Biografia Giovinezza e salita al potere Mitridate (poi Antioco) era l'ultimo figlio maschio di Antioco III, dunque il più lontano nella lista di successione. Infatti, mentre il fratello maggiore Antioco veniva investito di cariche importanti come comandante di cavalleria e viceré delle province orientali e al secondo figlio, Seleuco, era stato concesso di governare la Tracia come un dominio personale, a Mitridate non venne affidata nessuna carica pubblica. Tuttavia è probabile che abbia accumulato una certa esperienza militare al seguito del padre. In seguito alla Pace di Apamea (188 a.C.) il principe Seleucide fu inviato come ostaggio a Roma, dove fu trattato con onore. Qui fece amicizia con personaggi importanti quali Gaio Popilio Lenate, si appassionò agli spettacoli gladiatori e ammirò le istituzioni romane. In seguito il figlio di Seleuco IV, Demetrio, lo sostituì come ostaggio, dunque fu rilasciato e si trasferì ad Atene, dove divenne popolare e gli furono tributati persino dei decreti onorifici.
Nel 175 a.C. arrivò l'occasione che lo portò al potere: suo fratello Seleuco, allora re in carica, fu assassinato dal primo ministro Eliodoro. Antioco ottenne l'appoggio di Eumene II di Pergamo, che sperava, essendo da diverso tempo diffidente verso i Romani, di installare in Siria un re che li sostenesse contro l'invadenza politica romana. Con il supporto di Pergamo, Antioco uccise Eliodoro e soppresse la congiura: per questo fu chiamato dai Siriani Epiphanes ("colui che si manifesta"), in quanto con la sua manifestazione improvvisa aveva impedito che gli usurpatori prendessero controllo dell'impero. Inizialmente governò come coreggente e tutore di Antioco, figlio del fratello Seleuco IV; in seguito lo fece assassinare e divenne re a tutti gli effetti. Per legittimare ulteriormente la propria posizione, cambiò il proprio nome da Mitridate (nome tipicamente orientale) ad Antioco, nome di origine greca tipico dei re Seleucidi. Si preoccupò di stipulare subito un trattato di amicizia con i romani.
La riorganizzazione del regno Una delle sue prime imprese, riportata dal retore Libanio, fu la spedizione contro i banditi che infestavano la Cilicia e che avevano il loro quartiere generale nei pressi del Monte Tauro. Saccheggiavano la regione e commerciavano in schiavi. Con un'azione decisa Antioco li disperse, aprendo le strade ai mercanti e ridando prosperità alla regione, i cui abitanti gli furono tanto grati, da erigere sul Monte Tauro una statua di bronzo che lo raffigurava mentre domava un toro.
Antioco concepiva un ambizioso progetto di riforma ed espansione del regno, che si concretizzò con numerose iniziative, sia di politica interna che estera. Riprese a fondare colonie militari elleniche (katoikie) per tutto il regno, mossa già proficuamente perseguita dai suoi avi, per controllare il territorio e ottenere reclute elleniche da fare combattere nella falange macedone. Fece stabilire numerosi coloni greci a Babilonia, della quale fu considerato come un secondo fondatore e la cui gestione venne affidata al satrapo Timarco; suo fratello Eraclione divenne ministro del tesoro e ricostruì la città di Charax Spasinu, devastata da un'inondazione, e vi collocò il satrapo Hyspaosines. Tentò inoltre di ellenizzare la regione della Giudea, costruendo a Gerusalemme ginnasi e palestre e affidando il sacerdozio a uomini di fiducia, come Giasone, ebreo ellenizzato, affinché gli ebrei si integrassero nella società. Infatti in seguito rese Gerusalemme una polis con gli stessi diritti di una città ellenica. Abbellì la città di Antiochia con uno splendido tempio a Zeus e costruì un quarto quartiere, popolato dai coloni, chiamandola Epiphania in proprio onore. Ad imitazione del senato romano costruì un Bouleuterion, ovvero una sorta di "parlamento" in cui tutti i consiglieri e i cittadini facoltosi discutevano della gestione del regno.
