I Tocari furono i parlanti delle lingue tocarie, un gruppo di idiomi indoeuropei noto grazie a circa 7.600 documenti del VI e VII secolo, scoperti lungo il margine settentrionale del bacino del Tarim (nell’odierno Xinjiang, in Cina).. Il nome «tocario» fu attribuito a queste lingue all’inizio del XX secolo, quando si pensò di collegare i loro parlanti ai Tókharoi (in latino Tochari), popolazione citata dalle fonti greche antiche e stanziata in Battriana dal II secolo a.C. Oggi tale identificazione è considerata in gran parte erronea, ma la denominazione «tocario» rimane la più diffusa. Il loro endonimo originale non è noto; è possibile, però, che si definissero Agni, Kuči o Krorän, oppure Agniya e Kuchiya, come suggeriscono alcuni testi in sanscrito.
Verso il 2000 a.C. sorsero comunità agricole nelle oasi settentrionali del Tarim. Alcuni studiosi hanno ipotizzato un collegamento con la cultura di Afanasievo (ca. 3500-2500 a.C.) in Siberia, a nord del Tarim, o con la BMAC dell’Asia centrale. Le più antiche mummie del Tarim risalgono al 1800 a.C., ma non è chiaro se esista un legame con i Tocari che compariranno due millenni dopo. L’ipotesi di una discendenza tra i Tocari e queste mummie è oggi in gran parte respinta, poiché non è stata rilevata alcuna connessione genetica con i popoli indoeuropei migranti (in particolare quelli associati alle culture di Afanasievo o BMAC).: «I nostri risultati non supportano le ipotesi precedenti sull’origine delle mummie del Tarim, secondo le quali esse sarebbero state pastori proto-tocari discendenti della cultura di Afanasievo, oppure provenienti dal Complesso archeologico battriano-margiano (BMAC) o dalle culture del Corridoio montano dell’Asia interna. Al contrario, sebbene sia plausibile che il tocario sia stato introdotto nel bacino della Zungaria dai migranti Afanasievo durante l’Età del Bronzo Antico, riteniamo che le culture più antiche del bacino del Tarim siano sorte da una popolazione locale geneticamente isolata, che adottò pratiche pastorali e agricole delle regioni vicine, il che permise loro di stabilirsi e prosperare lungo le mutevoli oasi fluviali del deserto del Taklamakan.»
Nel II secolo a.C., questi insediamenti divennero città-stato, strette fra i popoli nomadi a nord e gli imperi cinesi a est. Le città, la più grande delle quali era Kucha, fungevano anche da stazioni di sosta lungo la diramazione settentrionale della Via della seta, sui confini del deserto del Taklamakan.
Per diversi secoli, il bacino del Tarim fu governato dagli Xiongnu, dalla dinastia Han, dall’Impero tibetano e dalla dinastia Tang. Dall’VIII secolo d.C., giunsero in quest’area gli Uiguri, parlanti una lingua turcica, che fondarono il Regno di Qocho. In seguito, gli abitanti delle città del Tarim si mescolarono con gli Uiguri, la cui lingua uigura antica si diffuse nella regione. Si ritiene che le lingue tocarie si siano estinte durante il IX secolo.
Nomi All’inizio del XX secolo, gli archeologi recuperarono da alcune oasi del bacino del Tarim numerosi manoscritti redatti in due lingue indoeuropee tra loro strettamente affini, fino ad allora sconosciute. Comprenderne i testi fu relativamente semplice, poiché utilizzavano una variante della scrittura medio-brahmi indiana, già decifrata. Queste lingue ricevettero denominazioni simili da parte dei loro vicini geografici:.
in un testo buddhista in turco antico (uiguro), il colophon spiegava che il testo era stato tradotto dal sanscrito attraverso il toxrï tyly (Tωγry tyly), ovvero la «lingua dei Togari»; i testi manichei in varie lingue delle regioni circostanti menzionavano invece «la terra dei Quattro Toghar» (Toγar ~ Toχar, grafato Twγr) per identificare l’area compresa «tra Kucha e Karashar fino a Qocho e Beshbalik».
