Con il termine età dionigiana (o anche epoca dionisiana) viene designato l'arco di tempo che visse la civiltà occidentale (mediterranea ed europea), in particolar modo la Magna Grecia e la Sicilia, durante il IV secolo a.C., sotto l'influenza e l'operato dei due tiranni di Siracusa: Dionisio I e Dionisio II.

Questo arco di tempo viene spesso considerato di fondamentale importanza per comprendere alcuni dei principi dell'epoca ellenistica, che si sarebbe affermata nel mondo antico pochi anni dopo la caduta della tirannide dionigiana.La Sordi si riferisce all'epoca dionisiana in questi termini:

L'apertura verso l'elemento barbarico; il concetto, in forma embrionale, di «Stato territoriale» in sostituzione della classica polis; l'acceso dibattito politico-filosofico tra i due tiranni e personalità del calibro di Platone; le violente guerre civili e sociali che ne seguirono, composero le principali importanti caratteristiche dell'età dionigiana.

Storia

Dionisio I di Siracusa, detto anche Dionigi il Grande o il Vecchio, prese il potere della polis siciliana all'età di venticinque anni e lo mantenne per quasi quarant'anni di ininterrotto governo. Questi dati fanno del siracusano Dionigi il più longevo tiranno che la polis di Siracusa abbia mai avuto fino a quel momento — verrà superato solamente da Gerone II (il quale regnò per ben cinquantacinque anni), molti decenni dopo. Ascesa al potere La sua scalata al potere è strettamente correlata con la minaccia punica in Sicilia. Dopo una lunga tregua, durata settant'anni — grazie al trattato di pace formulato da Gelone I —, Cartagine tornò in armi in Sicilia, vendicando gli antichi torti subiti a causa delle proprie sconfitte e guadagnando nuovi confini territoriali. I Cartaginesi si accanirono contro le poleis siceliote: Selinunte, Imera, Agrigento, Gela, Camarina, caddero una dopo l'altra.

In una situazione di forte instabilità politica e sociale, Dionigi si fece largo tra i membri che componevano il consiglio di guerra della città-stato greca d'occidente. Dopo aver combattuto come soldato di Ermocrate, all'età di ventitré anni, e aver rischiato di morire al suo fianco, criticò la strategia di difesa adottata dai generali posti al comando, contro Dafneo in particolare. Riuscì infine ad approfittare della precarietà del momento per farsi eleggere generalissimo, ovvero strategós autokrátor.

Una volta giunto alle vette del potere assoluto, dovette placare una violenta sedizione nei suoi confronti, durante la quale perse la vita la sua prima moglie — la figlia di Ermocrate — ed egli, circondato dalle forze dei ribelli, riuscì a rimanere al comando solo grazie al sostegno di Filisto; suo braccio destro fin dall'inizio.

La sua prima espansione territoriale fu rivolta alle vicine città calcidesi della Sicilia orientale: conquistò Nasso, Katane e Leontini. Si rivolse quindi verso la Sicilia centrale dove conquistò Enna. Giunse infine nella Sicilia occidentale, dove, nell'ottica della guerra contro Cartagine, espugnò, tra le altre, Solunto e Mozia.

Il nuovo tiranno, a partire dal 402 a.C., si dedicò alla fortificazione di Siracusa, dotando la polis di un poderoso sistema difensivo: fece costruire la fortezza dell'Eurialo, caratterizzata da tre larghi fossati, trincee sotterranee e cinque alte torri, la quale divenne il punto di congiunzione di una vasta cinta muraria — lunga 180 stadi. Un perimetro di 34 Km — che circondava completamente la città: compreso il lato nord; quello che in passato, durante l'assedio ateniese, aveva rappresentato un punto debole offerto al nemico, poiché privo di fortificazione. Le mura dionigiane furono costruite giusto in tempo per respingere l'attacco che i Cartaginesi portarono, per la prima volta, fino alle porte di Siracusa, nell'anno 397 a.C.

Con Dionigi venne edificato il quinto e ultimo quartiere della polis: Epipolai. Con l'operato del nuovo tiranno Siracusa acquistò il nome di pentapolis (raggruppamento di cinque città) — lo afferma per la prima volta Strabone (VI, 2, 4).

