Leggio fu uno dei maggiori imputati al maxiprocesso di Palermo del 1986-1987.
Leggio e i Corleonesi furono coloro che aprirono una nuova era all'interno di Cosa nostra e della criminalità italiana: infatti, il brutale assassinio di Michele Navarra fu determinante nella loro ascesa, nel periodo di trasformazione, dalla vecchia mafia corleonese rurale, alla mafia moderna più cittadina e innovativa, con l'intento di espandersi su Palermo e successivamente sulle altre province della Sicilia.
Biografia Primi anni Nacque a Corleone da una famiglia contadina e, ancora giovanissimo, venne affiliato nella locale cosca mafiosa dallo zio paterno Luca Leggio, detto 'u ziu Luca.. Agli inizi del mese di giugno del 1944 fu denunciato per la prima volta per porto d'armi abusivo; il 2 agosto fu arrestato, in flagranza di reato, per il furto di alcuni covoni di grano, da due guardie campestri, aiutate dalla guardia giurata Calogero Comajanni. Rimase dietro alle sbarre per due mesi perché a ottobre ottenne la libertà provvisoria. Venne condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, ma la pena venne interamente condonata. Comajanni verrà poi ucciso il 28 marzo 1945. Sempre in questo periodo, Leggio, ribattezzato "Cocciu di focu" ovvero chicco di fuoco per la facilità con la quale si accendeva la sua furia, divenne campiere di Corrado Caruso, proprietario di una grossa azienda agricola, subentrando al precedente campiere Stanislao Punzo, ucciso il 29 aprile 1945. Il lavoro di campiere lo mise in contatto con una dozzina di altri suoi colleghi della zona intenzionati come lui ad arrotondare con attività fuorilegge; nella sua banda c'erano anche i giovani Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Leggio non era un battitore libero e per fare carriera si era messo al servizio di Michele Navarra che comandava a Corleone.
Il 18 marzo 1948 Leggio fu denunciato come autore dell'omicidio di Leoluca Piraino, avvenuto il 7 febbraio 1948, ma ne fu prosciolto il 21 giugno 1950. Nel 1948 Leggio venne accusato di essere l'esecutore dell'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto scomparso il 10 marzo, eseguito su ordine del suo capo Michele Navarra, e, per queste ragioni, nel novembre 1948 fu proposto per l'assegnazione al confino, ma non si presentò all'udienza e quindi iniziò la sua lunga latitanza. In un'occasione il sindacalista aveva preso Leggio per il bavero della giacca e lo aveva appeso a una cancellata con delle punte acuminate; un'umiliazione che il boss non gli aveva mai perdonato. Navarra invece non aveva digerito l'affronto del sindacalista che gli aveva negato la nomina a socio onorario della sezione locale Combattenti e reduci della quale era segretario. Inoltre un mese prima della morte Rizzotto aveva dato manforte a un gruppo di ex partigiani aggrediti da una pattuglia di mafiosi. Un pastorello aveva visto alcuni uomini uccidere Rizzotto rimanendo sconvolto; sarebbe poi morto in ospedale dove era finito nelle mani di Navarra. Il 26 marzo il quotidiano "La Voce della Sicilia" diretto dal deputato comunista Girolamo Li Causi scrisse che Rizzotto fu caricato su una Fiat 1100, la stessa auto che possedeva Leggio. Gli indizi erano labili e secondo l'autorità di Pubblica Sicurezza non c'era nessun elemento per procedere contro Leggio. Tre settimane dopo la scomparsa di Rizzotto i Carabinieri di Corleone, guidati dal capitano Carlo Alberto dalla Chiesa, denunciarono Leggio (resosi irreperibile) e tre complici per sequestro di persona. Il 30 settembre il giudice istruttore prosciolse Leggio e gli altri. Poche ore dopo il proscioglimento, i Carabinieri fermarono due complici di Leggio che confessarono di aver partecipato al sequestro di Rizzotto che poi sarebbe stato ucciso da Leggio con tre colpi di pistola. Dopo nove