Le guerre jugoslave sono state una serie di conflitti armati, inquadrabili tra una guerra civile e conflitti secessionisti, che hanno coinvolto diversi territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, una decina di anni dopo la morte di Tito, tra il 1991 e il 2001, causandone la dissoluzione.

Diverse le motivazioni che sono alla base di questi conflitti. La più importante è il nazionalismo imperante nelle diverse repubbliche fra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta (in particolare in Serbia, Croazia e Kosovo, ma in misura minore anche in Slovenia e nelle altre regioni della Federazione), con una propaggine finale nel XXI secolo del conflitto nella Repubblica di Macedonia del 2001.

Influenti anche le motivazioni economiche e culturali, gli interessi e le ambizioni personali dei leader politici coinvolti e la contrapposizione spesso frontale fra etnie e religioni diverse (cattolici, ortodossi e musulmani), fra le popolazioni delle fasce urbane e le genti delle aree rurali e montane, oltre che gli interessi di alcune entità politiche e religiose (anche esterne) a porre fine all'esperienza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Contesto storico L'eredità di Tito (1980-1986) Dopo la morte di Tito, avvenuta il 4 maggio 1980, la Jugoslavia visse sino al 1986 un periodo di relativa serenità. Era sembrato che il sistema costruito e rivisto nei decenni da Tito potesse continuare a funzionare nonostante la progressiva scomparsa dei protagonisti della resistenza, confluiti nell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, e della politica titoista.

Nel 1983 morì anche Aleksandar "Leka" Ranković, storico ex ministro e capo del servizio segreto jugoslavo. Tito era riuscito a bilanciare le diverse istanze nazionalistiche placando antichi odi territoriali, etnici e religiosi in un equilibrio che appariva stabile, grazie probabilmente anche all'adesione al socialismo rivista in chiave critica allo stalinismo. La Jugoslavia era stata infatti tra i fondatori del Movimento dei paesi non allineati, distaccandosi così sia dal blocco occidentale sia dal blocco orientale.

La Jugoslavia socialista e federale, così come costruita da Tito e da Edvard Kardelj, il teorico e costituzionalista sloveno, si basava sulla politica della Fratellanza e Unità (Bratstvo i Jedinstvo) fra i diversi popoli jugoslavi, garantendo a ciascuno, comprese le minoranze nazionali, dignità, autonomia decisionale e rappresentatività istituzionale. Tuttavia il regime jugoslavo aveva utilizzato anche la forza per stroncare quei movimenti, come la Primavera croata del 1971, che avevano dimostrato l'emergere del nazionalismo etnico e il pericolo che esso rappresentava per l'unità della Federazione, per il ruolo centrale della Lega dei Comunisti di Jugoslavia e per il sistema economico dell'autogestione e del "socialismo di mercato".

Un contributo al successo dell'operazione di Tito era venuto dagli aiuti anche economici provenienti dall'Occidente, volti a tenere staccata la Jugoslavia dalla sfera di influenza sovietica e a farne, anche grazie alla personalità del presidente jugoslavo, il Paese-guida del Movimento dei non allineati.

Nel 1983 il primo ministro, la croata Milka Planinc, varò un grande piano di stabilizzazione, sottoposto al controllo tecnico del Fondo monetario internazionale, con l'ambizioso obiettivo di ridurre l'inflazione, creare posti di lavoro, diminuire la dipendenza dalle importazioni e contenere il debito pubblico, allo scopo di rilanciare l'economia, anche se con misure decisamente pesanti per un paese che si definiva socialista. L'economia, ingolfata dopo la straordinaria crescita degli anni settantail Paese negli anni settanta era "il più grande cantiere d'Europa" (Tatjana Globocjkar, Courriere de payes de l'Est)., era una delle principali cause di scontro fra le diverse repubbliche. Comunque, il paese godeva di un certo prestigio internazionale e nel 1984 Sarajevo ospitò anche i XIV Giochi olimpici invernali.La Jugoslavia, prima della sua dissoluzione, era caratterizzata da un relativo benessere. Gli indicatori di sviluppo degli anni ottanta del XX secolo (nonostante la crisi economica) corrispondevano ai Paesi meno sviluppati dell'Unione europea (Spagna, Irlanda, Grecia, Portogallo). Al riguardo si citano i dati dello Human Development Report (ONU) 1992: Analfabetismo tra gli adulti (1990): 7,3% Quotidiani venduti per abitanti (1990): 100 PIL pro capite (1989): US$ Quota del reddito del 40% delle famiglie più povere (1980-1988): 17,1% Numero di abitanti per medico (1984): 550.

