L‘estetica giapponese è considerata una parte integrante della cultura nipponica e della vita quotidiana dei giapponesi. Sebbene questi ultimi abbiano avuto per molti secoli una grande produzione artistica, la disciplina filosofica corrispondente all'estetica occidentale non venne studiata sino alla fine del XIX secolo. L'estetica giapponese è quindi un insieme di ideali tradizionali, tutti nati prima che tale disciplina fosse istituita formalmente: mono no aware (il pathos delle cose), wabi (sommessa e austera bellezza), sabi (patina rustica), shibusa (che coniuga ruvidità e raffinatezza), yūgen (profondità misteriosa), iki (stile raffinato) e kire (taglio) sono alcuni di questi ideali, la maggior parte dei quali accomunati dalla nozione buddhista (in particolare Zen) della transitorietà ed evanescenza della vita.

A partire dal secondo dopoguerra altri ideali estetici hanno fatto la loro comparsa nel Paese nipponico, alcuni ispirati dalla stessa cultura giapponese e dalle sue numerose sub-culture (kawaii e superflat), altri invece influenzati dal periodo storico in cui essi sono comparsi (gutai).

Radici culturali dell'estetica in Giappone L'arte e l'estetica in Giappone si sono sviluppate in un modo unico a causa della sua particolare posizione geografica: il suo isolamento ha contribuito in parte a proteggere l'arcipelago nipponico delle invasione straniere e permesso agli allora regnanti di gestire i contatti con le altre nazioni. Durante i lunghi periodi di auto-isolamento (sakoku) le produzioni artistiche erano esclusivamente giapponesi; con l'apertura all'estero anche la cultura prettamente conservatrice del Giappone è stata influenzata dalle interazioni con le diverse culture. Tra queste l'ascendente maggiore lo ebbero la cultura cinese e la religione buddhista, attraverso la filosofia classica giapponese che vede la realtà di base in ; l'estetica giapponese ha tradizionalmente riflesso tale concetto, ed è talvolta descritta come bellezza che ricalca i Tre Segni dell'Esistenza della filosofia buddista: insoddisfazione, impersonalità, e cosa più importante in questo contesto, impermanenza.

Il concetto estetico primario al centro della cultura tradizionale giapponese è la ricerca del valore armonico in tutte le cose. La visione del mondo giapponese avviene attraverso la natura e riguarda la bellezza della semplicità studiata in armonia con la natura stessa; è in questo aspetto che l'estetica giapponese si distacca dall'estetica e dall'arte cinese, considerata dai giapponesi troppo grandiosa e appariscente.

Queste idee sono ancora espresse in ogni aspetto della vita quotidiana, benché a causa dei molti cambiamenti introdotti dall'occidentalizzazione della cultura giapponese alcuni ideali estetici sono stati rivisitati e reinterpretati attraverso i valori occidentali, sia dai giapponesi che dai non giapponesi. Pertanto, recenti interpretazioni degli ideali estetici riflettono inevitabilmente prospettive giudaico-cristiane e la filosofia occidentale.

Concetti e ideali tradizionali Mono no aware

Il termine fu coniato dallo scrittore, erudito e intellettuale giapponese Motoori Norinaga nel XVIII secolo per descrivere l'essenza della cultura giapponese, e rimane tuttora il principale imperativo artistico per i giapponesi. La frase ha origine dalla parola aware che nel Giappone del periodo Heian significava “sentimento” o anche “tristezza”, e dalla parola mono che significa “cose”. Tale termine descrive la bellezza effimera delle cose che svaniscono, oltre a indicare attenzione e ammirazione per ciò che trascorre e mostra i segni del trascorrere del tempo e del suo fluire spontaneo nel corso irreversibile dei processi naturali,. una visione estetica che porta nell'animo di chi li osserva e ne diviene cosciente una sensazione di malinconia e solitudine struggenti, e allo stesso tempo l'accettazione dello scorrere implacabile delle cose.

