La guerra decennale fu un conflitto armato della durata di circa dieci anni (da cui il nome) combattuto tra i liberi comuni di Como e Milano al principio del XII secolo. Il conflitto fu particolarmente aspro ed interessò un'area corrispondente all'attuale Insubria, Brianza e Valtellina, concludendosi con la distruzione di Como.

Quasi tutti i dettagli in merito allo svolgimento di questa guerra sono tratti dal poema epico Liber Cumanus, sive de bello Mediolanensium adversus Comenses scritto da un chierico comasco chiamato per convenzione Poeta Cumano (o Anonimo Cumano), che visse durante lo svolgimento della guerra e a suo dire ne fu testimone oculare. Altre fonti storiche rilevanti in merito sono il Liber historiarum Mediolanensis urbis di Landolfo Iuniore e in minor misura la Chronica di Milano dell'Anonimo Milanese.

Antefatti Agli inizi del XII secolo i due comuni di Milano e Como risultavano essere rivali ormai da molti decenni, soprattutto per dispute di tipo ecclesiastico e commerciale.

Malgrado Milano fosse già allora una potenza commerciale, il territorio sotto il suo diretto controllo si limitava alla città stessa e ad una piccola fascia di campagna oltre le mura. I mercanti milanesi, pertanto, dovevano pagare dazi più o meno pesanti ogniquavolta si recavano a commerciare nelle città vicine. Como, oltre ad essere essa stessa una fiorente città commerciale e quindi sua concorrente, si trovava sulla strada che collegava il capoluogo lombardo alla Svizzera mediante i passi del Lucomagno, dello Spluga e del Settimo. Milano inoltre mirava a sottrarsi sempre di più al controllo dell'imperatore per cui il possesso del Lago di Como e delle valli ticinesi poteva garantire una relativa sicurezza in tal senso, prevenendo eventuali incursioni armate dalla Germania.

Como mal digeriva il fatto che parte del ramo orientale del lago, la città di Lecco e il contado della Martesana, fossero sotto l'influenza di Milanoil confine dei territori d'influenza dei due comuni si trovava pressappoco nella zona di Fino Mornasco e Lomazzo. Già dalla metà dell'XI secolo infatti il libero comune milanese aveva intrapreso la strada dell'autonomia dal Sacro Romano Impero e, formalmente, Como dipendeva da Milano. L'affermazione politica di Como non poteva che passare, quindi, per un'alleanza col governo imperiale e col ridimensionamento della potenza ambrosiana.

Un ruolo considerevole fu giocato anche da questioni ecclesiastiche. La Diocesi di Como aveva sciolto i legami con l'Arcidiocesi di Milano al tempo dello scisma tricapitolino (607), divenendo suffraganea del patriarcato di Aquileia. Il vescovo Ariberto da Intimiano, morto nel 1045, aveva retto l'arcidiocesi milanese dal 1018 e aveva sostenuto le pretese dell'imperatore Enrico IV contro papa Gregorio VII durante la lotta per le investiture, sino all'epilogo di Canossa. Viceversa il vescovo comasco Rainaldo aveva sempre mantenuto un atteggiamento filo-papale, attirandosi le antipatie della maggior parte dei vescovi lombardi e finendo per due volte in carcere. Verso la fine del 1083 fu liberato dalla seconda prigionia, scontata a Roma, ma dovette rinunciare al vescovato e si ritirò a Nesso dove morì l'anno seguente..