mesi, il 13 dicembre, nel luogo indicato dai due furono ritrovati i resti di tre cadaveri, tra cui quello di Rizzotto, i cui resti furono riconosciuti dai famigliari (nel 2009 altri resti furono convalidati con analisi del dna, in seguito è stato fatto il funerale di Stato). Tuttavia i due complici ritrattarono dicendo di non aver mai confessato nulla, di aver firmato i verbali ignorandone il contenuto e di essere stati sottoposti ad angherie durante gli interrogatoriDanilo Dolci, Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Torino, Einaudi, 1960, p. 188 Documenti 3.. Il PM chiese l'ergastolo per tutti e tre, ma il 30 settembre 1952 la Corte di Assise di Palermo li assolse per insufficienza di prove, revocando il mandato di cattura emesso per Leggio (la Corte di Appello, prima, e quella di Cassazione, nel settembre 1961, confermeranno il verdetto di primo grado), ma rimase latitante perché ricercato per altri reati, rendendosi anche responsabile dell'omicidio di Claudio Splendido, un sorvegliante di un cantiere stradale che verrà ucciso il 6 febbraio 1955 perché aveva visto Leggio e i suoi gregari riunirsi in prossimità del cantiere ed aveva denunciato il fatto alla polizia. L'inchiesta venne archiviata dopo pochi mesi, perché i colpevoli non erano stati individuati. Undici anni più tardi Luciano Raia, un corleonese detenuto a Palermo, rivelò il movente dell'omicidio, ma Leggio, rinviato a giudizio come mandante del delitto, verrà assolto con formula piena dalla Corte di Assise di Bari. Data la latitanza di Leggio, solo per Navarra era stato disposto l'invio al confino, perché ritenuto socialmente pericoloso.
Riguardo alla morte del bandito Salvatore Giuliano, assassinato il 5 luglio 1950 in circostanze mai chiarite, nel 1992 il pentito Leonardo Messina, nel corso di un'audizione della Commissione Parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante, sostenne che fu ucciso da Leggio, il quale, secondo la Commissione, avrebbe così garantito «all’organizzazione mafiosa, di cui era diventato uno degli uomini di punta, la protezione e l'appoggio di quelle forze politiche che avevano l'assoluta necessità di eliminare il famoso capobanda». Già nel 1976 la relazione di minoranza dalla Commissione parlamentare antimafia presentata dal senatore Giorgio Pisanò prospettò la tesi che Leggio avesse ottenuto l'appoggio e la copertura dei pubblici poteri come contropartita per l'omicidio del bandito Giuliano.
Per un periodo piuttosto prolungato Leggio si è nascosto nell'Ospizio Marino di Palermo sotto falso nome. Tra il 1956 e il 1957 i Carabinieri proposero di nuovo il confino per Leggio, perché ritenuto un soggetto socialmente pericoloso che viveva con il ricavato di attività illegali e indicato dall'opinione pubblica quale autore di numerosi delitti, per i quali nessuno lo osava denunciare per paura di incorrere nella sua vendetta. Nel marzo del 1957 il Questore di Palermo volle muoversi inviando al boss una diffida, intimandolo a vivere onestamente e ad osservare le leggi.
Negli anni cinquanta Leggio costituì una società di autotrasporti con una dozzina di autocarri rubati che intestò ad un parente, Giacomo Riina (che si stabilì a Palermo per stabilire contatti con le cosche locali), e partecipò ad una società armentizia costituita in contrada "Piano di Scala" di Corleone per l'allevamento di bovini ed ovini che, formalmente intestata al padre, serviva da copertura alla sua attività di furto e macellazione illegale di bestiame nel vicino bosco della FicuzzaM. Pantaleone, Mafia e politica. 1943-1962, Torino, Einaudi, 1962, pp. 108-118. Tra i suoi soci nella società armentizia figuravano numerosi suoi parenti e membri della sua banda: Francesco e Leoluca Leggio, Angelo Di Carlo e Francesco Placido Leggio, padre dello stesso Luciano.
