In linguaggio cifrato fu anche soprannominato Instabilis.Da un documento adespoto e senza data rinvenuto nell'archivio di stato di Napoli, ma datato tra il 1482 e il 1483. (Rivista delle biblioteche e degli archivi, periodico di biblioteconomia e di bibliografia, d. paleografia e di archivistica, Volumi 14-16, 1903, pp. 178-180; ; Archivio storico lombardo, Volume 3, Volume 32, Società storica lombarda, 1905, p. 432).

Biografia Infanzia ed educazione Gian Galeazzo Maria Sforza nacque il 20 giugno del 1469 da Galeazzo Maria Sforza e dalla moglie savoiarda Bona, sposata l'anno precedenteCfr. Galeazzo Maria Sforza, nel castello di Abbiategrasso.

Il nome fu scelto secondo un duplice motivo: il primo per dare una continuità dinastica con i Visconti (il nome di Gian Galeazzo primo duca di Milano); il nome di Maria per il voto fatto alla Vergine da parte di Gian Galeazzo Visconti, tradizione poi consolidatasi con i suoi successori. Fu battezzato il 25 luglio nel Duomo di Milano.

Insignito del titolo di Conte di PaviaChi si fregiava di tale titolo era, nel Ducato di Milano, l'erede al trono., il giovane Gian Galeazzo Maria fu affidato alle cure di Giovanni Agostino Olgiati. Nel 1471, Galeazzo Maria e Ferrante d'Aragona re di Napoli contrassero un accordo secondo il quale Gian Galeazzo Maria, ancora infante, avrebbe sposato la nipote del re di Napoli e cugina dello stesso principe milanese, Isabella d'Aragona, figlia di Alfonso di Calabria e di Ippolita Maria Sforza, quest'ultima sorella di Galeazzo Maria.

Ducato (1476-1494) Omicidio di Galeazzo Maria e reggenza di Bona di Savoia Gian Galeazzo Maria succedette al padre Galeazzo Maria, come sesto duca di Milano, dopo l'assassinio di quest'ultimo il 26 dicembre 1476 sul sagrato della Basilica di Santo Stefano di Milano, quando il piccolo principe aveva solo 7 anni. La madre Bona, appena seppe della tragica morte del marito, si affrettò a chiedere aiuto a tutti i potentati italiani col fine di riconoscere l'autorità del piccolo Gian Galeazzo.. Fiancheggiata da Cicco Simonetta, amico di Francesco Sforza e consigliere ducale sia di quest'ultimo che del defunto duca, Bona fu proclamata reggente il 9 gennaio 1477, coadiuvata da un consiglio di reggenza creato da uomini di sua fiducia tra i quali spiccava, per l'appunto, il Simonetta.

Conflitto tra Ludovico Sforza e Cicco Simonetta (1477-1480) Era chiaro che la vera eminenza grigia del consiglio di reggenza, e quindi di Bona, era il Simonetta. Costui, per mettere in sicurezza il Ducato dalle mire dei fratelli di Galeazzo Maria (Ottaviano Maria, Sforza Maria e Ludovico Maria detto "Il Moro"), li esiliò il 25 maggio 1477, giacché avevano tentato di estromettere lui e Bona attraverso un colpo di forza.

I tre Sforza allora, dopo aver tratto dalla loro il condottiero Roberto Sanseverino, marciarono contro il Ducato di Milano: tra il 1478 e il 1479, nel contesto della guerra dei Pazzi, Simonetta cercò di difendere Milano e il Ducato, dovendo accettare la perdita di Genova (inizi 1479) e poi quella di Tortona (agosto 1479), mentre ad aggravare la situazione intervenne l’incompetente gestione delle ennesime incursioni svizzere che sfociò nella disastrosa battaglia di Giornico e la perdita della valle Leventina. Il Simonetta, per legittimare ulteriormente il piccolo Gian Galeazzo Maria, lo fece incoronare in Duomo il 24 aprile 1478.

