Il radicalismo è una corrente politica costituitasi attorno alla seconda metà del XVIII secolo nel Regno Unito. Storicamente caratterizzata da una postura intransigente sui principi umanistici, razionalisti, laici e repubblicani, la corrente promuove una visione della società di matrice progressista con particolare attenzione ai diritti civili e politici; ovvero, in senso ampio, il termine definisce l'insieme di idee e dottrine volte a riformare democraticamente, ma comunque profondamente, l'ordine politico, scientifico, morale, religioso della società.

Come tendenza democratica e sinistroide del liberalismo europeo, il radicalismo venne sviluppato e articolato, ispirandosi al positivismo e all'utilitarismo, principalmente da Jeremy Bentham e John Stuart Mill, tra i primi a proporre il rinnovamento profondo di gran parte delle istituzioni tradizionali, con l'obiettivo di favorire l'ampliamento della partecipazione popolare alla vita politica dei Paesi, garantire una maggiore giustizia distributiva e tutelare la libera iniziativa commerciale. I loro principi anticiparono e gettarono le fondamenta di diverse correnti politiche moderne, dal laissez-faire al liberalismo sociale, alla socialdemocrazia, al libertarismo e al progressismo moderno.

Storia

Origini storiche e sviluppo nel Regno Unito L'espressione nacque in Inghilterra alla fine del XVIII secolo per identificare i gruppi che si facevano promotori di riforme elettorali e istituzionali in senso democratico. Le prime applicazioni in ambito politico del termine (radical reform) vengono ascritte ai sostenitori più convinti delle riforme parlamentari: ad esempio, nel 1780 John Cartwright lo inserì nel saggio The People’s Barrier Against Undue Influence, mentre nel 1797 Charles James Fox si pronunciò apertamente a favore di una «riforma radicale» del sistema elettorale, sostanzialmente volta all'estensione del diritto di voto sino all'adozione del suffragio universale maschile.

A poco a poco, l'espressione «radicale» si affermò nel linguaggio politico come etichetta generale per tutti i sostenitori dei movimenti favorevoli alla riforma parlamentare, finché gli eventi della Rivoluzione francese non misero in crisi il radicalismo inglese di matrice giacobina guidato da Thomas Paine, arrivando a gettare un temporaneo discredito sul vocabolo stesso. Il termine tornò in auge più tardi, quando il radicalismo di Jeremy Bentham - sostenuto, tra l'altro, anche da James Mill, John Stuart Mill, Thomas Macaulay e George Grote - divenne l'orientamento dominante del liberalismo negli anni del dibattito per il Reform Act del 1832.

Con l'approvazione del Reform Act e la successiva riforma del 1867, i radicali proseguirono la propria battaglia per l'estensione dei diritti politici alle classi lavoratrici, contribuendo alla strutturazione del Partito Liberale in epoca vittoriana e avvicinandosi sempre di più alle organizzazioni sindacali (le trade unions). Con il definitivo affermarsi del Partito Laburista, la componente radicale tradizionale finì per essere progressivamente assorbita, lasciando comunque un'eredità teorica duratura nell'ala moderata del partito.

