La prima battaglia dell'Isonzo fu combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915 tra l'esercito italiano e quello austro-ungarico.

Piani dell'offensiva Il generale Cadorna pianificò dal Comando supremo militare italiano un'offensiva divisa in tre parti: Offensiva principale: sul fronte della Venezia-Giulia il regio esercito doveva superare la linea dell'Isonzo e raggiungere la linea della Sava, tra Kranj e Lubiana Offensiva secondaria: l'esercito italiano doveva eseguire un'offensiva in Cadore e in Carnia i cui obiettivi erano Dobbiaco e l'apertura di uno sbocco che portasse in Carinzia. Difensiva strategica sul fronte tridentino

Ordine di battaglia sull'Isonzo Regno d'Italia L'esercito italiano aveva schierato sul fronte isontino 15 divisioni di fanteria, due gruppi alpini e due divisioni di cavalleria, divise in due armate: II Armata (generale Frugoni) schierata da Monte Maggiore a Prepotto (sul fiume Judrio) con alle dipendenze il II Gruppo (poi 2º Gruppo); III Armata (generale duca d'Aosta) schierata da Prepotto fino al mare con alle dipendenze il I Gruppo. Queste armate erano composte da: 249 battaglioni (più 89 di riserva); 110 squadroni di cavalleria (più 40 di riserva); 242 batterie d'artiglieria (più 74 di riserva); oltre al III Gruppo (poi 3º Gruppo caccia terrestre) alle dipendenze del Comando supremo.

Impero austro-ungarico Le truppe austro-ungariche erano comandate dal generale Boroevic ed erano formate da: 79 battaglioni 11 squadroni di cavalleria 75 batterie d'artiglieria

Il fronte sull'Isonzo I piani italiani sembravano perfetti ma alcuni fattori (la troppa cautela, l'errata interpretazione degli ordini, i ritardi e la stessa conformazione del terreno) influenzarono negativamente le operazioni dell'esercito italiano.

Al generale Boroevic venne affidato il compito di resistere sul Carso e di tenere la città di Gorizia. Gli austriaci erano agevolati nel compito dalla fortezza naturale che offriva il territorio. La linea del basso Isonzo era assicurata dall'altipiano carsico, difeso alle estremità occidentali ed orientali rispettivamente dal Monte San Michele e dal Monte Ermada.

Gorizia era difesa da linee di trincee che erano collegate con le quote di Sabotino-Oslavia-Podgora trasformate in fortini quasi inespugnabili. Le opere furono rafforzate da altri ordini di trincee che componevano la seconda e la terza linea. La seconda linea non era molto lontana dalla prima (circa 100 m); la terza linea (500 m) riusciva ad accogliere l'arrivo delle truppe di rincalzo che da lì dipartivano per le linee più avanzate.

Nel settore dell'alto Isonzo le difese erano formate da linee di trincee continue sui versanti aspri e difficili da scalare. Il settore meno fortificato della difesa austriaca era proprio il settore del Carso. I soldati italiani si trovarono di fronte ad opere non ancora complete data la natura del terreno e il poco tempo avuto a disposizione dai soldati austro-ungarici (una quindicina di giorni in tutto).

Dove il terreno non permetteva di scavare, venivano alzati muri di pietre tenute assieme da impasti di ghiaia, cemento e filo di ferro. Nella maggior parte dei casi, le trincee di prima linea sul Carso erano delle buche protette da sacchi di terra e pietre carsiche, per nulla in grado di fornire protezione agli occupanti, durante i continui bombardamenti.

Primo Balzo In base ai piani di Cadorna le truppe italiane irruppero lungo il confine. Sul fronte della Giulia conquistarono Caporetto, la zona tra l'Isonzo e lo Judrio, e occuparono Cormons e Cervignano il 24 maggio e Grado il 27 maggio.

L'avanzata divenne però molto difficile perché gli austro-ungarici dominavano le posizioni strategiche ed avevano molta più esperienza di guerra degli italiani.

Nei primi giorni di giugno, viene occupata Gradisca, oltre l'Isonzo, e impedendo così al nemico di comunicare con il fondo valle. Il 9 giugno fu poi occupata Monfalcone e, il 16 giugno, parte del Monte Nero. Gli italiani ottennero anche Tolmino, le alture nelle vicinanze di Plezzo e il Monte Colovrat.