Successivamente mono no aware ha dato vita a un'idea di estetica che già era presente nell'arte, nella musica e nella poesia giapponese, probabilmente comparsa insieme all'introduzione del Buddismo Zen nel XII secolo; tale filosofia spirituale ha influenzato profondamente tutti gli aspetti della cultura nipponica, compresa l'arte e la religione..

Tale filosofia è incarnata, nel Giappone moderno, nell'amore tradizionale per i fiori di ciliegio (sakura). Tali fiori sono i più apprezzati dai giapponesi per la loro transitorietà, in quanto di solito cominciano a cadere entro una settimana da quando sbocciano. È proprio l'evanescenza della loro bellezza che evoca in chi guarda il sentimento malinconico di mono no aware.

Wabi-sabi

costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull'accettazione della transitorietà e imperfezione delle cose. L'espressione deriva dalle due parole wabi e sabi. Le sue caratteristiche estetiche comprendono: asimmetria, asprezza, semplicità, modestia, intimità e suggestione di processi naturali. Da un punto di vista occidentale può essere visto come la «bellezza delle cose imperfette» venendo associato a caratteristiche fisiche quali imperfezione, rozzezza, età o alterazione, i quali tuttavia non sono né sufficienti né adeguati a spiegare l'essenza del concetto. Più che essere collegato a un elenco di caratteristiche fisiche, wabi-sabi è una profonda coscienza estetica che trascende l'aspetto esteriore.

Il concetto di può essere spiegato come «un apprezzamento estetico della povertà», con quest'ultima intesa nel senso più romantico del termine, ovvero quale rimuovere il peso delle preoccupazioni materiali dalle proprie vite. L'estetica wabi, inoltre, volge la sua attenzione verso quegli utensili con piccole imperfezioni rispetto a quelli che apparentemente sono perfetti, e oggetti rotti o danneggiati, a patto che siano stati ben riparati, più di quelli integri. Il concetto della sottostimata bellezza del wabi è stato riconosciuto e apprezzato per la prima volta quando è stato espresso in poesia; il suo significato originale era “triste”, “desolato” e “solitario”, ma poeticamente è stato spesso utilizzato per descrivere qualcosa di semplice, immateriale, umile e in sintonia con la natura. La cerimonia del tè (cha no yu) esemplifica questo atteggiamento verso la vita nell'elegante semplicità della casa da tè e dei suoi utensili, che contraddicono l'idea che la bellezza comporti grandiosità e opulenza.

Originariamente la parola significava “desolazione”, solo successivamente il termine acquisisce il senso di qualcosa che è invecchiata bene, stagionata, arrugginita o che abbia acquisito una patina che la rende bella; infine nel XIII secolo il significato di sabi si evolse fino a significare «trarre piacere dalle cose vecchie» ma pure quello di «tranquillità, isolamento e solitudine profonda».. Alcuni esempi di sabi possono essere la superficie leggermente ossidata di una ciotola d'argento, il colore del legno stagionato, il ramo appassito di un ulivo e tutti quegli oggetti che portano il peso dei loro anni con dignità e grazia.

Jo-ha-kyū

è un concetto di modulazione e di movimento applicato a una vasta gamma di arti tradizionali giapponesi. Il termine può essere tradotto in “introduzione, pausa, accelerazione”: ciò significa essenzialmente che tutte le azioni compiute dovrebbero iniziare lentamente, accelerare, per poi finire rapidamente. Questo concetto viene applicato agli elementi della cerimonia del tè giapponese, al kendō, al teatro tradizionale, al gagaku e alla tradizionale collaborazione tipica delle forme poetiche renga e renku..

