Śuri (anche Śur; adattato in ambito falisco e latino come Soranus) è il nome convenzionalmente attribuito dagli studiosi a una divinità etrusca di carattere infero, oracolare e purificatore, le cui attestazioni epigrafiche etrusche si datano tra la fine del VI e il II secolo a.C. e si concentrano nell'Etruria meridionale, con il centro principale nel santuario di Pyrgi, dove il dio era venerato in coppia con la dea Cavatha..Per gli articoli apparsi in Studi Etruschi si indica qui l'anno dell'annata del volume, secondo la prassi dell'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici: il volume LXXIII (2007) è stato stampato nel 2009 e il volume LXXV (2009) nel 2012. L'identificazione della divinità, il suo nome e la sua stessa esistenza sono stati ricostruiti a partire dagli anni Ottanta del Novecento da Giovanni Colonna sulla base della documentazione epigrafica, e restano oggetto di discussione tra gli specialisti..

Secondo la ricostruzione di Colonna, dal teonimo etrusco deriva il nome del dio falisco Soranus, signore del Monte Soratte, assimilato in età repubblicana ad Apollo con l'epiteto di Apollo Soranus e identificato da Servio con Dis Pater.. Al culto del Soratte era legato il sacerdozio degli Hirpi Sorani («lupi di Soranus»), celebri nell'antichità per il rito della camminata sui carboni ardenti..

Storia degli studi e questione del teonimo La prima attestazione a entrare nel dibattito antiquario fu una sors bronzea iscritta rinvenuta prima del 1733 alla Cipollara, località al confine tra Viterbo e Tuscania, allora in possesso di Francesco Ficoroni ed edita da Giovanni Bussi nel 1738; la provenienza del pezzo è stata rintracciata soltanto nel 1986, con la pubblicazione della parte rimasta inedita dell'opera del Bussi.. Luigi Lanzi ricondusse la parola al significato di terminus, accostandola al latino suri, «i pali del vallo»; nel 1849 Francesco Orioli fece derivare dal nome del dio quello di Sorrina, l'antica Viterbo, mentre il primo a riconoscervi il nome di una divinità maschile, identificandola già con il Soranus Pater falisco, fu Elia Lattes nel 1894.. Nel Novecento prevalse a lungo, a partire da Alf Torp (1905), l'interpretazione come dea, fondata su una lettura errata della sequenza calusurasi del Piombo di Magliano e seguita fra gli altri da Alfredo Trombetti, Massimo Pallottino e Giulio Quirino Giglioli; Cortsen parlava di una divinità della morte di sesso indeterminato, ipotizzando già nel 1930 un collegamento con la nozione di «nero»..

La svolta si deve a Giovanni Colonna, che nel 1971 recuperò e ripubblicò la sors della Cipollara e, dopo la scoperta delle iscrizioni dell'Area Sud di Pyrgi, propose a partire dal 1984-1985 di riconoscere in Śur/Śuri un grande dio infero etrusco, paredro di Cavatha a Pyrgi e antecedente del falisco Soranus.; . L'identificazione fu recepita nel 1994 dal Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, con una voce firmata da Armando Cherici che registra il paradosso di una divinità presente nel repertorio senza alcuna iconografia riconoscibile, sulla base delle sole attestazioni epigrafiche..

L'esistenza stessa del teonimo è però contestata da una parte della critica. Dieter Steinbauer ha proposto di intendere śuris come un sostantivo comune col significato di «offerta, dedica»; Jean-Paul Thuillier, in un intervento apparso nello stesso volume di Studi Etruschi che ospitava la replica di Colonna, ha sostenuto che la parola equivalga al latino sors e che «l'Apollo di Pyrgi» sia destinato a scomparire dal pantheon etrusco.; . Più di recente Karolina Sekita ha riproposto in forma radicale la tesi negazionista: il nominativo *Śuri non sarebbe mai attestato, nessuna iconografia sarebbe riferibile al dio, śuris andrebbe inteso come «offerta» in tutte le occorrenze, e il paredro infero di Cavatha a Pyrgi andrebbe identificato con Veivis, l'etrusco Vediovis.; .