Nella chiesa di Caporetto fu rinvenuto, dal controspionaggio italiano, un telefono nascosto al di sotto dell'altare, attraverso il quale, un ufficiale austriaco camuffato da sacerdote, comunicava con il comando austriaco oltre confine: l'ufficiale venne arrestato, assieme ad altre persone, su segnalazione della tabaccaia e ostessa di Stupizza.Licurgo Dalmasson, Nonna Orsola, in Friuli nel Mondo, 10/1978 n.289.Ci siamo! - Il parroco di Caporetto., in La Nostra Bandiera, 04/07/1915.

Obiettivi della battaglia Le operazioni che videro impegnate il regio esercito durante la prima battaglia dell'Isonzo furono tre: Contro il campo trincerato di Tolmino (IV Corpo d'Armata, II Armata) Contro il campo trincerato di Gorizia, scindibile nell'attacco a Plava/Quota 383 e nell'attacco alla linea Sabotino-Oslavia-Podgora (II e VI Corpo d'Armata, II Armata) L'attacco sul Carso (III Armata)

Operazioni della II Armata Le operazioni contro Tolmino Ricevuti gli ordini la II Armata tentò di occupare Tolmino, aggirando il nemico da nord avanzando dal Monte Nero, la più importante posizione occupata dagli italiani durante lo sbalzo iniziale, impiegando il IV Corpo d'Armata in un attacco frontale.

L'attacco contro Tolmino iniziò però solamente nelle prime ore del 3 luglio, quando negli altri settori del fronte la lotta era già cominciata. Nel settore Saga-Polounik-Vrsic l'11º reggimento della Divisione bersaglieri occupò la stretta di Saga, il terreno tra Saga e Log di Cezsoca, Serpenizza, la cresta del Polounik e le falde occidentali del Vrsic.

Nel settore Vrsic-Monte Nero-Isonzo l'attacco venne respinto già il 3 luglio vicino al Monte Rosso e al Leskovca, dove gli alpini mantennero le posizioni occupate.

Più a sud, nella notte del 3 luglio le brigate Modena e Salerno iniziarono l'avanzata rispettivamente verso lo Sleme e il Mrzli. L'azione degli alpini però fu bloccata e il risultato del tiro d'artiglieria risultò insufficiente.

Nel settore di Tolmino, fu presa nelle prime ore del 3 luglio una piccola fortificazione ai piedi dell'altura di Santa Maria e fu affidato alla brigata Valtellina l'ordine di impadronirsi del ponte sull'Isonzo a nord di Volzana per poterlo distruggere. Tuttavia l'attacco a S. Maria destò l'allarme e la reazione nemica fece fallire il tentativo di distruggere il ponte. Verso le ore 1:00 del 4 luglio, senza l'uso dell'artiglieria per mantenere la sorpresa, la brigata Valtellina, con la Bergamo, riprese l'avanzata nel settore vicino a Santa Maria e Santa Lucia, in un violento scontro che durò tutta la mattina del 4 luglio. Intanto verso le 2:00 di quella stessa giornata, i genieri con l'ordine di distruggere il ponte a nord di Volzana riuscirono a far brillare le cariche, producendo ingenti danni al ponte. Per difficoltà di orientamento e coordinamento degli sforzi, i ripetuti assalti della Valtellina e della Bergamo divenivano vani, così che alle ore 20:00 venne ordinato di ripiegare verso le posizioni di partenza.

Non accadde nulla di significativo nel settore Globocak-Doblar-Maria Zell dove erano assegnate le brigate Liguria ed Emilia. Era stato ordinato dal comando del IV Corpo d'Armata di riprendere l'attacco il 4 luglio ma la sera del 3 il comandante dell'artiglieria riferì che le batterie pesanti non avrebbero avuto munizioni sufficienti per l'intera giornata. Il comandante del Corpo d'Armata decise così il 4 luglio di sospendere l'attacco attendendo i rifornimenti. Nelle prime ore del 6 luglio alcune compagnie alpine tentarono un attacco per occupare il Monte Rosso ma furono tuttavia respinti e dovettero ripiegare sulle posizioni di partenza.

L'attacco a Plava All'alba del 23 giugno l'artiglieria italiana iniziò a bombardare le posizioni nemiche nella zona di Plava e alle ore 9:00 la brigata Emilia attaccò la zona di Globna. I soldati del regio esercito furono arrestati dai reticolati disposti a ovest di Globna e bombardati dall'artiglieria nemica, non potendo così portare a termine l'azione. Date le difficoltà, i soldati preferirono sospendere l'attacco per ritentare il mattino seguente e con l'aiuto di maggiori forze.