L'evoluzione in Francia

Nella Francia della Monarchia di Luglio, i repubblicani - che, per evitare la repressione, avevano dovuto rinunciare a dichiararsi apertamente tali - mutuarono dalla politica inglese l'appellativo di «radicali» per definire la propria causa. Di seguito, il termine andò a identificare una corrente ben precisa all'interno del fronte repubblicano, fondata sui principi della Rivoluzione francese e promotrice dell'ampliamento del corpo elettorale, dell'istruzione obbligatoria, laica e gratuita, e della netta separazione tra Stato e Chiesa. A partire dal 1869, l'ala più intransigente dei radicali, guidata da Georges Clemenceau, iniziò a prendere le distanze dai moderati di Léon Gambetta (corrente poi marchiata all'inizio della Terza Repubblica con l'appellativo dispregiativo di "repubblicani opportunisti" e guidata, oltre che dallo stesso Gambetta, anche da Jules Ferry). Nel 1881, i radicali adottarono un programma autonomo, per poi fondare, nel 1901, il Partito Radicale-Socialista. Caratterizzato da un'impronta laica e anticlericale, ma anche da un ampio pluralismo interno, il partito divenne un perno della politica francese: arrivò, infatti, nel periodo tra le due guerre, ad affermarsi come forza politica più solida del Paese, esprimendo, tra l'altro, diversi presidenti del Consiglio (tra cui Camille Chautemps, Édouard Herriot, Édouard Daladier, Albert Sarraut, Théodore Steeg). Nel secondo dopoguerra e con l'avvento della Quinta Repubblica, il Partito passò all'opposizione. Nel 1972 ne fuoriuscì il Mouvement des radicaux de gauche, allineatosi con la sinistra. Ciò che rimaneva del Partito Radicale originale mutò de facto la propria natura in quella di una formazione liberal-conservatrice di centro-destra: ribattezzato informalmente come Partito Radicale «Valoisien», il nucleo storico del partito si riposizionò strategicamente sull'asse politico per favorire le alleanze con il resto del centro-destra liberale. Su questa linea, aderì prima all'Unione per la Democrazia Francese (UDF) nel 1978 - coalizione a sostegno di Valéry Giscard d'Estaing - e successivamente, nel 2002, all'Unione per un Movimento Popolare.

Il movimento radicale in Italia Le radici dell'esperienza politica del radicalismo italiano trovano riferimenti nel Partito Repubblicano Italiano delle origini, nel Partito d'Azione e, più a fondo, risalgono sino alla fine del XIX secolo con la fondazione del Partito Radicale storico da parte della sinistra mazziniana guidata da Agostino Bertani e Felice Cavallotti.Piero Ignazi, I partiti italiani, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 115-124

Dopo la parentesi giolittiana e la soppressione dei partiti politici tradizionali durante il Ventennio, le masse radicali confluirono nel Partito d'Azione. Successivamente, nel dicembre del 1955, da una scissione promossa da alcuni esponenti della sinistra interna del Partito Liberale Italiano - tra cui spiccavano Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Arrigo Benedetti e un giovane Marco Pannella - nacque il Partito radicale, fondato con la denominazione ufficiale di Partito radicale dei liberali e democratici italiani (PRLDI). Il partito si organizzò nel 1963 attorno all'ala sinistra guidata da Gianfranco Spadaccia e dallo stesso Pannella, sotto la cui direzione venne adottata la linea della nonviolenza gandhiana, del digiuno come forma di pressione politica nonviolenta, delle proteste, della disobbedienza civile e del ricorso sistematico al referendum abrogativo. Tra i volti di punta del gruppo iniziarono a distinguersi Emma Bonino, Adelaide Aglietta, Loris Fortuna e Adele Faccio.

Il partito iniziò a promuovere iniziative a favore dell'introduzione di divorzio, aborto ed eutanasia, sostenendo anche la laicizzazione delle istituzioni attraverso proposte relative alla revisione del Concordato, al sequestro dei beni della Chiesa e alla riforma del sistema scolastico. Tra l'altro, i radicali furono al centro dei movimenti per la tutela dei diritti delle donne, delle persone omosessuali e dei disabili, affiancando a queste battaglie le richieste di revisione del Codice Penale di epoca fascista e di una nuova disciplina sulle sostanze stupefacenti.

A partire dagli anni '80 e '90, il movimento venne ribattezzato nel Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartitico (riconosciuto dal ECOSOC dell'ONU), focalizzandosi sulla campagna globale contro la fame nel mondo, sull'abolizione della pena di morte e sull'istituzione della Corte Penale Internazionale.

Note

Voci correlate

Antiproibizionismo Garantismo Giacobinismo Liberalismo Liberalismo sociale Libertarianismo Radicalismo in Italia Partito Radicale (Italia) Partito Radicale Transnazionale

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