Nel 1094 l'imperatore Enrico IV di Franconia, che si era arrogato il diritto di nominare i vescovi in spregio a papa Gregorio VII, nominò Ariberto (o Eriberto) de Amatia da Venosta, la cui famiglia era feudataria di Bormio. Il nuovo vescovo morì nel 1096 e al suo posto l'imperatore nominò il diacono Landolfo da Carcano, ordinario della chiesa milanese, che fu consacrato da Federico di Moravia, patriarca d'Aquileia. Landolfo, in quanto proveniente da una nobilissima famiglia milanese, era considerato espressione degli interessi della sua città e su di lui pendeva l'accusa di simonia pertanto non venne riconosciuto come legittimo dai cittadini e dal clero. Quando papa Urbano II giunse a Como in quello stesso anno per consacrare la nuova cattedrale di Sant'Abbondio, annullò la nomina imperiale rinnovando a Landolfo l'accusa di simonia e indisse una nuova elezione. Fu così che i canonici della cattedrale di Santa Maria Maggiore elessero al suo posto Guido Grimoldi (o Guidone), originario di Cavallasca, arciprete della Basilica di Sant'Abbondio ed espressione della nobiltà locale.

Nel 1098 Landolfo subì anche la scomunica emessa a suo carico da Anselmo da Bovisio, arcivescovo di Milano. Ciononostante non rinunciò a proteggere i suoi interessi, per non perdere gli ingenti appannaggi e il potere, tanto religioso quanto politico, che la carica di vescovo comportava. Conscio di non avere forze sufficienti per opporsi al Grimoldi e di non poter mettere piede in città, si rifugiò nel castello di San Giorgio presso Magliaso, un piccolo borgo vicino a Lugano, allora compresa nella diocesi di Como. Da quel luogo continuò ad agire come fosse il vescovo legittimo. Concesse investiture e privilegi per ingraziarsi i nobili di alcuni borghi lacustri come Samolaco, organizzò periodicamente scorrerie contro i villaggi fedeli a Como e scrisse più volte al nuovo arcivescovo di Milano Giordano da Clivio, col quale era imparentato, chiedendo aiuto nel progetto di riconquista della cattedra comasca. L'espansione dell'influenza di Landolfo sul territorio della diocesi di Como spinse i comaschi a ricorrere alla forza. La diocesi di Como pertanto si divise in due fazioni: la prima, facente capo a Guido Grimoldi, era composta prevalentemente dai cives, i cittadini comensi; la seconda, guidata da Landolfo da Carcano, rappresentava gli abitanti del contado...

Da ultimo, dopo il terremoto del 1117 che aveva colpito anche la zona di Como, presagio funesto di future calamità secondo i contemporanei, Guido Grimoldi aveva dovuto impegnarsi nella ricostruzione delle zone colpite dal sisma quando si trovò di fronte allo scoppio della guerra.

Guerra

La spedizione al castello di San Giorgio Nel 1118 esplose il conflitto e furono i comaschi a fornire ai milanesi il casus belli. Il consiglio generale, riunitosi nella chiesa di San Giacomo, decise all'unanimità di attaccare il castello di San Giorgio, sito a Magliaso, nel territorio della pieve di Agno, dimora dell'odiato Landolfo da Carcano. Il giorno successivo un piccolo esercito di cavalieri, guidato dai consoli Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella, uscì dalla città al crepuscolo, passò per Borgo Vico, attraversò il ponte romano sul Breggia presso Tavernola e per la via di Capolago raggiunse Magliaso. Alle prime luci dell'alba i comaschi fecero irruzione nel castello sfondando il portone e cogliendo di sorpresa i difensori che tuttavia opposero una feroce quanto vana resistenza. La mischia costò la vita due nipoti del presule, Ottone (o Datone) e Bianco (o Lanfranco), Landolfo venne invece catturato e portato in catene a Como dove fu imprigionato. Allora le mogli degli uccisi, vestite a lutto e accompagnate dai loro parenti, si recarono a Milano ed entrate nella cattedrale di Santa Maria Maggiore portando croci e dispiegando le camicie insanguinate dei mariti, si inginocchiarono piangenti dall'arcivescovo di Milano implorando giustizia e protezione. Giordano da Clivio convocò il consiglio generale ed arringò alla folla che si era accalcata dentro e fuori dalla cattedrale, descrivendo le ingiurie dei comaschi nei confronti della diocesi di Milano e i crimini commessi ai danni della nobile famiglia dei Carcano, arrivando perfino a porre l'interdetto sulla città e il divieto di ingresso nelle chiese a tutti i milanesi finché non avessero vendicato le offese ricevute dai comaschi. Il consiglio generale, infiammato dall'eloquenza dell'arcivescovo, decise di scendere in guerra..