Fu Friedrich W. K. Müller il primo a proporre una caratterizzazione per queste nuove lingue scoperte.. Müller le chiamò «tocarie» (Tocharisch in tedesco), collegando il termine toxrï (Tωγry, «Togari») con l’etnonimo Tókharoi (in greco antico: Τόχαροι), impiegato da Strabone per indicare una delle popolazioni «scite» originarie della regione «al di là del fiume Iassarte» che, nella seconda metà del II secolo a.C., invasero il regno greco-battriano (situato nell’attuale Afghanistan).Anche Tolomeo VI, 11, 6 (II secolo d.C.).«La maggior parte degli Sciti, cominciando dal mar Caspio, sono soprannominati Daii; ma i più orientali diconsi Massageti e Saci; gli altri chiamansi tutti comunemente Sciti, ma ciascuno di essi poi ha un suo nome particolare. Tutti costoro od almeno la maggior parte son nomadi; fra i quali poi sono principalmente conosciuti quelli che tolsero agli Elleni la Battriana, cioè gli Asii, i Pasiani, i Tocari e i Sacarauli; poi quelli che si partirono dalle sponde dell’Iassarte, dov’essi abitavano rimpetto ai Saci ed ai Sogdiani [...]» (Strabone, Libro XI, 11, 1-2). Tale denominazione appare anche nelle lingue indoiraniche (in sanscrito Tushara/Tukhāra, in persiano antico tuxāri-, in khotanese ttahvāra) e ha dato origine ai nomi «Tocaristan» (generalmente riferito alla Battriana del I millennio) e alla provincia di Takhar in Afghanistan. Spesso i Tókharoi vengono identificati dai moderni studiosi con gli Yuezhi delle fonti cinesi, fondatori dell’Impero Kusana..
L’identificazione proposta da Müller è divenuta una posizione minoritaria quando si scoprì che la popolazione del Tocaristan (Battriana) parlava in realtà il battriano, una lingua iranica orientale assai diversa dalle lingue tocarie. Nonostante ciò, la denominazione «tocario» è rimasta in uso per riferirsi sia alle lingue dei manoscritti del Tarim, sia al popolo che le parlava.. Alcuni studiosi ipotizzano che gli Yuezhi parlassero originariamente il tocario e fossero passati in seguito all’uso del battriano..
Il nome di Kucha in tocario B era Kuśi, con la forma aggettiva kuśiññe, che potrebbe derivare dalla radice protoindoeuropea *keuk, «splendere, bianco».. La parola akeññe del tocario B potrebbe riferirsi agli abitanti di Agni, con un significato etimologico di «gente di confine». Uno dei testi in tocario A riporta ārśi-käntwā come designazione della propria lingua, per cui ārśi potrebbe significare «agneo», anche se potrebbe voler dire «monaco».
A quanto sembra, i sovrani tocari si attribuivano il titolo Ñäktemts soy (in tocario B), equivalente al Devaputra («figlio di Dio») dei Kusana.«Secondo i linguisti, i re di Kucha si autodefinivano ñäktemts soy (in tocario B), espressione equivalente a Devaputra (un epiteto comunemente usato dai re Kuṣāṇa), che significa “Figlio del deva, o di Dio”» in
Lingue
Le lingue tocarie sono note grazie a circa 7.600 documenti risalenti, grosso modo, al periodo tra il 400 e il 1200 d.C., rinvenuti in 30 siti nel settore nord-orientale del bacino del Tarim.. Tali manoscritti sono redatti in due idiomi indoeuropei distinti ma strettamente affini, convenzionalmente chiamati tocario A e tocario B.. Dati di glotto-cronologia indicano che le lingue tocarie risultano più vicine alle lingue indoeuropee occidentali (come il protogermanico o il protoitalico) e, non avendo subito il processo di satemizzazione, precedono temporalmente l’evoluzione delle lingue indoeuropee orientali..
Il tocario A (detto anche agneo o tocario orientale) è attestato nelle oasi nord-orientali che i Tocari chiamavano Ārśi, in seguito Agni (cioè la cinese Yanqi, corrispondente all’odierna Karasahr), e a Turpan (inclusa Khocho o Qočo; in cinese Gaochang). Gli studiosi hanno analizzato in dettaglio circa 500 manoscritti, perlopiù provenienti da monasteri buddhisti. Molti autori ritengono che il tocario A fosse diventato, all’epoca di questi testi, soltanto una lingua letteraria e liturgica; tuttavia, non si esclude che la documentazione a nostra disposizione non rappresenti l’uso quotidiano effettivo.
