Il Ritratto dei coniugi Arnolfini è un dipinto a olio su tavola (81,80×59,40 cm) del pittore fiammingo Jan van Eyck, realizzato nel 1434 e conservato nella National Gallery di Londra.
Considerato tra i capolavori dell'artista, è anche una delle opere più significative della pittura fiamminga; nella sua aura complessa ed enigmatica, ha acquistato una fama misteriosa, che i numerosi studi e le domande ancora irrisolte hanno alimentato.
Storia L'opera è firmata («Johannes de Eyck fuit hic») e datata 1434. L'identità dei soggetti ritratti è stata oggetto di vari studi e sono state avanzate varie ipotesi sull'argomento. La figura maschile è stata identificata in Giovanni di Arrigo Arnolfini o nel cugino di questi, Giovanni di Nicolao Arnolfini. Entrambi fecero parte della nutrita comunità di mercanti e banchieri italiani residenti a Bruges, dove la loro presenza è attestata dal 1419.
Sull'identità della figura femminile è stato ipotizzato che si trattasse della prima moglie di Giovanni di Arrigo (la cui identità è ignota); della seconda moglie di Giovanni di Arrigo, Giovanna Cenami; poi della seconda moglie di Giovanni di Nicolao; infine, della prima moglie di Giovanni di Nicolao, Costanza Trenta, morta probabilmente per complicazioni legate al parto nel 1433.
Nel 1990 un ricercatore francese della Sorbona, Jacques Paviot, scoprì nell'archivio dei duchi di Borgogna un documento matrimoniale di Giovanni Arnolfini datato 1447: tredici anni dopo che il quadro fu dipinto e sei anni dopo la morte di Jan van Eyck. Nel documento si parla inequivocabilmente del più ricco, quello che aveva rapporti con il Duca. Dopo questo ritrovamento, si è escluso che la donna ritratta potesse essere la seconda moglie di Giovanni di Nicolao Arnolfini, mentre ha preso forza l’idea che possa trattarsi della prima moglie, Costanza Trenta.
Per il momento non si hanno documenti sulla committenza di Arnolfini a van Eyck (i primi documenti su opere di quest'ultimo nella regione risalgono a non prima del XVI secolo). Ad ogni modo, sappiamo che Giovanni Arnolfini si spostò dall'Italia a Bruges, dove col commercio riunì un'immensa fortuna ed entrò nel circolo più esclusivo del duca di Borgogna, per il quale lavorava l'artista.
L'opera risulta essere, prima del 1516, proprietà del cortigiano spagnolo Diego de Guevara y Quesada, attivo presso la corte di Borgogna. Non si conosce con certezza come l'opera pervenne a Diego de Guevara e chi possedette l'opera nel trentennio intercorso tra la morte della vedova di Giovanni di Arrigo Arnolfini, Giovanna Cenami (avvenuta nel 1480), e l'acquisto da parte di Diego.
Quest'ultimo donò il quadro nel 1516 all'arciduchessa Margherita d'Asburgo, la cui collezione di quadri fiamminghi passò nel 1530 a Maria d'Ungheria, che le succedette quale governatrice dei Paesi Bassi. Nel 1556 il dipinto venne portato in Spagna, dove Maria si era nel frattempo trasferita e viene menzionato in un inventario redatto in quell'anno. In seguito alla morte di Maria, nel 1558, la tavola viene collocata prima nel Real Alcázar di Madrid ed in seguito alla distruzione di questo palazzo nel 1734, nel palazzo reale di Madrid. Il dipinto viene menzionato quale parte delle collezioni reali spagnole nel 1789. Si ritiene che il dipinto cadde in mano ai francesi nel corso dei saccheggi compiuti da questi durante la guerra d'indipendenza spagnola, per poi finire, in seguito alla battaglia di Vitoria, in mani britanniche. I francesi infatti trasportavano un ingente carico di opere d'arte, destinate alla collezione di Giuseppe Bonaparte, che furono a loro volta requisite dopo la battaglia dai britannici (circa 90 quadri, non tuttavia il "Ritratto dei coniugi Arnolfini", passarono al Duca di Wellington, finendo nella sua dimora londinese, Apsley House). Nel 1816 il Ritratto ricompare a Londra risultando in possesso del colonnello scozzese James Hay, il quale lo offrì, avvalendosi della mediazione di Thomas Lawrence, a re Giorgio IV, il quale lo tenne per circa due anni presso la sua residenza londinese, Carlton House, per poi restituirlo ad Hay nel 1818. Hay vendette il quadro nel 1842 alla National Gallery di Londra per la cifra di seicento ghinee. L'opera è tuttora esposta alla National Gallery, nella sala n. 56, con il numero d'inventario NG186.
