Il Museo Nazionale del Brasile (nome originale in portoghese: Museu Nacional) era un'istituzione autonoma, parte del Forum di Scienza e Cultura dell'Università Federale di Rio de Janeiro, collegato al Ministero della Pubblica Istruzione. Venne fondato dal re Giovanni VI del Portogallo, del Brasile e dell'Algarve il 6 giugno 1818 per promuovere il progresso culturale ed economico del Paese. Era situato nell'ex-residenza della famiglia imperiale brasiliana, il Palazzo di San Cristoforo (Paço de São Cristóvão), nel Parco di Boa Vista (Quinta da Boa Vista) del quartiere di São Cristóvão.
Il Museo ospitava una grande serie di collezioni, delle quali spiccavano certamente quella egizia, la più grande in America Latina, e quella greco-romana con reperti provenienti principalmente dagli scavi di Ercolano e Pompei. La collezione comprendeva anche quelle di paleontologia e antropologia, in quest'ultima in particolare spiccava il più antico fossile umano mai trovato in Brasile, chiamato "Luzia". Ancora, ad arricchire il Museo vi era la grande collezione di etnologia, nella quale erano esposti reperti e manufatti che mostravano la ricchezza delle culture indigene, della cultura afro-brasiliana e delle culture del Pacifico. Infine vi erano collezioni di zoologia, mineralogia e meteoriti.
Nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2018 un grande incendio devastò il Museo, distruggendo l'edificio e la quasi totalità delle collezioni raccolte nei suoi 200 anni di storia.
Storia Il Museo Nazionale venne ufficialmente istituito dal re Giovanni VI del Portogallo, Brasile e Algarve nel 1818 con il nome di "Museo Reale", in un'iniziativa per stimolare la ricerca scientifica nel Brasile, all'epoca colonia portoghese. Inizialmente il Museo ospitava esemplari botanici e animali, principalmente ornitologiche, cosa che portò il vecchio edificio ad essere conosciuto dalla popolazione come la "Casa degli Uccelli".
Dopo il matrimonio del figlio di Giovanni VI, Pietro I, imperatore del Brasile, con l'arciduchessa Maria Leopoldina d'Asburgo-Lorena, il Museo attirò un gran numero di naturalisti europei come Maximilian zu Wied-Neuwied, Johann Baptist von Spix e Carl Friedrich Philipp von Martius. Altri ricercatori ed esploratori del Brasile, come Auguste de Saint-Hilaire e il barone Georg Heinrich von Langsdorff, contribuirono ad accrescere le collezioni del Museo.
Alla fine del XIX secolo, secondo le preferenze personali dell'imperatore Pietro II del Brasile, il Museo Nazionale iniziò a investire nelle aree dell'antropologia, paleontologia e archeologia. Lo stesso Imperatore, dilettante appassionato di scienza, contribuì ad arricchire le collezioni di reperti dell'antico Egitto, di fossili botanici, ecc. che egli aveva acquisito nel corso dei suoi molteplici viaggi all'estero. Così il Museo si modernizzò e divenne la più importante istituzione di storia naturale e delle scienze umane nell'America meridionale.
Pietro II, inoltre, per arricchire ulteriormente il Museo, vista la scarsità di studiosi brasiliani, invitò scienziati stranieri a dare la loro opera al Museo. Il primo a giungere al Museo fu Ludwig Riedel, un botanico tedesco che aveva partecipato alla spedizione esplorativa del Barone von Langsdorff nel Mato Grosso dal 1826 al 1828. Altri scienziati sopraggiunsero per lavorare per il Museo come il chimico tedesco Theodor Peckolt e il geologo e paleontologo americano Charles Frederick Hartt. Col passare degli anni il Museo acquistò autorevolezza e fama attirando a sé numerosi studiosi e ricercatori stranieri come Fritz Müller, Hermann von Ihering, Carl August Wilhelm Schwacke, Orville Adalbert Derby, Emilio Augusto Goeldi, Louis Couty e altri.
