La teologia nella religione greca antica è una dottrina cosmologica di indagine razionale sulla natura del Divino, portata avanti, con la teologia naturale dei filosofi, in contrapposizione a Omero e alla mitografia, elementi fondante della religione greca, in quanto "teologie rivelate" proprie ai teologi come Esiodo.
Origine e significato dei termini "teologia" e "filosofia" in ambito greco-antico Il termine "teologia" (θεολογία, theología) compare per la prima volta nel IV secolo a.C. nell'opera di Platone la Repubblica (II, 379 A):
Nell'opera di Platone il termine theología occorre ad indicare, da parte dei poeti, quel corretto approccio a Dio che deve evitare l'errore di Omero e di Esiodo i quali lo hanno caratterizzato in senso antropomorfo ovvero portatore di debolezze tipicamente "umane". Theología in senso platonico è quindi quell'approccio al divino per mezzo del lógos e non per mezzo dei miti raccontati dai cantori antichi come Omero o Esiodo.
Analogamente anche Aristotele utilizza il termine theología e suoi derivati per indicare quella "prima filosofia" (πρώτη φιλοσοφία)Successivamente indicata come "metafisica". «Quindi ci saranno tre specie di filosofie teoretiche, cioè la matematica, la fisica e la teologia, essendo abbastanza chiaro che se la divinità è presente in qualche luogo, essa è presente in una natura siffatta, ed è indispensabile che la scienza più veneranda si occupi del genere più venerando» (Aristotele, Metafisica VI (E), 1026a, 19 e sgg., traduzione di Antonio Russo, in Aristotele -Opere vol. I, Milano, Mondadori, 2008, p.832); anche «Resta chiaro, pertanto, che esistono tre generi di scienze teoretiche: quella fisica, quella matematica e quella teologica. Superiore agli altri è, pertanto, il genere delle scienze teoretiche, e fra queste stesse la più nobile è quella da noi ricordata per ultima, perché essa si occupa dell'essere più venerando [..]» (Aristotele, Metafisica XI (Κ), 1064b, 1 e sgg., traduzione di Antonio Russo, in Aristotele -Opere vol. I, Milano, Mondadori, 2008, p. 979); in tal senso anche Werner Jaeger in La teologia dei primi pensatori greci. Firenze, La Nuova Italia, 1982, p. 6. obiettivo dell'indagine sull'"essere". Ma al contempo Aristotele utilizza lo stesso termine per indicare i non filosofi come Esiodo e Ferecide a cui si contrappongono i primi filosofi indicati come "fisici"Cfr., ad esempio, Aristotele, Metafisica III (B) 1000ª 9; in tal senso anche Werner Jaeger in La teologia..., p. 6..
La datazione del primo utilizzo del termine greco antico philosophia (φιλοσοφία) e dei suoi derivati philosophos (filosofo) e philosophein (filosofare) è controversa. La maggioranza degli studiosi ritiene che tali termini non possano essere fatti risalire in alcun modo ai presocratici del VII e VI secolo a.C. Secondo Pierre Hadot:
Le teologie dei filosofi nella cultura religiosa occidentale Le teologie dei filosofi per la religione greca sono di un'importanza fondamentale.. Esse comportano un cambiamento radicale del pensare religioso. che produrrà una nozione di un dio, comprensibile mediante l'adozione di uno specifico stile di vita. A tale conclusione era già giunto lo storico francese Jules Michelet che attribuisce alla figura del saggio il vero potere divino nel mondo greco in «la Grecia supera la rappresentazione mitica che aveva delle sue divinità, nel momento in cui i filosofi concepiscono in modo razionale Dio secondo il modello del saggio.»..
I "filosofi" antichi non corrispondono all'idea comune e moderna del "filosofo" in quanto la loro figura ineriva a uno stile di vita profondamente diverso dal comune vivere quotidianoGiuseppe Cambiano, Il filosofo in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani vol. 2, (a cura di Salvatore Settis), Torino, Einaudi, 2008, pp. 826-827. La profonda differenza nello stile di vita filosofico rispetto a quello della gente comune era particolarmente sentito da quest'ultima. Così il giurista romano Ulpiano indica alle autorità di non occuparsi dei litigi tra i filosofi e i loro debitori perché i primi disprezzano il denaro.
Così Socrate è átopos (ἄτοπος"– non qualificabile") perché è filosofo e quindi amante della sapienza, che è di ispirazione divina e quindi non di pertinenza umana: è proprio l'amore per questa sapienza estranea al mondo che rende estraneo al mondo lo stesso filosofo..
La comparsa del pensare filosofico è tradizionalmente segnalata con le opere dei cosiddetti "presocratici"Il termine di "presocratici" è moderno. La prima opera in cui si trova l'espressione "età presocratica" corrisponde all'Allgemeine Geschichte der Philosophie di Johann Augustus Eberhard del 1788. A tal proposito occorre rammentare la lezione di Giorgio Colli il quale ricorda che tali autori venivano indicati nell'antichità col termine di "sapienti" (σοφοί), cfr. Criteri dell'edizione in La sapienza greca, Milano, Adelphi., a seguire con Socrate e i "sofisti" si avviano delle vere e proprie scuole "filosofiche"La "scuola filosofica «si presenta come una organizzazione chiusa, regolata e autosufficiente. Era una "comunità nella comunità", in cui si svolgevano non solo lo studio e il dibattito, ma l'esistenza stessa di scolarchi e adepti.» Luciano Canfora, La trasmissione del sapere- Le scuole dei filosofi in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol. 2, (a cura di Salvatore Settis), Torino, Einaudi, 2008, p. 649.. All'inizio del periodo ellenistico emergono, sulle fondamenta dell'esperienza sofistica e socratica, numerose scuole filosofiche. Ma già nel III secolo a.C. sopravvivono ad Atene solo le scuole che risultarono ben organizzate ovvero quelle fondate da Platone, Aristotele e Teofrasto, Epicuro, Zenone e Crisippo oltre che due tradizioni strettamente spirituali, lo scetticismo e il cinismo. Tutto questo si osserva per seicento anni, fino al III secolo d.C. quando, grazie a un fenomeno che emerge a partire dal I secolo d.C., determinato da "slittamenti semantici" e "reinterpretazioni delle nozioni filosofiche", il platonismo assorbe l'aristotelismo e lo stoicismo, condannando alla marginalità le altre tradizioni. Tale sintesi, neoplatonica, ha un'importanza fondamentale per l'intera civiltà occidentale perché grazie alle traduzioni arabe e alla tradizione bizantina, tale movimento di pensiero impregnerà il Medioevo e il Rinascimento, conquistando il ruolo di denominatore comune delle teologie e delle mistiche ebraiche, cristiane e musulmane..