Sul fronte opposto, Colonna ha difeso la propria lettura richiamando la dedica pyrgense mi : śuris : cavathas graffita su una kylix attica, difficilmente conciliabile con il significato di sors, e soprattutto la formula suris eisteis del Piombo di Magliano, in cui riconosce il teonimo accompagnato dall'epiteto articolato *Eista, «il dio»: un appellativo che a suo giudizio prova la piena vitalità del nome divino ancora nel V secolo a.C.; ; . Carlo De Simone, pur ammettendo la realtà del teonimo, considera non dimostrato il significato di «nero scuro» e interpreta Śuri come aggettivo di pertinenza («quello attinente a Śur») successivamente sostantivato; Riccardo Massarelli ha avanzato la possibilità che śuris sia un nominativo, ipotesi respinta da Colonna, che vi vede un genitivo, in un intervento del 2018 intitolato programmaticamente «Śuri, non Śuris».. La rassegna più recente della questione, dovuta a Laura Ambrosini, si schiera con Colonna: Śuri sarebbe una divinità reale, maschile e «interetnica», comune a Etruschi, Falisci e genti di lingua umbro-sabina..

Etimologia Secondo la ricostruzione di Colonna, il teonimo deriva da una base etrusca /sur/ col significato di «nero», riferito al nero opaco e profondo, in opposizione al nero lucido espresso in latino da niger: Śur sarebbe dunque «il Nero», e Śuri un derivato col valore di «quello del Nero» o «colui che sta nel Nero».. L'argomento decisivo è di natura onomastica: una tomba scoperta a Perugia in località Monteluce nel 1921 ha restituito la sequenza genealogica di una famiglia il cui gentilizio etrusco Surte fu latinizzato in Sortes e infine sostituito, verso la metà del I secolo a.C., dal gentilizio Nigidius portato da un L. Nigidius L. f. Sors: come intuì Emil Vetter, il nuovo nome è la traduzione latina del vecchio, e documenta quindi che la base etrusca era intesa come «nero»..

Sempre per Colonna, Śuri non è in origine un teonimo autonomo ma un epiteto sostantivato riferito al più antico dio infero Manth, il Mantus che Servio Danielino, sulla scorta di Aulo Cecina, dice essere il nome etrusco di Dis Pater, attestato epigraficamente all'inizio del V secolo a.C. nel santuario di Apollo a Pontecagnano e all'origine del nome di Mantova.; Servio Danielino, ad Aen., X, 198. Anche questo dossier è giudicato fragile da Sekita: Manth potrebbe essere un nome femminile, quello della veggente Manto che lo stesso racconto serviano indica come eponima di Mantova, il vaso di Pontecagnano proviene dalle strutture murarie e non da un deposito votivo, e l'equazione con un Mantus etrusco altrimenti inattestato si regge sulla sola autorità di Servio Danielino.. Alla fine del VI secolo a.C. l'epiteto avrebbe soppiantato il vecchio teonimo nell'Etruria meridionale, mentre Manth restava vitale a Cortona e nell'Etruria padana.. Il quadro trova paralleli nelle divinità infere «nere» del mondo greco e romano, dall'Ade melas della tradizione greca al Dis niger fino allo Iuppiter Atratus («vestito di nero») noto dall'epigrafia italica..

L'etimologia non è universalmente accolta: De Simone osserva che la connotazione oscura è un tratto topico di ogni divinità ctonia e non basta a provare il significato di «nero» per la base /sur/, mentre Sekita ricorda che lo stesso Vetter considerava Surte una voce italica e non etrusca.; .