Nel 1957 Leggio fece da padrino di battesimo ad un figlio di Gaetano Badalamenti, vicecapo della cosca di Cinisi, con il quale creò un servizio di autotrasporti dei materiali di costruzione dell'aeroporto di Punta Raisi di Palermo. Inoltre avrebbe voluto accaparrarsi il trasporto dei materiali necessari alla costruzione di una diga sul fiume Belice, che avrebbe irrigato oltre centoseimila ettari di terra tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento, su progetto elaborato dal consorzio per la bonifica dell'Alto e Medio Belice presieduto da Francesco Saverio Starrabba, principe di Giardinelli. Ma la cosca dei Greco di Ciaculli-Croceverde, che si occupava delle forniture di acqua agli agrumeti della Conca d'Oro e ne stabiliva il prezzo, intervenne presso Michele Navarra perché contraria alla diga e gli chiese di adoperarsi per bloccarne la costruzione. Per la costruzione della diga, Leggio entrò in contrasto con Navarra e con la sua banda, in particolare con il mafioso Angelo Vintaloro, proprietario di un terreno confinante con un fondo di proprietà della società armentizia con il quale aveva in comune una masseria, il quale era contrario alla diga perché le acque avrebbero invaso il suo terreno; per queste ragioni, Leggio e la sua banda compirono atti di vandalismo contro la proprietà di Vintaloro, rubando i suoi covoni di grano e distruggendo le botti della sua cantina. In occasione delle elezioni politiche del 1958, dove Navarra supportò la DC, Leggio appoggiò i liberali, in particolare la candidatura del Principe di Giardinelli al Senato.
Navarra aveva capito che Leggio da fedele esecutore si era trasformato in un insidioso rivale in affari. A causa di questi contrasti, il 24 giugno 1958 Leggio fu vittima di un attentato mentre si trovava insieme ad altre persone nel baglio situato nell'azienda di allevamento. Furono sparati molti colpi, ma la mira si rivelò imprecisa e Leggio riportò soltanto una leggera ferita di striscio ad una mano mentre gli altri rimasero incolumi.
L'assassinio di Navarra e la presa del potere
In seguito all'attentato da lui subito, Leggio decise la soppressione di Navarra, che venne massacrato il 2 agosto mentre rientrava a casa in automobile. Lungo la strada in cui si era consumato l'agguato vennero rinvenuti i vetri di un catarifrangente di una Alfa 1900 Super appartenente a Giuseppe Leggio, parente e fedelissimo di Luciano, che invano tentò di fornire dei falsi alibi. Leggio verrà rinviato a giudizio, ma durante il processo i frammenti di vetro furono misteriosamente sostituiti con frammenti di un'altra auto e così il processo si chiuderà il 23 ottobre 1962 con l'assoluzione per i due Leggio per insufficienza di prove (verranno condannati a 5 anni di carcere solo per associazione a delinquere). In appello il verdetto verrà ribaltato e il 23 dicembre 1970 Leggio verrà condannato all'ergastolo.
Dopo l'uccisione di Navarra, Leggio e la sua banda scatenarono l'offensiva contro i suoi luogotenenti: il 6 settembre 1958 vennero uccisi in un conflitto a fuoco a Corleone i mafiosi Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri e nel periodo successivo si verificarono altre uccisioni e numerosi casi di «lupara bianca».
Mentre a Corleone continuava l'offensiva contro gli ex uomini di Navarra, Leggio divenne proprietario a Palermo di un'officina meccanica e di un garage, da dove avrebbe controllato l'afflusso della sua carne macellata illegalmente e, come ammesso da lui stesso in un'udienza del maxiprocesso di Palermo, si sarebbe associato ai mafiosi Angelo La Barbera, Rosario Mancino, Bernardo Diana, Vincenzo Rimi, Gaetano Badalamenti (che era suo "compare") e Salvatore Greco, che venne sospettato di dargli rifugio nelle sue proprietà di Ciaculli attraverso alcuni fiancheggiatori, ma con cui non mantenne buoni rapporti, come in seguito raccontato da Buscetta.
Il 16 ottobre 1958 il popolare quotidiano palermitano L'Ora pubblicò la seconda puntata dell'inchiesta sul fenomeno mafioso in Sicilia, scritta dal giornalista Felice Chilanti, che narrava le "gesta" di Leggio con in prima pagina la sua fotografia e il titolo "Pericoloso!": per tutta risposta, alle 4:52 del 19 ottobre la storica sede del quotidiano sita a Palermo venne devastata dall'esplosione di una carica di 5 kg di tritolo, che danneggiò parte delle rotative.