Nel frattempo, l'avversione interna all'onnipotenza del Simonetta cresceva di continuo e i suoi nemici esterni ne approfittarono e, dopo qualche mese la battaglia di Varese Ligure del 1479, la duchessa Bona, pressata dall'amante Antonio Tassino e intimorita per l'avanzata dei cognati verso Milano convocò ingenuamente a Milano il cognato LudovicoOttaviano Maria era morto in un incidente nel 1477, mentre Sforza Maria nella battaglia di Varese Ligure. per ristabilire la pace (8 settembre), condannando di fatto il fedele Cicco Simonetta alla pena capitale. Il 10 dello stesso mese Cicco veniva arrestato e su di lui furono gettate le responsabilità per questa guerra fratricida e, il 30 ottobre del 1480, il celebre e capace statista fu decapitato a Pavia.

La reggenza passa al Moro (7 ottobre 1480) Il 1480 segnò la rovina anche della reggente Bona di Savoia. Questa, privata del suo consigliere più fidato, sorvegliata e pressata da un cognato sempre più presente e potente, venne presto privata della reggenza e del figlio stesso (rinchiuso nella "Rocchetta" del Castello Sforzesco, il 7 ottobre), fu costretta infine all'esilio coatto nel castello di Abbiategrasso.

Per il giovane Gian Galeazzo Maria, da quella data in poi, le cose cambiarono radicalmente: se sotto la reggenza della madre e del Simonetta conduceva un'esistenza sì agiata ma improntata anche a una discreta educazione politica, ora invece fu dallo zio rinchiuso nel Castello di Pavia; qui egli viveva in un "giardino di delizie" che aveva lo scopo di rammollire il suo animo, ed evitare il sorgere in lui di qualsiasi desiderio di rivalsa.. Così passava le giornate, il Duca:

Inquietudini del Moro Benché "l'educazione" di Gian Galeazzo Maria procedesse secondo i piani, Ludovico il Moro non poteva non tenere in considerazione due fattori: che la reggenza limitava l'onnipotenza del Moro e che Gian Galeazzo Maria, qualora avesse voluto dedicarsi alla gestione dello Stato, avrebbe avuto il diritto legale di estromettere il potente zio dal potere. che la sete del potere del Moro era malvista sia all'interno del Ducato, sia dai Veneziani e dagli altri Stati della Penisola, intimoriti dalla sua politica estera ambigua. Nel 1481, difatti, scoppiarono alcune rivolte "legittimiste" contro la reggenza del Moro.

Ultimi anni (1489-1494) Matrimonio con Isabella d'Aragona Ludovico Sforza, tutto sommato, doveva mantenere le parvenze del "tutore del legittimo duca". Non soltanto provvide a donare a Gian Galeazzo Maria la rosa d'oro della cristianità (1487) da parte di Papa Innocenzo VIII per rinsaldare il prestigio del Ducato, ma il Moro mantenne la promessa di dare in sposa il nipote-duca ad Isabella d'Aragona. Sposata per procura a Napoli il 21 dicembre 1488, Isabella iniziò un lungo viaggio via mare. Giunta al porto di Genova il 18 gennaio dell'anno successivo, il 1 febbraio. arrivò finalmente a Milano accompagnata da uno splendido corteo e il 5 dello stesso mese vennero celebrate, dal vescovo di Piacenza Fabrizio Marliani, le nozze ufficiali nel Duomo di Milano. I festeggiamenti per le loro nozze durarono a lungo e famosa fu la rappresentazione tenutasi il 13 gennaio 1490 di un'opera musicale il cui testo poetico era stato composto da Bernardo Bellincioni, su scene realizzate da Leonardo da Vinci: era la famosa Festa del ParadisoCfr. Paola Ventrone, Modelli Ideologici e culturali nel teatro milanese di età viscontea e sforzesca, in Prima di Carlo Borromeo. Lettere e arti di Milano nel primo Cinquecento, Bulzoni, Roma 2013.

La mancata consumazione Così l'ambasciatore Giacomo Trotti descrive Isabella in occasione delle nozze: "la prefata Duchessa novella di volto è negretta e non molto bella, ma l'ha una zentile et bella persona". Ambrogio da Corte, probabilmente esagerando, la descrive addirittura "brutta, negra, guercia, troppo imbellettata, e che le puzza il fiato". Viceversa "el Duca è bellissimo et bonissimo".Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, p. 292.

