La guerra russo-turca (Cioè Guerra del '93, poiché coincise con l'anno 1293 del calendario islamico, o anche 1877-1878 Osmanlı-Rus Savaşı; 1877-1878) fu combattuta dall'aprile 1877 al marzo 1878 dall'Impero russo e i suoi alleati da un lato e dall'Impero ottomano dall'altro. Ebbe origine dalle sollevazioni del 1875 degli slavi cristiani dei territori dell'Impero ottomano in Europa. Tali rivolte furono appoggiate dalla Russia che in questi eventi vide una possibilità di estendere la sua influenza fino al Mediterraneo.
In difesa degli slavi, e dopo una preparazione diplomatica con le altre potenze, nell'aprile 1877 lo zar Alessandro II iniziò la guerra contro la Turchia facendo entrare il suo esercito nel Principato di Romania. Sebbene formalmente sottoposto ai turchi, il principe Carlo I di Romania, allo scopo di ottenere l'indipendenza del suo Paese, dichiarò guerra al sultano turco Abdul Hamid II.
Passato il Danubio, le forze russe e rumene entrarono nella Bulgaria turca, dove già l'anno prima le popolazioni si erano ribellate nella rivolta d'aprile. Dopo una serie di battaglie e il lungo assedio di Pleven, i russi ebbero ragione dell'esercito turco, arrivando all'inizio del 1878 alle porte della capitale ottomana Costantinopoli (oggi Istanbul).
La Gran Bretagna intanto, antagonista della Russia in Asia, aveva mandato come avvertimento la sua flotta nel mar di Marmara. Lo Zar si decise quindi alla pace e nel marzo del 1878 concluse il vantaggioso trattato di Santo Stefano, rettificato poi dal congresso di Berlino.
Dalla guerra di Crimea alla crisi nei Balcani Nella guerra di Crimea del 1853-1856 la Russia era stata sconfitta da una coalizione di Stati formata da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna. Le gravose clausole del Congresso di Parigi imposero a San Pietroburgo alcune perdite territoriali e la smobilitazione della flotta del Mar Nero. La Francia divenne allora la prima potenza continentale, mentre la Gran Bretagna rimaneva la più importante potenza coloniale.
La politica di Napoleone III di Francia ottenne nuovi successi militari con la Campagna d’Italia del 1859, durante la quale francesi e piemontesi sconfissero l'Austria, che fu ancora battuta dalla Prussia e dall'Italia nel 1866 nella guerra austro-prussiana.
Quest'ultimo evento fece crescere in Europa la potenza della Germania, la quale nel 1870 si scontrò con la Francia che fu catastroficamente sconfitta: con la guerra franco-prussiana e il crollo del Secondo Impero francese la prima potenza continentale divenne l'Impero tedesco. A questo punto la Russia, liberatasi del suo più importante nemico, la Francia, poté valutare la possibilità di una rivincita sui turchi.
Il contesto internazionale Nel 1875, alla vigilia delle rivolte nei Balcani che portarono alla crisi e poi alla guerra, gli interessi delle potenze erano in contrasto. La Russia si sentiva ancora umiliata per la sconfitta della guerra di Crimea e per le sue conseguenze. L'Austria considerava il Danubio la principale via di comunicazione economica dell'Impero e percepiva la Russia come un pericolo. Allo stesso modo la Gran Bretagna aveva bisogno dell'Impero ottomano per salvaguardare contro i russi le rotte commerciali del Mediterraneo orientale. Tali rotte erano infatti fondamentali per i collegamenti della Gran Bretagna con l'India dopo l'apertura del canale di Suez. La Francia, inoltre, era ancora la principale finanziatrice della Turchia, seguita dalla Gran Bretagna..
Tuttavia la Russia non appariva completamente isolata poiché nel 1873 era stata stipulata fra l'impero zarista, la Germania e l'Austria la Lega dei tre imperatori. L'intesa, che mirava a preservare i tre imperi conservatori dal pericolo rivoluzionario, costituiva infatti anche una base per eventuali accordi di politica estera. La Lega avvicinava soprattutto l'Austria alla Russia e poneva la Germania, la maggiore potenza dell'Europa continentale, in uno stato di neutralità e di arbitraggio nei confronti dei Balcani.
