dell'attività umana come afferma Cesare Brandi nella sua Teoria del restauro.

Articolato e contenuti

Il documento redatto a Venezia era strutturato in 16 articoli, divisi in sei sezioni, attraverso cui venivano dettati i principi cardine, irrinunciabili, per conseguire le migliori pratiche di restauro architettonico. I punti della Carta vengono introdotti da un preambolo in cui si situa il tema in questione ponendo in evidenza che il patrimonio monumentale costituisce un «patrimonio comune» che si trova sotto la responsabilità dell'umanità la quale ha il dovere di trasmetterlo alle generazioni future nella sua «autenticità». Per questo motivo i principi di tutela dei monumenti devono essere stabiliti in un piano internazionale e rispettati da ogni nazione secondo la propria cultura e le proprie tradizioni: «Le opere monumentali dei popoli, recanti un messaggio spirituale del passato, rappresentano, nella vita attuale, la viva testimonianza delle loro tradizioni secolari. L'umanità, che ogni giorno prende atto dei valori umani, le considera patrimonio comune, riconoscendosi responsabile della loro salvaguardia di fronte alle generazioni future. Essa si sente in dovere di trasmetterle nella loro completa autenticità. È essenziale che i principi che presiedono alla conservazione ed al restauro dei monumenti vengano prestabiliti e formulati a livello internazionale, lasciando tuttavia che ogni Paese li applichi, tenendo conto della propria cultura e delle proprie tradizioni. Definendo per la prima volta questi principi fondamentali, la Carta di Atene del 1931 ha contribuito allo sviluppo di un vasto movimento internazionale, nell'attività dell'ICOM e dell'UNESCO, e nella creazione, ad opera dell'UNESCO stessa, del Centro Internazionale di Studio per la conservazione ed il restauro dei Beni Culturali. Sensibilità e spirito critico si sono rivolti su problemi sempre più complessi e variati; è arrivato quindi il momento di riesaminare i principi della Carta, al fine di approfondirli e di ampliarne l'operatività in un documento nuovo».

Punti della carta

Definizioni

1.La nozione di monumento storico comprende tanto la creazione architettonica isolata quanto l'ambiente urbano o paesistico che costituisca la testimonianza di una civiltà particolare, di un'evoluzione significativa o di un avvenimento storico. Questa nozione si applica non solo alle grandi opere ma anche alle opere modeste che, con il tempo, abbiano acquistato un significato culturale.

Patrimonio culturale: il primo articolo è di grande rilevanza in quanto esplicita la portata innovatrice del documento veneziano rispetto alla precedente Carta di Atene. La nozione di monumento artistico e storico si amplia e passa dalla sua definizione come «opera maestra in cui la civilizzazione ha trovato la sua più alta espressione» a una nozione di monumento storico che comprende tanto l'opera architettonica in sé quanto il paesaggio urbano e naturale di cui per la prima volta si evidenzia il valore storico e culturale e che per questo va tutelato. Una definizione che abbraccia le grandi opere come quelle modeste che siano eredi di un significato culturale. Con l'evoluzione del concetto di patrimonio culturale il significato di monumento e sito si diversifica ponendo una maggiore enfasi nei progetti di conservazione delle aree storiche come definito dalla Raccomandazione concernente la tutela e il ruolo attuale delle aree storiche dell'UNESCO del 1976.

2.La conservazione ed il restauro dei monumenti costituiscono una disciplina che si vale di tutte le scienze e di tutte le tecniche che possono contribuire allo studio ed alla salvaguardia del patrimonio monumentale.

Scienze e tecniche moderne: si rende manifesto che la scienza e la tecnologia vanno ricercate attivamente nella soluzione dei problemi riguardanti la conservazione e il restauro in vista dell'importante obbiettivo di protezione di un patrimonio che racchiude i valori di tutte le civiltà e che per questo oltre che monumentale è anche mondiale. La diffusione della conoscenza tecnica e scientifica nelle pratiche di tutela stava acquisendo maggior sviluppi dopo la sua origine nel Romanticismo con il consolidamento del positivismo come metodologia per lo studio della Storia dell'Arte.

3.La conservazione ed il restauro dei monumenti mirano a salvaguardare tanto l'opera d'arte che la testimonianza storica.

Autenticità: viene qui affermato uno dei principi cardine del restauro critico: la doppia natura del monumento costituito dall'istanza estetica che corrisponde «all'artisticità per cui l'opera è opera d'arte» e quella storica, tramandata nel tempo, come prodotto umano di un determinato periodo e di un determinato luogo. Secondo una delle più celebri definizioni ad opera di Cesare Brandi: «il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione nel futuro.». Obiettivo delle tecniche di conservazione e restauro dunque sarà quello di garantire l'autenticità dell'opera nel suo vero significato storico, artistico e culturale in accordo con il principio posto nel preambolo iniziale.

Conservazione

4.La conservazione dei monumenti impone anzitutto una manutenzione sistematica.