L'8 settembre 1943 l'annuncio dell'armistizio dell'Italia con gli Alleati fece scattare da parte dei tedeschi l'operazione Achse per neutralizzare le forze armate italiane schierate nei vari teatri bellici del Mediterraneo e occupare militarmente la penisola. Nelle prime ore del 9 settembre due motosiluranti di tipo S-Boot (la S 54 del sottotenente di vascello Klaus-Degenhard Schmidt e la S 61 del capo nocchiere Friedel Blömker) e una motozattera tedesca riuscirono a minare il porto di Taranto, navigando quindi verso l'alto Adriatico. Tra il 9 e l'11 settembre la piccola formazione tedesca riuscì, complice anche l'inazione delle navi e dei comandi costieri italiani, ad affondare un motoveliero al largo di Gallipoli, una cannoniera davanti alla costa di Ancona e un cacciatorpediniere non lontano dal Lido di Venezia, catturando inoltre ben quattro piroscafi. Giunto quindi a Venezia, il sottotenente di vascello Schmidt convinse il locale comandante del Dipartimento navale dell'alto Adriatico, ammiraglio di divisione Emilio Brenta, ad arrendersi con l'intera guarnigione di sedicimila uomini.
Le mine posate a Taranto dalla motozattera tedesca inoltre affondarono un posamine britannico impegnato nell'operazione Slapstick (10 settembre) e un rimorchiatore italiano (22 settembre).
Storia L'uscita dal porto di Taranto delle motosiluranti tedesche L'8 settembre 1943, giorno della proclamazione dell'armistizio dell'Italia con gli Alleati, nella rada del Mar Piccolo di Taranto, si trovavano due motosiluranti tedesche (S-Boot) della 3ª Schnellbootsflottille: la S 54, del sottotenente di vascello (Oberleutnant zur See) Klaus-Degenhard Schmidt, e la S 61 con il capo nocchiere Friedel Blömker, che sostituiva il comandante titolare. Vi era poi la motozattera MFP 478 comandata anch'essa da un sottufficiale, che aveva da poco sbarcato le sue ventidue mine tipo TMA/B al deposito di Buffoluto.
Schmidt, che alle ore 21:28 aveva ricevuto dal comandante della 3ª Schnellbootsflottille, capitano di fregata (Fregattenkapitän) Herbert Max Schultz, l'ordine di lasciare al più presto il porto di Taranto, poco prima della mezzanotte chiese all'ammiraglio di squadra Bruto Brivonesi, comandante del Dipartimento marittimo Jonio e Basso Adriatico, l'autorizzazione a far partire le tre navi in ore notturne per un porto della Grecia, motivandolo con il timore di trovare all'alba unità navali britanniche in prossimità della base. Richiese anche il permesso di spostare le due motosiluranti dal Seno di Levante del Mar Piccolo, ove si trovavano decentrate, a «San Pietro per distruggere i congegni di accensione delle torpedini elettriche depositate in detta isola» dalla marina germanica. Schmidt assicurò che le motosiluranti «non avrebbero compiuto atti ostili entro le acque territoriali italiane», al che Brivonesi acconsentì alle sue richieste, facendo però accompagnare le due motosiluranti tedesche da due motoscafi italiani.