Quando l'Imperatore fu detronizzato da un colpo di Stato militare nel 1889 i ribelli cercarono di cancellare ogni traccia del periodo imperiale. Il Palazzo di São Cristóvão, residenza ufficiale dell'Imperatore, fu usato per trasferirvi dal 1892 tutte le collezioni del Museo. Nel 1946 la direzione del Museo fu affidata all'Università del Brasile divenuta in seguito l'Università federale di Rio de Janeiro. Gli uffici e i laboratori di ricerca occupavano una buona parte del palazzo e altri edifici eretti negli orti botanici e nel parco. Vi si trovava una delle più grandi biblioteche di Rio di argomenti scientifici. Il Museo Nazionale organizzava anche dei corsi di studi superiori in antropologia, botanica, geologia, paleontologia e zoologia.
Il Palazzo che ospitava gran parte della collezione è andato distrutto in un incendio nella notte del 2 settembre 2018.
Il museo ha riaperto il 2 luglio 2025, mentre si prevede che i lavori di ristrutturazione saranno completati entro la fine del 2027.
Incendio del 2018
Il museo è stato gravemente danneggiato da un grande incendio scoppiato verso le 19:30, ora locale, del 2 settembre 2018 probabilmente causato da un guasto elettrico o da una lanterna volante che è accidentalmente atterrata sull'edificio (secondo quanto dichiarato dal Ministro della Cultura brasiliano, Sérgio Sá Leitão).
I primi soccorsi sono stati ostacolati dalla mancanza di acqua. Il capo dei pompieri di Rio ha affermato che due idranti vicini avevano acqua insufficiente, lasciando ai vigili del fuoco il compito di ricorrere al pompaggio dell'acqua da un lago vicino. Secondo un dipendente della CEDAE ("Companhia Estadual de Águas e Esgotos do Rio de Janeiro": Compagnia dell'acqua e delle acque reflue dello Stato di Rio de Janeiro), anche se gli idranti avevano acqua sufficiente, la pressione dell'acqua era molto bassa, a causa del fatto che l'edificio si trova in cima a una collina. Michel Temer, presidente del Brasile, ha sostenuto che il danno causato dal fuoco aveva superato ogni previsione.
Una zona edificabile di 13600 m² con 122 stanze è andata distrutta. Secondo i funzionari del museo, circa il 92,5% della collezione è andato distrutto.
Danni alla collezione Già dal 2 settembre iniziarono a circolare notizie sui manufatti che erano contenuti nell'edificio, tra questi vi era un affresco romano di Pompei che era sopravvissuto all'eruzione del Vesuvio, ma che non ha avuto la stessa fortuna in questo incendio.
Si ritiene che la collezione relativa alle lingue indigene sia andata completamente distrutta, incluse le registrazioni effettuate dal 1958, i canti in tutte le lingue estinte, gli archivi di Curt Nimuendajú (documenti, foto, negativi, la mappa etnico-storico-linguistica originale che localizzava tutti i gruppi etnici in Brasile, l'unico registro esistente dal 1945), e i riferimenti etnologici e archeologici di tutti i gruppi etnici in Brasile dal XVI secolo.
L'incendio ha distrutto la collezione di migliaia di manufatti indigeni provenienti dalla cultura indo-americana precolombiana del Paese. I manufatti includevano molti resti di indigeni e reliquie ammassate nella collezione personale di Pedro II. Questa collezione comprendeva anche oggetti provenienti da tribù native attuali, tra cui la "sorprendente arte delle piume del popolo Karajá". Del popolo Karajá sono rimasti solo circa 3000 individui.
Collezione superstite Nei giorni successivi all'incendio, i vigili del fuoco hanno recuperato diversi ritratti dal piano superiore del Museo, che erano stati Bruciati e danneggiati da fumo e acqua ma non distrutti. Cristiana Serejo, vice-direttore del Museo, ha anche affermato che «parte della collezione zoologica, la biblioteca e alcune ceramiche» erano sopravvissute.
Altri manufatti sono fortunatamente sopravvissuti al fuoco. Ad esempio, il meteorite Bendegó della collezione di meteoriti del Museo, che è il più grande meteorite ferroso mai trovato in Brasile, ne è uscito illeso. Secondo la National Geographic Society, essere "una grande roccia metallica" è ciò che l'ha salvata dai danni, poiché queste qualità la rendono resistente al fuoco. Da immagini e video di salvataggio dopo l'incendio, almeno altri tre meteoriti sono sopravvissuti intatti. Un altro meteorite chiamato Angra dos Reis è stato riscoperto tra i detriti.