Ricostruì Messina, che era stata precedentemente distrutta dai Cartaginesi, e fondò Tindari. Scoppiarono le prime insofferenze contro la tirannide dionisiana, e città come Tauromenio, Akragas e la stessa Messina, si staccaronò dall'alleanza con Dionigi, cercando supporto nell'eterna rivale, Cartagine. Ma Dionigi aveva ormai consolidato il suo potere in Sicilia e volgeva quindi le sue armi contro l'Italia.

Alleanze e rapporti Alleanza con i Galli

Platone e la tirannide dionisiana

Platone venne alla corte di Dionisio una prima volta nel 388/387 a.C. Qui conobbe Dione, cognato e collaboratore del tiranno, e tra i due nacque una solida amicizia;Lettera VII, 327 A. contrariamente al rapporto con Dionisio che invece si rivelò essere ostile al pensiero filosofico di Platone, il quale considerava la tirannia come il peggiore dei mali per l'uomo.Sul pensiero di Platone per Dionisio I: Lettera VII, 331e-332c. Trad. in Francesco Adorno (a cura di Enrico V. Maltese), 2013.

Dopo un'accesa discussione con Dionisio, Platone fu fatto imbarcare da Dione su un trireme diretta ad Atene, per impedire che l'ira del tiranno si scatenasse su di lui.Plutarco, Dion, 5, 3-7.Diogene Laerzio, III, 19. L'imbarcazione approdò ad Egina; isola in lotta con gli Ateniesi, e qui Platone fu reso schiavo. Resta controversa la presunta partecipazione di Dionisio in tale atto: secondo le fonti di Plutarco e Diogene Laerzio, sarebbe stato il tiranno siracusano a domandare al lacedemone Pollide, di uccidere o quanto meno di far rendere schiavo Platone. Il filosofo venne comunque riscattato sull'isola egea per intercessione di Anniceride di Cirene. Tornato ad Atene fondò l'Accademia.

Passarono vent'anni, Dionisio I morì e nel 367/366 a.C. Platone ricevette l'invito di Dione che lo esortava a recarsi nuovamente alla corte di Siracusa, poiché il nuovo successore al trono, Dionisio II, mostrava una buona predisposizione per la filosofia. L'Ateniese fu quindi persuaso a fare da maestro al giovane tiranno, cercando di instaurare nella polis, tramite il dinasta, quello che egli nella sua Repubblica definì lo Stato ideale.

Dopo un primo momento, durante il quale Dionisio II si avvicinò molto a Platone e alla sua filosofia, arrivarono le critiche per la paventata riforma politica dell'Ateniese.Plutarco, Dion, 14, 3. La situazione precipitò e Dione, visto come un potenziale nemico della tirannide, fu esiliato nella Grecia continentale. Platone invece rimase sull'acropoli insieme a Dionisio II, attirando su di sé le critiche di quanti vedevano la sua presenza come una minaccia per la prosperità e potere del regno dionisiano.Lettera VII, 329d-e; Lettera III, 315e (=FGrHist 556 T 6b).

Una guerra che impegnava direttamente il tiranno, fornì a Platone l'occasione per rimpatriare ad Atene,Lettera VII 338a. dove ritrovò Dione, ospite della sua Accademia e ormai intimo amico dei suoi discepoli.Plutarco, Dion, 17, 2-4 (= F 14 Isnardi Parente, Speusippo = T 29 Taran) Tuttavia, intravedendo ancora un barlume di speranza per le sue idee e volendo mediare la delicata situazione tra Dione e Dionisi II, Platone accettò di recarsi una terza volta a Siracusa, nel 361 a.C..Lettera VII, 339c; Plutarco, Dion, 2, 1-4. Ormai anziano, si rese conto quasi subito che non vi era spazio per le sue idee nella mente di Dionisio II, che pure lo aveva voluto ancora al suo fianco, e che la situazione politica a Siracusa era divenuta estremamente pericolosa per lui.Lettera VII, 341c-d; Plutarco, Dion, 22, 1-4 (=F 15 Isnardi Parente, Speusippo = T 30 Tarán). Dopo aver fallito nell'intento di mettere pace tra Dione e suo nipote, Platone ebbe una lite direttamente con Dionisio IILettera VII, 349a-c. e per questo fu allontanato dall'acropoli e costretto a vivere con i mercenari, i quali lo minacciavano di morte, essendo contrari alla sua eventuale riforma che sarebbe andata ad intaccare il reparto che componeva la guardia personale del tiranno.Lettera VII 349c-350a; Plutarco, 19, 8.