Applicato alla musica, il concetto di jo-ha-kyū trova il suo contesto estetico nel pensiero tradizionale giapponese fondato sull'annullamento del gioco di “contrasto” sia di intensità (dinamica) che di velocità (agogica) tipico del patrimonio musicale occidentale, il quale permette un'immediata comprensione a un orecchio occidentale, contrasto non presente nel patrimonio musicale giapponese, caratterizzato da un “ritmo continuo”. Questo “ritmo continuo”, unito alla quasi totale mancanza di emozionalità evidente, rende molto difficile a un orecchio occidentale la comprensione di tale musica. Il jo-ha-kyū punta all'eliminazione da tale contesto di ogni ricerca intellettuale in nome di una percezione del “ritmo continuo” più immediata, in cui jo crea una situazione drammatica che viene sostenuta e sviluppata in un crescendo lento sino ad arrivare allo ha e al kyū finale..

Il jo-ha-kyū era diffuso anche nel bugaku, antiche danze facenti parte del vasto repertorio gagaku, l'antica musica di corte o “musica continentale”, poiché importata nel VII secolo dalla Cina e successivamente elaborata sino alla cristallizzazione del repertorio avvenuto nel periodo Heian, divenendo la musica della nobiltà e della casa imperiale. Tuttavia la sua funzione all'interno di tale musica fu limitata, in quanto utilizzato come mera struttura ritmica senza la possibilità di essere paragonato a una vera funzione estetica, e con la sola funzione di precisare la modalità d'esecuzione di ogni brano. Il suo utilizzo predominante si ha invece nel teatro Nō, una delle maggiori tradizioni nel mondo del teatro giapponese, dove il jo-ha-kyū scandisce il ritmo dei vari livelli facenti parte del mugen nō, una delle due grandi classificazioni del Nō. Tale funzione si riscontra anche in altre due forme, il bunraku (il teatro dei burattini, la cui musica era caratterizzata da notevoli variazioni di tempo per poter adattare la narrazione ai movimenti di questi con molti passaggi declamati) e nelle suddette poesie in forma renga.

Yūgen

Il concetto di appare agli inizi del X secolo, non venendo tuttavia largamente utilizzato fino al periodo Kamakura. Può essere considerata la meno definibile tra le idee estetiche giapponesi, e la sua esatta definizione dipende dal contesto in cui viene usata. Benché il termine possa essere tradotto letteralmente come “leggermente scuro”, esso non serve solamente a descrivere il fascino delle cose in penombra di cui non si riesce a conoscere del tutto i limiti e i particolari, ma viene usato anche con senso più ampio, per indicare ciò che, essendo oscuro, è insondabile, misterioso e imperscrutabile. Difatti, un'altra definizione di yūgen implica nell'arte giapponese le capacità misteriose che non possono essere descritte a parole; il termine letterario “simbolismo” è considerato il più vicino al significato di questa parola giapponese..

Il teatro Nō è l'arte nella quale la nozione di yūgen ha avuto il ruolo più importante. L'attore e drammaturgo Zeami Motokiyo (1364-1444) è uno dei primi ad adottare e impiantare il concetto di yūgen, in questo caso inteso come “grazia profonda”, al teatro. Egli lo associa con la cultura più raffinata della nobiltà giapponese, e con il loro linguaggio in particolare, pensando che anche nel Nō vi sia “grazia della musica”, una “grazia di interpretazioni [di ruoli diversi]” e una “grazia della danza”.. Inoltre Zeami descrive tale “grazia” come qualcosa che dà luogo a «quei momenti di sentimento che trascendono la cognizione e a un'arte che si trova al di là di qualsiasi livello, che l'artista può aver consapevolmente raggiunto».. Perciò il teatro Nō si presta in particolare modo al concetto precedente di “indefinibile” (o anche “soprannaturale”), in quanto le sue forme di dizione, gesti, andature e movimenti di danza sono tutti altamente stilizzati ed estremamente innaturali: essi, insieme alla musica, invitano lo spettatore a partecipare alla creazione di una più profonda realtà spirituale. Inoltre, l'indossare una maschera e i testi impliciti contribuiscono alla libera interpretazione dell'opera da parte del pubblico.

Miyabi