Dopo avere riorganizzato il regno, affidando i compiti più importanti a uomini di fiducia, Antioco cominciò a riformare l'esercito, trascurato dal suo predecessore, che mai combatté una guerra. Innanzitutto istituì i giochi gladiatori che aveva ammirato a Roma, comprando professionisti a caro prezzo o addestrandone di suoi. Inizialmente la popolazione rimase scandalizzata, non essendo abituata a spettacoli tanto cruenti, ma piacque a molti giovani che si appassionarono all'arte militare. Inoltre fece addestrare 5000 uomini della sua guardia reale a combattere come legionari romani, equipaggiandoli con cotte di maglia e armi simili a quelle romane. Fece sì che l'esercito fosse indipendente dai mediocri reparti ausiliari offerti dalle satrapie e rafforzò invece la falange che divise in Calcaspidi (scudi di bronzo), Creusaspidi (scudi d'oro) oltre ai tradizionali Argheiraspidi (scudi d'argento), affiancandola a reparti specialistici di mercenari come truppe leggere tracie e fanteria d'assalto celtiche, oltre a rafforzare la già ottima cavalleria seleucide. Infine, violando le clausole della Pace di Apamea, costruì una potente flotta e importò elefanti da guerra.
Nonostante queste brillanti iniziative, Antioco dimostrò un carattere stravagante e irrazionale. Era infatti solito vagare per la città, in compagnia di due o tre amici, parlando con la gente comune, o andando a discutere di lavori manuali con gli artigiani nelle loro botteghe; regalava ai suoi ospiti giocattoli per bambini o fette di torta, mentre talvolta faceva doni preziosi a dei miserabili. Era famoso per le sue burle: una volta in un bagno pubblico rovesciò in testa a un uomo, che il giorno precedente lo aveva invidiato per i suoi profumi, un intero barile di essenza profumate, che si sparsero sul pavimento, facendo scivolare entrambi a terra, tra l'ilarità generale. Era un amante della crapula ed era un lussurioso. Queste stranezze gli procurarono il soprannome di Epimanes ("il pazzo"), gioco di parole con il suo titolo di Epiphanes. Tuttavia era anche noto per la generosità e per la costruzione di templi e opere pubbliche.
Guerra con l'Egitto Antioco dovette affrontare l'ennesimo capitolo della annosa "questione della Celesiria". Questa ricca regione, corrispondente all'odierno Libano e alla Palestina, era reclamata sia dai Seleucidi che dai Tolomei, che se la contesero in una lunga serie di guerre dette Guerre siriache. Nel 200 a.C. Antioco il Grande, padre di Epifane, era riuscito finalmente a conquistarla dopo aver sconfitto i Tolemei nella Battaglia di Panion, ma questi non avevano abbandonato le loro mire sulla regione e, alla corte di Alessandria, i ministri del giovane Tolomeo VI pianificavano di riconquistarla, sostenendo che spettasse di diritto alla dinastia tolemaica. Mentre in Egitto erano in corso preparativi per la guerra, Antioco, che ne fu avvertito, tentò di giocarsi la carta diplomatica inviando un ambasciatore di nome Meleagro a Roma per protestare, contemporaneamente ad un legato tolemaico che sosteneva la tesi opposta, ma vedendo che la diplomazia non portava a nulla, nel 170 a.C. decise di lanciare un attacco preventivo all'Egitto e fece bene.
La spedizione fu un successo e, sconfitti gli Egizi in battaglia, ordinò di non massacrarli mentre erano in rotta, ma solo di farli prigionieri. La decisione si rivelò lungimirante, in quanto i soldati Egizi presero Antioco in simpatia e cominciarono a disertare. In seguito, violando spregiudicatamente una tregua, Antioco sbaragliò l'armata Tolemaica presso Pelusio, divenendo in sostanza padrone d'Egitto. Tuttavia Antioco fu clemente con il giovane Tolomeo VI: quando lo ebbe in suo potere, si accontentò che gli venisse pagato un tributo e che i consiglieri che lo avevano convinto a dichiarargli guerra venissero uccisi. Nel frattempo la popolazione di Alessandria, trovando Tolomeo VI incapace di governare, aveva nominato re suo fratello, Tolomeo VIII.