Platone riuscì infine a lasciare Siracusa grazie alla mediazione dei pitagorici di Taranto.Lettera VII, 350. Dione nel 357 a.C. attaccò la tirannide di Dionisi II.Plutarco, Dion, 25-50. Il ruolo che Platone ebbe in questa vicenda rimane tutt'oggi motivo di discussione.

Società Militarizzazione

Il tiranno fece costruire due nuovi tipi di nave da guerra: il quadrireme e il quinquereme. In ogni nave vi erano 200 rematori. Riordinò gli arsenali e il porto piccolo “Lakkios”. Arruolò vaste schiere di mercenari che mutarono il volto dell'esercito siracusano.Diodoro Siculo, XIV 34, 3; 52, 5; 63, 4. Sen. Ell. VII 1, 20. Cfr. M. Puglisi, La Sicilia da Dionisio I a Sesto Pompeo, p. 62 Gli storici antichi parlano di grandi numeri: per Plutarco Dionigi aveva alle sue dipendenze 10.000 soldati stanziati in maniera fissa all'interno della polis nella quale il tiranno risiedeva, e all'esterno 100.000 opliti reclutabili (1/3 dei quali mercenari), 9.000/10.000 cavalieri e 400 navi da guerra, che collocavano la flotta siracusana tra le due più numerose del Mediterraneo: l'altra era quella di Cartagine.

Colonizzazione dell'Adriatico

Nonostante le lacune storiche, che ancora oggi impediscono di definire chiaramente i contorni e le modalità della colonizzazione siracusana in Adriatico, si è a conoscenza di importanti frammenti antichi che permettono per lo meno di vagliare e soppesare quella che fu un'espansione su vasta scala, che si basava su rapporti commerciali, culturali — e fors'anche politici e militari —, che collegava il governo dei due Dionigi alle aree geografiche del bacino mediterraneo centrale-orientale: in particolar modo delle due sponde del mare Adriatico; da un lato le terre italiche e dall'altro quelle illiriche.

I Siracusani di Dionigi potevano essere giunti in Adriatico con l'intenzione di porvi dei presidi militari, così come avevano già fatto in passato nel mar Tirreno, all'isola d'Elba e in Corsica, dove posero una difesa militare per impedire agli Etruschi di ostacolare l'approvvigionamento di ferro che serviva all'economia espansiva della polis siceliota.

O ancora si trattava di un disegno politico ambizioso della tirannide: erano poche le città-stato che intraprendevano un'espansione territoriale come quella siracusana. Probabile quindi che dietro i presidi, o l'invio di coloni, si potesse celare un progetto di stampo imperialistico, o quanto meno egemone, che puntava al controllo del Mediterraneo pp. 53-54 p. 55, o almeno delle rotte adriatiche di approvvigionamento del grano prodotto nella Pianura Padana, precedentemente di controllo atenieseLorenzo Braccesi, Hellenikos kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001 . ISBN 9788882651534..

Nel basso e medio Adriatico La prima colonia adriatica fondata in epoca dionigiana fu posta nell'Epiro. Si tratta di Lissos, corrispondente all'odierna Alessio in Albania; lì dove si trovava l'ingresso del canale di Otranto, alla foce del fiume Drin, il quale arrivando fino al Danubio, rappresentava un'importante linea commerciale per Dionisio che vi scambiava dei manufatti in cambio di grandi quantità d'argento.

In seguito venne fondata la colonia di Issa, odierna Lissa, sull'isola dalmata omonima, anch'essa in posizione chiave per le rotte adriatiche. Grazie alla sua strategica collocazione geografica, essa sopravvisse all'abbandono della politica adriatica di Siracusa, stabilendo rapporti intensi con le popolazioni autoctone, e fondò a sua volta altre colonie, tanto che gli studiosi croati parlano a volte di impero isseo, espressione forse esagerata, ma che rende l'idea dell'importanza di questa colonia dalmata.