Il fantasma della libertà (Le fantôme de la liberté) è un film surrealista del 1974 diretto da Luis Buñuel che, secondo il giudizio critico di Gian Luigi Rondi, «vede il mondo ideologico e stilistico di Buñuel sublimarsi in una surrealistica beffa drammatica».

Trama Film a episodi concatenati secondo una struttura a domino, attraverso l'entrata in scena più o meno casuale di nuovi personaggi.

Da una partita a poker tra frati, in cui la posta del gioco è costituita da santini della Madonna e scapolari, a una scolaresca di gendarmi che si comportano come autentici monelli (con scritte alla lavagna contro i superiori, puntine da disegno sulla sedia dell'insegnante), sino all'episodio dell'invito in casa di amici, durante il quale il momento di socialità avviene nell'atto di defecare, mentre il pranzo viene consumato avidamente, in solitudine, in uno stanzino appartato, al killer in un grattacielo che, dopo aver sparato sulla folla di ignari passanti ed essere stato condannato a morte, alla lettura della sentenza se ne esce tranquillamente dall'aula, tra le congratulazioni di gendarmi e avvocati e le richieste di autografi del pubblico.

Cameo In un'inquadratura del processo al killer che sparava sulla folla colpendo a casaccio compare Buñuel nei panni dell'ufficiale del tribunale che annuncia «La Corte!» battendo tre colpi di batacchio nel portone.

Distribuzione Ultimo film della trilogia insieme a La via lattea e Il fascino discreto della borghesia, specificatamente Il fantasma della libertà, prodotto da Serge Silberman per Greenwich Films (Parigi) ed Euro International Film (Roma), è stato distribuito da Euro-Domovideo.

Accoglienza Giorgio Cremonini nella sua monografia su Buñuel, la cui uscita è coeva al film, scrive che Il fantasma della libertà «chiude, almeno per il momento, la trilogia bunueliana [...] caratterizzata innanzitutto dall'abolizione del tradizionale impianto narrativo, a favore di una costruzione per episodi legati tra loro da un filo libero, paradossale». Riporta poi i rimproveri mossi alla rappresentazione del mondo borghese da parte del regista, già presenti, a proposito del Fascino discreto della borghesia, in Goffredo Fofi su Ombre rosse e in Mino Argentieri su Rinascita ritenendoli privi di valide giustificazioni. Cremonini si riferisce alle obbiezioni di questi ultimi in riferimento a una «presunta concezione della borghesia che ne ignori gli aspetti più determinanti, quelli del potere economico neocapitalista» e dell'impossibilità «di interpretare un autore secondo una logica politica propria [...]».

Critica Sull'Aggiornamento in lingua italiana del Dictionnaire des Films di Georges Sadoul 1965, a cura di Andrea Vannini, al film è dedicata una scheda descrittiva che così inizia, «Dopo Il fascino discreto della borghesia, ecco un nuovo film a sketch, questa volta sul tema della libertà; e una personalità anarchica come Buñuel si è potuta sbizzarrire».

Alberto Cattini, dopo aver riportato come sottoscrivendola una frase da Positif n. 162 dell'ottobre 1974 che definisce Le fantôme «un film da fine del mondo», continua «ma la complicità del suo sguardo e il riso che lo pervade - si pensa a Kafka e a Beckett - non sono in vendita. Sono di proprietà di chi, come Buñuel, crede nell'immaginazione rivoluzionaria di "Marx, Freud, Einstein"».

Casting In una scena Adriana Asti suona il pianoforte vestita solo di un paio di calze autoreggenti e scarpe di vernice. Per essere sicura di piacere a Luis Buñuel prima di iniziare le riprese, l'attrice ha affermato che si presentò da lui in camerino con un impermeabile di Valentino foderato di pelliccia. Se lo sfilò, sotto non aveva niente. «Voilà, je suis comme ça», gli disse. Lui, imbarazzato, le rispose: «Madame, s'il vous plait, je suis pas un pornographe».

Note

Collegamenti esterni

Categoria:Film commedia drammatica Categoria:Film diretti da Luis Buñuel