Il 19 ottobre 2018 è stato annunciato il ritrovamento dell'80% dei frammenti del cranio di Luzia, in particolare la parte frontale insieme ad un frammento del femore.
Una parte della collezione del Museo, in particolare l'erbario e le specie di pesci e rettili, era ospitata altrove e non ne è stata influenzata dall'incendio.
Collezioni (prima del 2018)
Il Museo ospitava una delle più grandi collezioni delle Americhe, prima dell'incendio, costituito da animali, insetti, minerali, collezioni di manufatti indigeni, mummie egiziane e reperti archeologici sudamericani, meteoriti, fossili e molti altri reperti.
Archeologia La collezione di archeologia del Museo Nazionale comprendeva oltre 100.000 oggetti, che coprivano diverse civiltà che vivevano nelle Americhe, in Europa, in Africa e in Medio Oriente, dal Paleolitico fino al XIX secolo. La collezione era suddivisa in quattro segmenti principali: Antico Egitto, culture mediterranee, archeologia precolombiana e Brasile precolombiano - l'ultimo nucleo, raccolto sistematicamente dal 1867, era il più grande segmento della collezione archeologica ed era la collezione più importante della sua tipologia nel Mondo, coprendo la storia del Brasile in modo molto completo. Era, quindi, una collezione di notevole valore scientifico, e oggetto di numerose opere di ricerca, tesi, dissertazioni e monografie.
Antico Egitto Con oltre 700 manufatti, la collezione di archeologia egiziana del Museo Nazionale era una delle più grandi dell'America Latina e una delle più antiche delle Americhe. La maggior parte degli oggetti entrò nella collezione del Museo nel 1826, quando il commerciante Nicolau Fiengo portò da Marsiglia una collezione di antichità egiziane appartenute al famoso esploratore italiano Giovanni Battista Belzoni, che venne incaricato di scavare la necropoli di Tebe (oggi Luxor) e il Tempio di Karnak.
Questa collezione aveva l'Argentina come destinazione iniziale, e probabilmente venne ordinata dal presidente di quel paese, Bernardino Rivadavia, creatore dell'Università di Buenos Aires e noto appassionato di musei. Tuttavia, un blocco navale sul Río de la Plata avrebbe impedito a Fiengo di completare il suo viaggio, costringendolo a tornare da Montevideo a Rio de Janeiro, dove i manufatti vennero messi all'asta. L'imperatore Pietro I acquistò l'intera collezione per 5.000.000 di vecchi real e successivamente la donò al Museo Nazionale. È stato ipotizzato che l'azione di Pietro I venne influenzata da José Bonifácio de Andrada e Silva, un importante membro della Massoneria brasiliana, forse guidato dall'interesse che l'organizzazione aveva per l'iconografia egiziana.
La collezione iniziata da Pietro I venne ampliata da suo figlio, l'imperatore Pietro II, egittologo dilettante e noto collezionista di reperti archeologici ed etnografici. Una delle aggiunte più importanti alla collezione egiziana del Museo Nazionale fatta da Pietro II era il sarcofago in legno policromo del cantore di Amon, Sha-Amun-en-su, del tardo Egitto, offerto all'Imperatore come dono durante il suo secondo viaggio in Egitto, nel 1876, dal chedivè Isma'il Pascià. Il sarcofago si distingueva per la sua rarità, poiché era uno dei pochi esempi di sarcofagi mai stati aperti, conservando ancora la mummia del cantore al suo interno. La collezione si arricchì attraverso altre acquisizioni e donazioni, diventando, all'inizio del XX secolo, sufficientemente rilevante per attirare l'attenzione di ricercatori e egittologi internazionali, come Alberto Childe, che servì come conservatore del Dipartimento di Archeologia del Museo tra il 1912 e il 1938, e fu anche responsabile della pubblicazione della Guida delle Collezioni di Archeologia Classica del Museo Nazionale, nel 1919.