Destabilizzazione del Paese (1987-1989)

Nell'estate del 1987 scoppiò lo scandalo finanziario e politico dell'Agrokomerc, la più grande azienda bosniaca.

Sulla scena politica serba si era messo nel frattempo in luce Slobodan Milošević, divenuto presidente della Repubblica Socialista di Serbia l'8 maggio 1989.

I rapporti fra le varie repubbliche erano ancora abbastanza sereni, nonostante la montante insofferenza slovena (un Paese storicamente e tradizionalmente legato all'Europa centrale, che considerava la sua vera "patria" culturale) per le strutture federali; all'interno della Jugoslavia era inoltre evidente il malessere tra i serbi e gli albanesi del Kosovo. La provincia serba era a schiacciante maggioranza albanese e chiedeva, come già in passato, maggiore autonomia politica, anche attraverso la costituzione della settima repubblica jugoslava, il Kosovo indipendente dalla Serbia.

Nel 1986 venne pubblicato il Memorandum dell'Accademia serba delle Scienze (noto anche come Memorandum SANU), un documento dove degli intellettuali serbi denunciavano una generale campagna anti-serba, esterna e interna alla repubblica, e forniva le basi ad un rinato nazionalismo serbo basato sulla riedizione della teoria della "Grande Serbia", già presente (e concausa scatenante della Prima guerra mondiale) nella prima metà del Novecento. Milošević non esitò a cavalcare questa ondata nazionalista, adottando la teoria secondo la quale "la Serbia è là dove c'è un serbo". Nell'ottobre 1988 costrinse alle dimissioni il governo provinciale della Voivodina, a lui avverso; riformò la costituzione serba, eliminando l'autonomia costituzionalmente garantita al Kosovo (28 marzo 1989); guidò infine enormi manifestazioni popolari (a Belgrado, il 18 novembre 1988, e in Kosovo, il 28 giugno 1989).

In Croazia nel maggio del 1989 si formò l'Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controversoTuđman, in La deriva della verità storica, mette in discussione lo sterminio di serbi e ebrei nello Stato Indipendente di Croazia di Ante Pavelić (1941-1944). È inoltre celebre una frase di Tuđman pronunciata durante gli anni della guerra serbo-croata: "Per fortuna mia moglie non è serba né ebrea". ex generale di Tito Franjo Tuđman.

In Slovenia scoppiò il caso di quattro giornalisti (tra i quali il più noto era Janez Janša), accusati di aver tentato di pubblicare segreti militari nella popolare rivista d'opposizione Mladina. I quattro giornalisti scoprirono dei documenti su un ipotetico intervento militare federale in Slovenia, da attuare in caso di un'evoluzione democratica e sovranista del paese. Il processo ai quattro imputati, che si tenne in lingua serbo-croata e non in sloveno, violando il principio del plurilinguismo, scatenò proteste popolari e dette avvio alla cosiddetta "Primavera slovena".

Nel frattempo, quando alla presidenza della Repubblica venne eletto il giovane filo-serbo Momir Bulatović, anche nel piccolo Montenegro la vecchia dirigenza titoista venne spazzata via (1989).