La coppia dette scandalo in tutta Italia per via del fatto che per ben tredici mesi Gian Galeazzo si rifiutò di consumare il matrimonio con Isabella. Molte le ipotesi fatte al riguardo: vi fu chi accusò Gian Galeazzo di impotenza, di frigidità, di vergogna, di essere stato addirittura affatturato. Così anche la voce raccolta da Francesco Guicciardini secondo cui Ludovico Sforza, innamoratosi di Isabella, avrebbe reso impotente il nipote tramite malefici, affinché non potesse consumare il matrimonio. Gian Galeazzo da parte sua, adirato con un prete esorcista che gli era stato mandato a sorpresa in camera, assicurò di essere perfettamente in grado di consumare il matrimonio come e quando volesse, senza bisogno di esorcismi..

Possibilmente il suo rifiuto derivava in parte da una forma di protesta verso l'obbligatorietà di quel matrimonio, in parte dall'aspetto poco gradevole della moglie. Così conferma l'ambasciatore fiorentino Stefano da Castrocaro: "è paruto a qualchuno che in questo primo aspecto [incontro] el Duca [Gian Galeazzo] abbi facto qualche segno che la Duchessa [Isabella] non li sia molto piaciuta, et stasera da poi che fu scavalcata non l'à voluta a faticha toccare; non so s'el viene da vergogna o pure da altro. Ma parmi vedere che a questo sirà aiutato, acciocché non li abbia a volere troppo bene".Carteggio inedito d'artisti dei secoli XIV, XV, XVI, Di Johann Wilhelm Gaye · 1839, p. 411. Solo nell'aprile 1490, quando ormai i parenti d'Aragona erano pronti a chiedere l'annullamento del matrimonio, Isabella riuscì a convincere infine il marito a consumare e nel giro di pochi giorni si trovò incinta.. Ciò non migliorò comunque i sentimenti di Gian Galeazzo nei suoi confronti: anche negli anni a venire egli continuò a ignorarla e talvolta a picchiarla... Un'insostenibile "diarchia" Dopo la celebrazione del rito religioso, gli sposi stabilirono la loro residenza presso la Rocchetta del Castello Sforzesco a Milano, ma furono poi trasferiti quasi d'obbligo da Ludovico dapprima a Vigevano e poi al castello di Pavia. Si vennero a creare, così, due corti "rivali": quella di Pavia, ove viveva in un esilio dorato la coppia ducale de jure (cioè Gian Galeazzo Maria e Isabella) e quella di Milano, ove invece viveva la coppia ducale de facto (Ludovico e Beatrice d'Este, sposatisi il 17 gennaio 1491). Se Gian Galeazzo Maria palesava indifferenza davanti allo strapotere dell'ormai troppo ingombrante tutoreLa sfarzosa benevolenza ostentata dal Moro in occasione delle nozze dei nipoti era tuttavia destinata ad assai breve durata [...] Pochi giorni dopo, la coppia ducale veniva invitata dal reggente a trasferirsi nel castello di Pavia, designato quale loro residenza principale, con un appannaggio annuo di 13.000 ducati: sorsero, nell'occasione, i primi accesi contrasti tra il Moro e Isabella, che, acutamente, interpretava l'esilio forzato del marito da Milano come un ulteriore suo allontanamento dal centro del governo ducale...(Francesca M. Vaglienti, Isabella d'Aragona, cit.), Isabella manifestò una tenace volontà nel rivendicare il proprio ruolo di "duchessa ufficiale", contrastando ampiamente Ludovico che, nel frattempo, dopo un anno di mancata consumazione del matrimonio, sbeffeggiava il nipote tacciandolo d'impotenza sessuale e di ignavia. Sulla presunta impotenza o, quantomeno, tendenziale immaturità del giovane Sforza sono state avanzate, soprattutto nel secolo scorso, molteplici illazioni, quasi a voler implicitamente giustificare l'avvenuta e fraudolenta presa di potere da parte del Moro, la cui gagliardia sessuale fu ampiamente pubblicizzata, contrapponendola alla mancanza di virilità, e dunque di attitudine al governo, del nipote (Francesca M. Vaglienti, Gian Galeazzo Maria Sforza, cit.)...era del resto tutto interesse del Moro che il nipote non procreasse eredi legittimi al Ducato e perdesse, una volta riconosciuta ufficialmente la sua impotenza, ogni diritto al governo dello Stato. (Francesca Maria Vaglienti, Isabella d'Aragona, cit.).