Grazie alla testimonianza di Franco Bargoni, all'epoca guardiamarina in servizio all'ufficio cifra della segreteria del 4º Gruppo sommergibili, si sa che quella notte «arrivò una telefonata dal deposito munizioni di Buffoluto, in cui si domandava come comportarsi nei riguardi della motozattera germanica che con minacce pretendeva di reimbarcare le sue mine. Nessuno chiaramente li aveva avvisati del colloquio di Brivonesi con l'ufficiale tedesco. Il Capitano di Vascello di servizio, essendone evidentemente anche lui all'oscuro, chiamò qualcuno, chiaramente uno dei diretti superiori: o l'ammiraglio di divisione Fioravanzo, comandante della Base e quindi responsabile anche di Buffoluto, o l'ammiraglio Brivonesi capo del Dipartimento. Cosa gli abbiano risposto non lo so, ma il concetto era questo. "È roba loro dategliele."» All'1:15 del 9 settembre le unità tedesche avevano ricevuto, per radio, di rendere esecutivo l'ordine di operazione "Ernte" del piano "Achse". Alle 04:00 del 9 settembre, avendo la motozattera MFP 478 imbarcato ventiquattro mine magnetiche TMA/B alla banchina del deposito Buffoluto, le tre navi germaniche cominciarono a muovere disponendosi in linea di fila, e attraversarono le ostruzioni del Mar Grande alla velocità di nove nodi, che era la massima consentita dalla motozattera a causa dello stato dei suoi motori, alquanto cimentati da un intenso impiego. Anche le due motosiluranti S-54 e S-51 non si trovavano in piena efficienza, potendo sviluppare una velocità massima di appena diciotto nodi, consentita dal funzionamento di due dei tre motori di cui esse erano dotate. La MFP 478 si dedicò quindi a calare in mare ventidue mine magnetiche. È difficile credere che l'ammiraglio Brivonesi abbia mandato motoscafi a sorvegliare i movimenti delle unità tedesche nei loro spostamenti. Se effettivamente erano presenti la vigilanza fu scarsissima, perché gli uomini a bordo non si accorsero degli atti ostili che le unità germaniche portarono a compimento nelle acque del Mar Grande.
L'operazione di posa mine, iniziata a poche centinaia di metri dall'imboccatura del canale navigabile, e proseguita nel Mar Grande con le navi che continuavano a procedere in linea di fila, anche per non fornire sospetti, si era svolta sotto la direzione del tenente di vascello Erns Winkler, del comando servizio minamento della Kriegsmarine, che aveva preso imbarco sulla motozattera; dopo di che le tre piccole unità tedesche diressero verso Gallipoli, nelle cui acque incontrarono al mattino due piccoli motovelieri italiani requisiti e in servizio di dragaggio, dei quali uno, il Vulcania (R 240), di 90 tsl, fu raggiunto e affiancato dalla S 54 e fatto affondare dopo aver allontanato i dodici uomini dell'equipaggio su un'imbarcazione di salvataggio. Il motoveliero affondò a un miglio e mezzo dal porticciolo di Santa Maria di Leuca, facendo scattare l'allarme a terra, con le batterie costiere italiane che spararono una trentina di colpi sulle motosiluranti che si stavano allontanando, senza colpirle.
La notizia che erano stati violati i patti concordati con il sottotenente Schmidt arrivò a Brivonesi alle ore 13:00 del 9 settembre, e pertanto l'ammiraglio si preoccupò di quello che poteva succedere se le unità germaniche avessero incontrato la corvetta Baionetta, in rotta da Pescara per Brindisi con a bordo il re Vittorio Emanuele III e i membri della corte e del governo, in fuga da Roma e imbarcati ad Ortona, e verso la quale si stava dirigendo, per assumerne la scorta, l'incrociatore leggero Scipione Africano. Inizialmente Brivonesi pensò di ordinare l'uscita da Taranto delle due torpediniere Clio e Sirio, ma poi essendo lo Scipione già in navigazione per assumere la scorta alla Baionetta, si limitò a « fargli giungere l'ordine di agire offensivamente contro le motosiluranti qualora le avesse avvistate ». In effetti, verso le ore 14:00 di quel giorno 9, trovandosi a transitare al largo di Capo d'Otranto alla velocità di ventotto nodi, lo Scipione avvistò la S 54 e la S 61, le quali all'avvicinarsi dell'incrociatore, temendo fosse stato inviato al loro inseguimento, presero a bordo l'equipaggio della lenta motozattera MFP 478, che poi fu fatta saltare in aria con una carica esplosiva. Quindi le due motosiluranti si allontanarono alla velocità di diciotto nodi che, come abbiamo detto era la massima consentita dai loro motori, e manovrarono coprendosi con cortine di nebbia artificiale per disturbare la regolazione del tiro da parte dell'unità italiana, che però non mostrò di voler intraprendere alcun'azione offensiva. Dallo Scipione fu vista la motozattera esplodere, ma poiché le motosiluranti non mostravano di assumere atteggiamenti aggressivi verso la sua nave, e anzi manovravano per allontanarsi alla massima velocità consentita nascondendosi con una cortina di fumo, il comandante capitano di fregata Ernesto Pellegrini fece continuare la navigazione verso Pescara, senza deviare dalla rotta, dovendo assolvere il più importante compito della scorta alla corvetta.