Testi scritti e insegnamenti orali Il pensiero dei teologi greci è conosciuto grazie ai loro testi scritti che sono giunti fino a noi. Il numero di questi testi è molto ridotto rispetto alla loro produzione originaria, tanto che Pierre Hadot cita il caso del filosofo stoico Crisippo, autore di ben 700 opere, delle quali non se ne conserva nemmeno una..
Un altro importante elemento da prendere in considerazione è il fatto che come la "filosofia" antica non corrisponde allo stesso ambito di quella moderna, con qualche eccezione come ad esempio per Friedrich Nietzsche e l'esistenzialismo, fonda il proprio scopo nella formazione spirituale dell'uditore, allo stesso modo il testo scritto non è una produzione coerente, bensì una forma di "appunto" riservato a degli specifici allievi. Ciò è evidente nel caso dei dialoghi di Platone, ma è ugualmente vero per le lezioni di Aristotele: sono precisamente lezioni e non saggi..
Platone avrebbe seguito l'opinione del suo maestro Socrate circa l'inaffidabilità dei testi scritti, da cui deriva la sua decisione di affidarsi al metodo orale della maieutica.
«Ogni logos è un "sistema", ma l'insieme dei logoi scritti da un autore non forma un sistema. Ciò è evidente nel caso dei dialoghi di Platone, ma è ugualmente vero per le lezioni di Aristotele: sono precisamente lezioni»Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, p. 63.. Allo stesso modo, e ad esempio, «i diversi λόγοι di Plotino si adattano ai bisogni dei suoi discepoli, e cercano di produrre in loro un certo effetto psicagogico.»Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, p. 65..
Quindi il testo filosofico antico non ha la pretesa di contenere una coerente ed esauriente rappresentazione della "verità". In tal senso, esemplificativa è la Lettera VII di Platone:
Platone avrebbe qui seguito l'opinione del suo maestro Socrate circa l'inaffidabilità dei testi scrittiMircea Eliade nota come sia un tratto caratteristico della tradizione delle religioni indoeuropee quello di avvalersi della trasmissione orale e «al momento dell'incontro con le civiltà del Vicino Oriente, la proibizione di valersi della scrittura.» ()., e la sua decisione di affidarsi al metodo orale della maieuticaGiovanni Reale, introduzione a Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, di Francesco Sarri, p. X, Milano, Vita e Pensiero, 1997)..
I presupposti del pensare "filosofico": ἀρχή e θεῖον Nell'ambito storico filosofico e della storia delle idee, l'origine del pensare filosofico è stato ed è oggetto di approfondimento e di dibattito.
Werner JaegerWerner Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, Firenze, La Nuova Italia, 1982, pp. 31 e sgg. osserva come la tentazione di assegnare a quei filosofi presocratici, indicati anche come "naturalisti", in qualità di presunti esploratori «della realtà sensibilmente sperimentabile»Così anche Giovanni Reale nel suo saggio introduttivo ai Presocratici (Milano, Bompiani, 2006, p. XLIII): «In primo luogo, va detto che non è corretto parlare della filosofia della natura dei Presocratici come di una forma di "materialismo" in senso moderno. Il pensiero presocratico, infatti, si colloca al di qua della distinzione dell'essere fra "fisico" e "sopra-fisico", fra "materiale" e "immateriale". Solo dopo la seconda navigazione (δεύτερος πλους) di Platone, ossia dopo la scoperta dell'esistenza di una realtà soprafisica, si può parlare in modo adeguato di materialismo e spiritualismo. », un rifiuto della spiegazione "metafisica" o "teologica" della medesima realtà, sia profondamente sbagliata qualora si verificassero, dal punto di vista filologico, i termini e le nozioni da loro utilizzate:
Dal che Talete quando indica che l'acqua è origine di tuttoCosì Aristotele nella Metafisica A 3, 983 b «Talete, il fondatore di tale forma di filosofica, dice che è l'acqua» (traduzione di Renato Laurenti in Presocratici vol. I a cura di Gabriele Giannantoni, Milano, Mondadori, 2009, p. 90). seppur rinuncia a qualsivoglia espressione mitica o allegorica è vicino ai «teologemi mitici», anzi in concorrenza con questi.
Così Aristotele introduce il pensiero dei filosofi da lui definiti "fisici" (φυσιολόγος):
Se si considera Anassimandro il primo autore di un testo filosofico in prosa«Talete non scrisse nulla, e quindi comunicò i suoi messaggi mediante l'oralità» Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, vol. 1 p. 87; su Anassimandro in tal senso cfr. Werner Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, p. 45;, si nota che i filosofi più antichi quando trattano del "principio supremo" cambiano stile adottando quello dell'innoWerner Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, p. 44.