Le rivolte nei Balcani e la politica europea (1875-1877) Nella prima metà degli anni '70 dell'Ottocento l'Impero ottomano, benché debole e diviso, si estendeva in Europa fino alla Moldavia e alla Valacchia (cioè il Principato di Romania, oggi parte della Romania); comprendeva l'attuale Bulgaria, buona parte dell'attuale Grecia nord-orientale, l'Albania, la Macedonia, il Kosovo, la Serbia, la Bosnia ed Erzegovina e il Montenegro.
Alcuni di questi possedimenti erano solo formalmente vassalli del sultano. Fra questi vi erano la Serbia, il Montenegro e il Principato di Romania. La scintilla della rivolta contro gli ottomani non fu però innescata dalla Russia, ma dall'Austria, che non seppe poi controllare gli eventi. Nel maggio del 1875, infatti, l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe, su suggerimento dei militari, intraprese un viaggio nei suoi possedimenti in Dalmazia, dove si propose quale protettore dei popoli slavi della Turchia europea..
Incoraggiati dall'Austria e fiduciosi in un aiuto della Russia, nel luglio del 1875 i contadini slavi dell'Erzegovina si ribellarono alle autorità turche, seguiti presto da quelli della Bosnia.
Le proposte della Russia e il rifiuto della Gran Bretagna
Alle prime iniziative diplomatiche dell'Austria, che non ebbero successo, la Russia chiese sempre il coinvolgimento della Francia. Ciò sia per poterla eventualmente contrapporre alla Germania, sia per evitare un fronte anti-russo come quello della guerra di Crimea.
Preoccupato dell'avvicinamento della Russia alla Francia, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck l'11 maggio 1876 accolse a Berlino le compagini diplomatiche della Lega dei tre imperatori per un accordo preventivo. Oltre al Cancelliere e al ministro degli esteri austriaco Gyula Andrássy partecipò al convegno anche il ministro degli esteri russo Aleksandr Michajlovič Gorčakov. Costui, nella speranza di creare degli Stati autonomi filo-russi nei Balcani senza implicazioni belliche per la Russia, presentò un piano in base al quale le sei grandi potenze sarebbero dovute intervenire per imporre alla Turchia delle serie riforme..
Questo memorandum, che prevedeva “misure efficaci” nel caso le riforme non fossero state applicate, fu limato secondo le esigenze della Lega e inoltrato alle altre tre potenze, Gran Bretagna, Francia e Italia il 13 maggio. Solo la Gran Bretagna lo respinse e, nella convinzione che si trattasse di un complotto che mirasse alla “disintegrazione della Turchia”, il primo ministro britannico Benjamin Disraeli inviò la flotta alle porte dello stretto dei Dardanelli, la stessa mossa che aveva dato inizio alla guerra di Crimea.. Fu chiaro che qualsiasi accordo del consesso europeo sulla questione era ormai improbabile. In Turchia, intanto, per il perdurare della crisi politica ed economica, il sultano Abdul Aziz fu deposto da un gruppo di ufficiali (sarà trovato morto qualche giorno dopo), mentre la rivolta slava, da aprile, si estendeva alla Bulgaria.
La rivolta d'aprile in Bulgaria
Fin dal gennaio 1876 i bulgari si erano rivolti al primo ministro turco, il gran visir Mahmud Nedim Pascià, per chiedere più diritti. Non avendo ottenuto alcuna risposta, ad aprile scoppiarono le prime rivolte, che presto sfociarono in tumulti contro le autorità turche. A questo punto il governo di Costantinopoli, sicuro dell'appoggio della Russia ai movimenti nazionalisti bulgari, considerò la crisi molto grave. Diede pertanto mano libera alle milizie circasse di sopprimere la rivolta in Bulgaria. Contemporaneamente anche i serbi si ribellarono e assalirono i musulmani, così che l'esaltazione di questi ultimi degenerò in massacri. Le crudeltà dei circassi e dei basci-buzuk (le milizie irregolari dell'esercito ottomano) sui bulgari suscitarono un'ondata di sdegno nella stampa europea. Secondo il primo segretario dell'ambasciata inglese a Costantinopoli, Walter Baring (1844-1915), nella repressione ottomana vennero trucidati cristiani e furono incendiati 60 villaggi..