La tentata invasione di Como Dopo la riunione del consiglio generale del comune di Milano vennero inviati araldi per dichiarare guerra a Como e banditori per diffondere la nuova in tutta la città e nel contado. Come da consuetudine, il Carroccio venne trainato da tre coppie di buoi bianchi nella piazza della cattedrale e vi restò per tre giorni durante i quali suonò la campana Martinella, posta in cima ad esso, che indicava la chiamata alle armi. I soldati milanesi, divisi in sei compagnie, corrispondenti alle sei porte maggiori della città, si radunarono attorno al proprio capitano e si portarono in piazza dove, prima della partenza, fu celebrata la messa. Nel contado la guerra fu annunciata dai rintocchi a distesa delle campane. I comaschi si prepararono rinforzando le mura della città e chiamando alle armi la gente dei borghi rimasti fedeliin epoca comunale tutti i cittadini maschi dall'adolescenza sino all'età di 60-70 anni dovevano prestare all'occorrenza servizio militare, tra cui spiccavano quelli della Val d'Intelvi.. In agosto l'esercito milanese uscì dalla città da Porta Comasina e marciò lungo la strada romana che collegava Milano a Como sino ad una piana paludosa, detta Canneta o Canneda, posta tra gli abitati di Grandate e Lucino, dove si accampò. I comaschi, avvertiti dagli esploratori della presenza del nemico, uscirono con il loro esercito da Porta Pretoria, guidato dai mentovati consoli e per sbarrare la strada al nemico si accamparono tra Rebbio e Grandate, avendo alle spalle i monti su cui sorgeva Castel Baradello.

Il giorno successivo i milanesi avanzarono contro i comaschi ed ebbe luogo il primo scontro armato del conflitto, la battaglia della Morsegna. Si continuò a combattere furiosamente sino al tramonto poi i comaschi indietreggiarono accampandosi alle falde del colle Baradello. Nella mischia morì Adamo del Pero, uno dei due consoli. All'alba i milanesi, dopo aver fortificato le posizioni guadagnate il giorno precedente, avanzarono sino a Rebbio, tagliando fuori i comaschi da eventuali rinforzi provenienti dalla città. I comaschi, per cercare di aprirsi una via di fuga, attaccarono i milanesi sui fianchi. Nello scontro caddero un sacerdote figlio di Ardizzone da Samarate e Girolamo, il vessillifero dei comaschi, dopo essersi battuti valorosamente. Mentre una parte dell'esercito milanese teneva impegnato il nemico, il resto seguì il corso del fiume Aperto nella val Mulini e dopo aver guadato il Cosia si diresse verso le mura meridionali di Como. Qui i milanesi riuscirono a sorprendere le guardie a presidio della porta ed entrati in città, fecero strage dei pochi difensori e dei cittadini, liberarono Landolfo da Carcano ed appiccarono il fuoco agli edifici. I comaschi, asserragliati sulle pendici del Baradello, videro le colonne di fumo che si innalzavano dalla città e si diressero verso la val Mulini attraversando i boschi che ricoprivano i pendii della collina. Passando per Borgo Vico, entrarono in città, sorprendendo i nemici intenti al saccheggio. L'assalto mise in fuga i milanesi, una parte dei quali rimase indietro a coprire la ritirata ai compagni e fu in gran parte uccisa o fatta prigioniera. Nello scontro i milanesi persero oltre mille uomini.. Il vescovo Grimoldi si distinse quale principale capo politico e militare dello schieramento comasco, in grado di "animare e sostenere il coraggio dei suoi" ed era solito benedire le navi che partecipavano alle battaglie lacustri, "mandavale quasi ad una certa vittoria"..

Assedio di Como del 1119