L'affondamento del posamine britannico Abdiel Nel frattempo le mine magnetiche tedesche stavano per fare le loro vittime. Sulla base degli accordi seguiti alla firma dell'armistizio, e concordati dagli Alleati con il governo del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio e con le autorità della Regia Marina, la sera dell'8 settembre ebbe inizio l'operazione britannica Slapstick che consisteva del trasporto a Taranto di un contingente di truppe britanniche della 1ª divisione aviotrasportata. Le truppe si erano imbarcate a Biserta su cinque unità della Royal Navy, gli incrociatori leggeri del 12º squadrone (comandato dal commodoro William Gladstone Agnew), , e e sul posamine veloce , a cui si aggiunse il grosso incrociatore statunitense . Per la loro copertura fu destinato un nucleo navale comprendente le moderne corazzate da tonnellate (viceammiraglio Arthur Power) e , salpate da Malta con la loro scorta di quattro cacciatorpediniere della 14ª flottiglia: Jervis; ; e .
Nello stesso tempo, in conformità con gli ordini impartiti con il famoso promemoria Dick dal comandante in capo delle forze navali Alleate, ammiraglio Andrew Cunningham, anche le navi italiane della 5ª Divisione navale (ammiraglio Alberto Da Zara), e costituite dalle corazzate Andrea Doria e Duilio, dagli incrociatori leggeri Luigi Cadorna e Pompeo Magno, e dal cacciatorpediniere Nicoloso da Recco si misero in movimento da Taranto per trasferirsi nei porti degli Alleati. Raggiunto l'indomani il porto di Malta, le cinque navi furono internate, assieme alle altre unità delle Forze Navali da Battaglia salpate da La Spezia e da Genova, e che nel trasferimento avevano perduto nel Golfo dell'Asinara, per attacco aereo tedesco, la corazzata Roma, il pomeriggio del 9 settembre.
Quello stesso giorno, ad iniziare dalle ore 17:00, gli incrociatori britannici cominciarono ad entrare nel Mar Grande e, mentre si portavano all'attracco nel porto mercantile per iniziare lo sbarco delle truppe, furono seguiti dalle corazzate che si ancorarono in rada. Verso le ore 24:00, mentre l'operazione per mettere a terra soldati era in pieno svolgimento, il posamine veloce Abdiel (capitano di vascello David Orr-Ewing), che si era ancorato nel Mar Grande a circa 700 metri per sud-sudovest dal castello aragonese e quindi all'entrata del canale che porta al Mar Piccolo, ruotando sull'ancora finì su una delle mine magnetiche tedesche, posate nella notte precedente. In quel momento (erano le 00:15 del 10 settembre), lAbdiel stava sbarcando i suoi quattrocento soldati del 6º battaglione paracadutisti (Royal Welsh). L'esplosione della mina TMA/B, fortissima, fu udita in ogni angolo del porto, ed il posamine, con le paratie dello scafo squarciate, si spezzò in due tronconi e affondò in soli due minuti alle coordinate . Con lAbdiel si persero 48 uomini dell'equipaggio, inclusi 6 ufficiali, e 101 soldati. I feriti furono 126, tra cui 6 marinai, e 150 le tonnellate di materiale perduto, sotto forma di armi ed equipaggiamenti per le truppe, incluse 8 Jeep, 76 cannoni controcarro e munizioni. Le perdite umane avrebbero potuto essere molte di più se gli uomini della nave non si fossero trovati in coperta a causa del caldo opprimente nei locali inferiori.
Subito dopo l'esplosione della mina, fu inviata in soccorso dell'Abdiel la nave ospedale italiana Marechiaro, che era adibita a soccorso dei naufraghi nelle acque territoriali di Taranto. Essa, uscita dal Mar Piccolo, recuperò parte dei superstiti del posamine, per poi trasferirli a terra dove ricevettero le prime cure e il ricovero negli ospedali della città pugliese. Nel corso delle operazioni svolte per realizzare sbarramenti minati, lAbdiel aveva posato mine, delle quali di tipo offensivo, che affondarono molte navi dell'Asse.