Nel giugno 1876 la Serbia e il Montenegro dichiararono guerra all'Impero ottomano. Iniziava la guerra serbo-turca-montenegrina che terminerà all'inizio del 1877 con la sconfitta della Serbia. Il Montenegro continuerà però a combattere, fino a quando anche la Serbia riprenderà le ostilità nel dicembre dello stesso anno, schierandosi con gli alleati della Russia negli eventi della guerra russo-turca.
La Russia verso l'intervento e la convenzione di Budapest
Per ottemperare agli obblighi della Lega dei tre imperatori che prevedevano di risolvere amichevolmente i contrasti, lo zar Alessandro II e il suo ministro degli Esteri Gorčakov incontrarono a Reichstadt (oggi Zákupy, in Repubblica Ceca) l'8 luglio 1876 l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe e il ministro Andrássy. Nell'accordo le due nazioni decisero di non intervenire, ma se la Turchia avesse avuto la meglio sui nemici non le sarebbe stato permesso di beneficiare della vittoria. Se invece fosse stata sconfitta, la Russia avrebbe ripreso la parte della Bessarabia che aveva perso dopo la guerra di Crimea, mentre l'Austria si sarebbe annessa la Bosnia (senza alcuna specifica se si trattasse dell'intera provincia o se fosse compresa anche l'Erzegovina)..
Ma in autunno le cose cambiarono: la Serbia era stata sconfitta dai turchi e Alessandro II non era più disposto a sopportare l'”umiliazione” del malgoverno turco sugli slavi cristiani. Egli era in Crimea, circondato da un entourage di personaggi panslavisti, convinto (giustamente) che le atrocità commesse dai turchi in Bulgaria avrebbero impedito alla Gran Bretagna di intervenire in loro aiuto..
A settembre intanto erano ripresi i colloqui diplomatici e militari fra Russia e Austria. Lo Zar aveva infatti la necessità, in caso di entrata in guerra contro la Turchia, di non ritrovarsi nella stessa situazione strategica della guerra di Crimea, con buona parte dell'esercito schierato contro l'Austria nel timore di un suo attacco.
Andrássy chiese (in caso di sconfitta della Turchia) l'annessione della Bosnia ed Erzegovina, in base a un'interpretazione a suo favore dell'accordo di Reichstadt. In cambio l'Austria prometteva la sua benevola neutralità. A novembre le modalità militari dell'intesa giunsero a una forma conclusiva e soddisfacente per entrambe le parti. Con la convenzione di Budapest, quindi, l'Austria lasciava alla Russia la facoltà di aggredire la Turchia. Il trattato venne firmato il 15 gennaio 1877 e la convenzione politica dalla quale dipendeva il 17 marzo (ma retrodatata al 15 gennaio)... In vista dell'accordo, l'11 novembre 1876, nel suo viaggio di ritorno a San Pietroburgo, Alessandro II tenne a Mosca un sorprendente discorso che si concluse con le parole: «Possa il Signore aiutarci ad adempiere la nostra sacra missione».
La conferenza di Costantinopoli
L'ultimo tentativo utile di risolvere la questione pacificamente fu fatto dalla Gran Bretagna, che nel novembre 1876 propose una conferenza a Costantinopoli per mettere fine alla rivolta serba nell'Erzegovina contro i turchi. Alla conferenza parteciparono oltre alla Gran Bretagna e alla Turchia, l'Austria, la Francia, la Germania, l'Italia, la Russia e gli Stati Uniti d'America. Il delegato britannico Robert Salisbury, contrariamente al primo ministro Disraeli, riteneva che la rovina della Turchia fosse imminente e auspicabile. Egli lavorò quindi in accordo con il delegato russo Nikolaj Pavlovič Ignat'ev. La conferenza, che si riunì a dicembre, sottopose ai delegati turchi riforme radicali, fra cui l'autonomia della Bosnia e della Bulgaria..