Si pianificò così di sviluppare un'azione contemporanea in tre direzioni: verso Globna con la brigata Emilia, verso la quota 363 con la Forlì e verso il Kuk 61 con la 32ª Divisione (brigate Spezia e Firenze). La mattina del 24 giugno il tiro d'artiglieria fu iniziato alle ore 8:00 e alle 10:00 fu dato ordine alle brigate Emilia e Forlì di attaccare. L'attacco fu ordinato nonostante l'artiglieria non avesse ancora aperto delle brecce nelle difese nemiche. Verso le ore 12:00, superata una tenace resistenza, i soldati italiani riuscirono a penetrare tra le case di Globna e ad asserragliarvisi. I risultati della brigata Forlì non si fecero vedere.

L'azione fu ripresa il giorno seguente ma vennero compiuti solo minimi progressi. Dopo due nuovi tentativi, il 26 e il 27 giugno della brigata Forlì e della brigata Spezia, l'attacco fu definitivamente sospeso. La limitata avanzata italiana nei pressi di Plava non era stata sufficiente ad aprire la linea difensiva austro-ungarica, rivelatasi troppo salda.

L'attacco alla linea Sabotino-Oslavia-Podgora L'azione del VI Corpo d'Armata consisteva in un attacco frontale contro Oslavia e Podgora, e due attacchi ai lati contro il Sabotino e contro il tratto di Isonzo tra Gorizia e Savogna.

Dopo un intenso bombardamento d'artiglieria nella mattinata del 23 e 24 giugno, alle ore 17:00 del 24 gli italiani attaccarono. Il tiro delle batterie pesanti non era stato però sufficiente a distruggere gli ostacoli, ovvero i reticolati. Inoltre il tiro sulle posizioni nemiche non aveva potuto fiaccare la capacità di resistenza degli austro-ungarici perché il generale Boroevic aveva fatto scavare due linee, una delle quali più arretrata, nella quale gli austriaci andavano a ripararsi dai colpi delle nostre artiglierie. Oltretutto nessun progresso aveva individuato le batterie avversarie, così l'artiglieria austriaca continuò il suo lavoro pressoché indisturbata.

I ripetuti attacchi portati al Sabotino della 4ª, 11ª, 12ª e 22ª Divisione, tra il 24 giugno e il 4 luglio si rivelarono infruttuosi. Fu richiesto numerose volte all'artiglieria di insistere su determinati punti aprendo così dei varchi nei quali alcuni gruppi riuscirono a penetrare ma il passaggio di un numero così esiguo di uomini non permise al regio esercito di sfondare le linee.

Nel frattempo si era sviluppato uno scontro violento sul Carso, dove si era spostato il centro di gravità della battaglia. Lì il Comando Supremo italiano cercava di sfondare le linee costringendo l'avversario a concentrare lì le sue forze. Il 5 luglio fu il giorno per cui venne stabilito l'attacco decisivo, questa volta diretto contro Podgora. L'artiglieria italiana iniziò a bombardare alle 5:00 e alle 11:00 il tiro venne allungato permettendo così ai guastatori di entrare in azione con tubi di gelatina esplosiva e mezzi di distruzione come pinze, tenaglie e accette con il compito di aprire dei varchi. I genieri riuscirono a operare senza eccessive difficoltà, raggiungendo le prime difese nemiche e riuscendo a fare esplodere alcuni tubi, aprendo così dei varchi nel primo ordine di reticolati che la fanteria lanciata all'attacco (ore 13:00) oltrepassò in più punti. La lotta si accese di conseguenza fra il primo e il secondo ordine di reticolati, dove l'azione si esaurì. Alle ore 14:30 vi fu una penetrazione che vide protagonista il 1º fanteria (brigata Re) che si mosse direzione della quota 240 senza incontrare reazione, per essere fermato però proprio all'ultimo dagli austriaci (ore 17:00).

Il 6 e 7 luglio alcuni reparti della brigata Perugia aprirono una discreta breccia nei reticolati, attraverso la quale si gettò una compagnia. Gli austriaci attesero di poter cogliere i soldati italiani nel momento più critico, aprendo il fuoco a distanza ravvicinata.