Descrizione L'opera è uno dei più antichi esempi conosciuti di pittura che ha come soggetto un ritratto privato, di personaggi viventi, anziché le consuete scene religiose.
Mostra la coppia in piedi, riccamente abbigliata, che si trova dentro la stanza da letto, mentre l'uomo, Giovanni Arnolfini, fa un gesto verso lo spettatore che può essere interpretato in vari modi, dalla benedizione, al saluto, al giuramento (anche di fedeltà alla memoria). La moglie gli offre la sua mano destra, mentre appoggia la sinistra sul proprio ventre, con un gesto che ha fatto pensare a una gravidanza in atto. La posa dei personaggi appare piuttosto cerimoniosa, praticamente ieratica; questi atteggiamenti sono probabilmente dovuti al fatto che si sta rappresentando la celebrazione di un matrimonio o la commemorazione di una defunta, dove tale serietà è del tutto appropriata.
La stanza è rappresentata con estrema precisione ed è popolata da una grande varietà di oggetti, tutti raffigurati con un'attenzione estrema al dettaglio. Tra questi oggetti spicca, al centro, uno specchio convesso, dettaglio giustamente celebre ed enigmatico, dove il pittore dipinse la coppia di spalle e il rovescio della stanza, dove si vede una porta aperta con due personaggi in piedi, uno dei quali potrebbe essere il pittore stesso.
Ancora oggi gli storici dell'arte discutono sul significato e lo scopo dell'opera: la tesi proposta da Erwin Panofsky nel 1934 è che si tratti della rappresentazione del matrimonio della coppia e di un'allegoria della maternità, a cui alluderebbero i numerosi simboli sparsi nella stanza. Varie altre interpretazioni hanno, tuttavia, permesso di elaborare punti di vista differenti, che hanno messo in dubbio la tesi stessa di Panofsky.
La soluzione che appare più probabile è che si tratti del giuramento tra gli sposi prima di presentarsi al sacerdote. Tale rituale avveniva tramite una promessa di matrimonio a mani congiunte, che aveva valore giuridico e richiedeva la presenza di due testimoni: per questo, più che al matrimonio in sé, il dipinto alluderebbe al momento del fidanzamento. In questo senso il quadro, con la sua esattezza fotografica, rappresenterebbe proprio il documento ufficiale dell'avvenuto giuramento, come sembra suggerire anche la particolare firma dell'artista («Jan van Eyck fu qui»), più simile, nella forma e nella disposizione, a una testimonianza notarile, piuttosto che a una certificazione autografica dell'opera (come avrebbe potuto suggerire un ben più consueto «Johannes de Eyck fecit»). Può anche darsi che van Eyck volesse indicare come il ritratto venne preso dal vero, in sua presenza: è possibile che avesse eseguito uno schizzo dei protagonisti in una o più sessioni di posa e poi avesse realizzato il dipinto nei mesi successivi.
Altra ipotesi suggestiva è che si tratti di un omaggio del mercante Arnolfini alla prima moglie, ricordando attraverso il dipinto il momento della loro promessa di matrimonio; forse la mano sul grembo testimonia l'attesa di un erede che Costanza Trenta stava per dargli o che non giunse a causa della morte di lei.
Si è parlato anche di un possibile esorcismo o cerimonia per recuperare la fertilità, poiché Arnolfini e la sua (seconda) moglie non ebbero figli. In tal caso si tratterebbe non della moglie defunta ma della seconda, Giovanna Cenami. Questo tipo di cerimonie per recuperare la fertilità era abituale all'epoca. Infatti dietro le mani unite dei protagonisti vi è una gargolla sorridente che potrebbe simbolizzare il male incombente sul matrimonio, come punizione del fatto che Giovanni Arnolfini poteva essere stato un donnaiolo e un adultero.