Il tocario B (detto anche kuceo o tocario occidentale) è attestato non solo negli stessi siti del tocario A, ma anche in località più occidentali, tra cui Kuchi (l’odierna Kucha). Sembra che fosse ancora impiegato nella vita quotidiana al tempo della redazione dei manoscritti. Di esso si contano oltre 3.200 manoscritti studiati approfonditamente.
Le due lingue mostrano differenze significative nella fonologia, nella morfologia e nel lessico, al punto da risultare mutuamente inintelligibili, in misura paragonabile a quanto avviene tra le lingue germaniche o romanze moderne... Il tocario A si caratterizza per innovazioni nelle vocali e nella flessione nominale, mentre il tocario B presenta cambiamenti nei suoni consonantici e nella flessione verbale. Numerose discrepanze lessicali riguardano concetti buddhisti, il che lascia supporre un legame con tradizioni religiose differenti.
Le divergenze indicano che tocario A e tocario B si siano separati da un antenato comune tra i 500 e i 1.000 anni prima della documentazione più antica, vale a dire in un periodo collocabile nel I millennio a.C.. Il lessico indoeuropeo conservato comprende parole relative alla pastorizia, ai bovini, alle pecore, ai maiali, ai cani, ai cavalli, ai tessuti, all’agricoltura, al grano, ai metalli preziosi (oro e argento) e ai veicoli a ruote..
Nei documenti in pracrito del III secolo, provenienti da Krorän, Andir e Niya, ai margini sud-orientali del Tarim, si trovano circa 100 prestiti lessicali e un migliaio di nomi propri che non paiono riconducibili a lingue indoarie o iraniche.. Thomas Burrow ipotizzò che si trattasse di una varietà di tocario, battezzata «tocario C» o «kroranico», forse parlata almeno da una parte degli abitanti locali.. Sebbene la tesi di Burrow goda di un certo consenso, le prove rimangono limitate e non del tutto risolutive; alcuni studiosi propongono spiegazioni alternative.
Religione
La maggior parte delle iscrizioni tocarie proviene da testi monastici buddhisti, il che suggerisce che i Tocari adottarono ampiamente il buddhismo. Le credenze pre-buddhiste di questo popolo rimangono in gran parte sconosciute; tuttavia, alcune divinità cinesi mostrano somiglianze con quelle indoeuropee ricostruite, ad esempio la dea del sole e quella dell’aurora, fatto che potrebbe indicare un’influenza delle credenze tocarie pre-buddhiste sulla religione cinese, dovuta ai contatti commerciali lungo le rotte che attraversavano i territori tocari.. Nella lingua tocaria B è attestato il sostantivo swāñco, derivato dal nome della dea solare protoindoeuropea; il tocario A, invece, presenta la parola koṃ, un prestito etimologicamente riconducibile alla dea turca del sole, Gun Ana. È possibile che i Tocari venerassero anche una divinità lunare (meñ-) e una dea della terra (keṃ-)..
I murali del bacino del Tarim, in particolare quelli nelle grotte di Kizil, raffigurano soprattutto Jātaka, avadāna e leggende sul Buddha, costituendo un’espressione artistica della tradizione Hīnayāna (Scuola Sarvāstivāda). Quando il monaco cinese Xuanzang visitò Kucha nel 630 d.C., ricevette i favori del re tocario Suvarnadeva, figlio e successore di Suvarnapushpa, che Xuanzang descrisse come seguace del Buddhismo Hīnayāna.. Nel suo resoconto del viaggio a Kucha (屈支国), scrisse: «In questo paese ci sono circa cento conventi (saṅghārāma), con oltre cinquemila discepoli. Essi appartengono al Piccolo Veicolo della scuola dei Sarvāstivāda (zhuyiqieyoubu). La loro dottrina [gli insegnamenti dei Sūtra] e le regole di disciplina [i principi del Vinaya] sono come quelli dell’India, e coloro che li studiano utilizzano gli stessi [testi originali].», disponibile anche in:
Possibili antenati La via attraverso cui i parlanti di lingue indoeuropee giunsero nel bacino del Tarim non è certa. Una delle ipotesi più accreditate è che essi discendano dalla cultura di Afanasievo, attiva nell’area degli Altaj tra il 3300 e il 2500 a.C.
Cultura di Afanasievo