Antioco promise a Tolomeo VI che lo avrebbe aiutato a riprendersi il trono e lo mise a capo di una sorta di protettorato con capitale Menfi. In realtà Antioco sperava che i due fratelli, facendosi la guerra, avrebbero indebolito il regno, rendendolo di fatto un protettorato Seleucide, ma quando Antioco tornò a casa soddisfatto, i due fratelli, per evitare di diventare dei burattini si misero d'accordo per governare assieme. Nel 168 a.C. Antioco calo' un'altra volta in Egitto, deciso a mettere fine una volta per tutte alla dinastia Tolemaica, li sconfisse nuovamente ed entrò trionfalmente a Menfi. Qui si fece incoronare re d'Egitto con una cerimonia degna di un faraone, per poi saccheggiare le prospere città egiziane "come nessuno dei suoi antenati era riuscito a fare". Mentre la sua flotta occupava Cipro ed il secolare regno tolemaico sembrava ormai a un passo dal crollo, Antioco festeggiava la vittoria assumendo l'epiteto di Nikator, "il vittorioso".
Mentre le forze seleucidi stavano assediando Alessandria, ci fu un inaspettato cambio di programma: I Tolomei, ormai disperati, avevano fatto appello ai Romani perché salvassero il loro regno; questi, che temevano la crescente potenza di Antioco, gli inviarono una delegazione capeggiata da Gaio Popilio Lenate, suo vecchio amico di quando era stato ostaggio a Roma. Popilio gli intimo' di ritirarsi ed Antioco rispose che ci avrebbe dovuto riflettere coi suoi consiglieri, ma in tutta risposta il romano gli disegnò attorno un cerchio sulla sabbia, dicendogli "pensaci qua dentro". Era inteso che se Antioco fosse uscito dal cerchio senza aver dato ordine di ritirare le truppe, sarebbe entrato in guerra con Roma. Antioco non avrebbe voluto abbandonare l'Egitto, ma sapendo che persino il re Perseo di Macedonia era stato battuto dai Romani, accettò di ritirarsi. Solo allora Popilio gli strinse la manoPolybius 29.27.4, Livy 45.12.4ff.. Questo evento divenne noto con il nome di giorno di Eleusi e dimostrò che ormai l'era dei regni ellenistici era finita: ora erano i Romani i signori del Mediterraneo.
Gli ultimi anni: la ribellione dei Maccabei e la spedizione in Oriente Di ritorno dall'Egitto, Antioco saccheggio' Gerusalemme, sterminando gran parte degli abitanti, appropriandosi degli arredi sacri del tempio e proibendo la pratica della religione ebraica. Alcuni sostengono che volle punire i Giudei per l'atteggiamento ambiguo che avrebbero tenuto nella guerra contro l'Egitto; altri che fu una sommossa organizzata dal ex sommo sacerdote Giasone che lo indusse a punire duramente popolazione; altri ancora per la refrattarietà degli ebrei all'ellenizzazione; ma forse fu solo per semplice avidità. Dopo aver costruito una grande fortezza sulla sommità di Gerusalemme, chiamata akra, consacrò il Tempio a Giove Olimpo, introducendovi una sua statua e costringendo le élite ebraiche a fare sacrifici in onore delle divinità pagane.
Una volta tornato ad Antiochia organizzò nel villaggio di Dafne, sede abituale delle grandi feste organizzate dai Seleucidi, una fastosa parata militare, dove fece sfoggio non solo del suo potente esercito, ma anche di un lusso straordinario. La festa durò trenta giorni, con la distribuzione di grandi quantità di cibo e unguenti e furono mostrate innumerevoli immagini dedicate a ogni dio, semidio o eroe venerato conosciuti. Furono anche organizzati spettacoli gladiatori e artistici, gli autori antichi lo definirono il più grande festeggiamento mai organizzato sino a quel momento. Lo scopo di questi grandiosi eventi, più ricchi della già magnifica parata voluta da Lucio Emilio Paolo per celebrare il suo trionfo sui Macedoni, era di mettere in ombra l'insuccesso politico della spedizione in Egitto esibendo forza e ricchezza.