Dettagli e simbolismo I pittori fiamminghi, dei quali Jan van Eyck fu il primo caposcuola, tributavano un'attenzione scrupolosa ai minimi dettagli, fossero oggetti, parti di oggetti o caratteristiche minute dei volti, delle mani, delle vesti, ecc. Ciò dipendeva da ragioni tecniche (la pittura a olio permetteva infatti un lavoro più accurato della tempera o dell'affresco), religiose e filosofiche. Nelle opere a soggetto religioso si cercava, infatti, di calare il divino nel quotidiano: ciò avrebbe favorito un più intenso coinvolgimento dei fedeli; la filosofia nominalistica, d'altra parte, sosteneva come la sostanza del reale ci pervenisse dalla percezione dei singoli oggetti fisici.
In una visione tanto attenta al dettaglio ed ai più svariati oggetti, l'uomo non può essere il centro del mondo, come teorizzavano gli umanisti italiani, anzi è solo una parte del ricchissimo Universo, dove non tutto è riconducibile al principio ordinatore della razionalità. Se da una parte i gesti e le azioni dell'uomo hanno quella forza culturale di fare "storia", dall'altra i singoli oggetti acquistano importanza nella raffigurazione, ottenendo una forte valenza simbolica che può essere letta su vari strati.
Le nuove indagini tecnologiche della National Gallery di Londra (radiografie, infrarossi) dimostrano che la maggioranza degli oggetti fu dipinta dopo avere creato la scena principale, e che tutti sono piccoli tesori, costosissimi (come i vetri alle finestre, cosa rarissima per quei tempi), che davvero pochi potevano permettersi di pagare. La cosa più evidente è che Arnolfini richiese una dimostrazione del potere commerciale raggiunto, come uomo arricchitosi da solo col duro lavoro del secolo XV. I numerosi dettagli non solo hanno valore per la loro bellezza in sé, ma sottintendono a letture via via più approfondite e sofisticate, che vanno dalla celebrazione della prosperità materiale dei soggetti del quadro, fino a significati più astratti e simbolici, in questo caso legati alla cerimonia matrimoniale.
Dall'osservazione degli oggetti e degli abiti indossati appare evidente la condizione di agiatezza della giovane coppia, che sembra aver collezionato oggetti da vari paesi europei, dalla Russia (la pelliccia), dalla Turchia (il tappeto), dall'Italia, alla Inghilterra, alla Francia. Senza dubbio Arnolfini, ricco mercante, intratteneva rapporti d'affari con impresari di tutto il continente.
Nel dipinto quindi si possono cogliere almeno tre livelli principali: Il ritratto di due importanti membri della società, eseguito dal più eminente artista locale; La testimonianza del pittore al giuramento matrimoniale; Un compendio, realizzato tramite figure e oggetti simbolici, degli obblighi che comportava il matrimonio a metà del XV secolo.
Il dipinto è un'allegoria dell'ideale sociale del matrimonio, portatore di ricchezza, abbondanza, prosperità. Il cane e gli zoccoli rappresentano il motivo della fedeltà coniugale. Le arance sono un augurio di fertilità.Simboli e allegorie, Dizionari dell'arte, ed. Electa, 2003, pag. 339.
I protagonisti
In primo luogo troviamo la rappresentazione della coppia formata da Giovanni Arnolfini e Costanza Trenta, che è antagonistica e simboleggia i differenti ruoli che ognuno ricopre nel matrimonio. L'uomo appare severo, con la mano sinistra abbassata, che tiene la mano della coniuge, in riferimento all'unione carnale, e quella destra sollevata (fides levata) che simboleggia l'unione spirituale: quest'ultimo gesto, in ogni caso, può essere variamente interpretato, poiché può darsi anche di un segno di benedizione o di saluto. Egli ostenta il potere morale della casa (potestà), sostenendo con autorità la mano di sua moglie (fides manualis), che china il capo in atteggiamento sottomesso. Le loro fattezze sono realistiche e individuali e non risparmiano alcune imperfezioni, come le larghe narici di lui, il suo ovale del viso troppo lungo, gli occhi globosi e senza ciglia, mentre lei appare acerba e un po' paffutella.