Fine della Jugoslavia (1990)

+ Gruppi etniciIl governo federale riconosceva sei "gruppi nazionali": Serbi, Croati, Bosgnacchi (Bosniaci musulmani), Sloveni, Macedoni, Montenegrini, in quanto ciascuno di questi gruppi riconosceva come madrepatria una regione del territorio jugoslavo. Albanesi e Ungheresi avevano la status di "minoranze nazionali".(dati censimento 1991) Serbi36% Croati20% Albanesi15% Bosgnacchi10% Sloveni8% Macedoni6% "Jugoslavi"3% Montenegrini2% Ungheresi2%

In un clima sempre più teso, destava seria preoccupazione anche la situazione economica, con una Federazione ormai troppo scissa tra nord e sudCon l'8% della popolazione complessiva nel 1980, la Slovenia produceva un terzo del prodotto nazionale lordo jugoslavo. Sloveno era inoltre un quarto delle esportazioni complessive. Il Kosovo, provincia più povera della Federazione, aveva un reddito pro capite pari ad un terzo di quello medio jugoslavo ed a meno di un quinto di quello della Slovenia (1989).. Il dinaro jugoslavo subì diverse svalutazioni ed il potere d'acquisto diminuì progressivamente. Il governo federale fu affidato ad un tecnico (19 febbraio 1989), l'economista croato Ante Marković, che propose una solida e strutturale riforma economica e preparò la domanda di adesione del Paese alla Comunità economica europea.

Il piano sembrava funzionare dal punto di vista strettamente macroeconomico, ma portò ad inevitabili conseguenze sociali (diminuzione dei sussidi statali, aumento della disoccupazione e della povertà) che esasperarono le turbolenze etniche e contribuirono alla disgregazione complessiva della Federazione.

Il 20 gennaio 1990 venne convocato il quattordicesimo ed ultimo congresso (convocato straordinariamente) della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, con uno scontro frontale tra delegati serbi e sloveni, in particolare riguardo alla situazione in Kosovo, alla politica economica ed alle riforme istituzionali (creazione di una nuova federazione o confederazione, la "terza Jugoslavia"). Per la prima volta nella storia, Sloveni e Croati decisero di ritirare i loro delegati dal congresso. Ormai era chiaro che il Paese viaggiava a due velocità, non più armonizzabili. Il crollo del muro di Berlino nel novembre del 1989 e la successiva dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991 accelerarono i tempi per la caduta della Jugoslavia stessa.

Guerra d'indipendenza slovena (1991)

Nel nord della Federazione vennero indette subito libere elezioni, che determinarono la vittoria di forze di centro-destra: in Slovenia la coalizione democristiana Demos formò un nuovo governo, mentre Kučan restò presidente della Repubblica; in Croazia i nazionalisti dell'HDZ di Tuđman vinsero le consultazioni (22 aprile-7 maggio 1990).

Il 23 dicembre 1990 in Slovenia si tenne un referendum sull'indipendenza, o meglio sulla sovranità slovena, dal momento che si parlava anche della costruzione di una nuova confederazione di repubbliche, le cui basi andavano ridiscusse. Il referendum sulla sovranità slovena ottenne l'88,2% di voti favorevoli. Data l'indisponibilità serba a rivedere radicalmente l'assetto dello Stato, la sera del 25 giugno 1991 fu convocato in seduta plenaria il Parlamento Sloveno (Skupščina) per discutere e votare l'indipendenza; tutti erano favorevoli, tranne il comandante delle truppe jugoslave, che era pure membro effettivo dell'assemblea, il quale fece un discorso minaccioso. Nel corso della seduta, poco prima della votazione definitiva, il Presidente del Parlamento diede lettura di un telegramma appena pervenuto dal Sabor di Zagabria, il Parlamento Croato, nel quale si comunicava che la Croazia era indipendente. Ad avvenuta votazione, nella piazza centrale di Lubiana il presidente Milan Kučan proclamò davanti al popolo l'indipendenza slovena. La conclusione del discorso di Kučan lasciava intendere un'immediata risposta delle truppe federali: Nocas su dovoljene sanje, jutro je nov dan ("stasera i sogni sono permessi, domani è un nuovo giorno"). Il 26 giugno il giornale sloveno Delo di Lubiana pubblicava un titolo a nove colonne, traducibile in: "Dopo più di mille anni di dominazione austriaca e più di settanta anni di convivenza con la Jugoslavia, la Slovenia è indipendente".