Attestazioni epigrafiche Il dossier delle attestazioni ritenute sicure del nome divino comprende, secondo il censimento di Riccardo Massarelli ripreso da Ambrosini, dieci documenti:. Il censimento è in Massarelli 2014, pp. 103-104. la lamina plumbea da Poggio Gaiella presso Chiusi (il cosiddetto Piombo di Chiusi, del VI secolo a.C.), la Tegola di Capua, dove il teonimo compare accostato «in rapporto grammaticalmente non chiaro» con il nome del dio Letham, e il Piombo di Magliano, testi in scriptio continua;. una coppa in bucchero con l'iscrizione sur dal santuario di Orvieto-Belvedere; cinque iscrizioni su vasi dall'Area Sud di Pyrgi, della prima metà del V secolo a.C., in origine deposte nel deposito votivo kappa e confluite in frammenti nelle sistemazioni del piazzale nord successive al saccheggio di Dionisio di Siracusa (384 a.C.);. un blocco lapideo da Tarquinia e il cosiddetto Putto Carrara, che associano il dio a Selvans; una lastra da Vulci e il bronzetto Guglielmi, che lo associano alla divinità Thufltha; la sors della Cipollara presso Tuscania; un dischetto da Arezzo; una lastra da Bettona, del III-II secolo a.C. La distribuzione è nettamente etrusco-meridionale; le attestazioni settentrionali sono le più recenti.

Caratteri della divinità Dio infero e fulguratore Il carattere infero del dio emerge anzitutto dal legame con il piombo, il plumbum nigrum dei Romani, metallo infero per eccellenza: a Pyrgi lingotti e cippi di piombo furono deposti come offerte di fondazione negli altari dell'Area Sud, e nel 2007 gli scavi hanno individuato trentotto colature di piombo versate ritualmente sul piazzale antistante il sacello del dio, la maggiore delle quali, già scoperta nel 1992, giace esattamente sull'asse geometrico dell'edificio.. Il valore ctonio del piombo in Etruria, «connesso in modo inscindibile» al culto di Śuri secondo la formulazione di Alessandro Naso, Elena Foddai e Marina Raccar, è stato di recente richiamato anche a proposito degli alari e spiedi di piombo deposti in una tomba dei Monti della Tolfa..

A Śur/Śuri sono stati inoltre riferiti da Colonna alcuni ciottoloni di pietra vulcanica scura recanti a rilievo un fulmine stilizzato, un'asticella con estremità a punte di freccia rivolte verso il basso, rinvenuti soprattutto in area volsiniese (Orvieto, Campo della Fiera, Bolsena) e interpretati come simulacri aniconici del dio o sostituti dell'immagine del defunto.; . Il fulmine rivolto verso il basso rimanda ai fulmini «inferi» che, secondo Plinio il Vecchio, provengono dal sottosuolo e sono particolarmente temibili d'inverno; nella stessa direzione puntano le punte di freccia e di giavellotto in ferro deposte a Pyrgi, lette come rappresentazioni concrete dei dardi-fulmine di un dio che per Colonna era una delle nove divinità etrusche titolari del fulmine, accanto a Tinia.Plinio, Naturalis historia, II, 52, 138; ; .

Sul piano iconografico non esiste un tipo consolidato del dio, tratto che accomuna Śuri alle altre divinità etrusche rimaste a uno stadio scarsamente antropomorfizzato di religiosità, come Selvans e Thufltha.. Colonna ha tuttavia proposto di riconoscerlo in due antefisse vulcenti del IV-III secolo a.C. con testa barbata dalla carnagione rosso-scura e un fulmine giallo a fiore di loto stretto fra i denti, nonché nella testa barbata e irata con fulmine serpeggiante in bocca che compare sullo specchio Borgia di Napoli, con la nascita di Fufluns: in entrambi i casi si tratterebbe del dio nero fulminatore, distinto tanto da Tinia quanto da Vediovis.; . Sempre secondo Colonna, l'iconografia etrusca di Aita, il signore greco-etrusco dell'oltretomba raffigurato con il copricapo di pelle di lupo accanto a Phersipnai, rappresenterebbe la veste ellenizzata assunta da Śuri a partire dal tardo V secolo a.C.: il copricapo lupino rinvia al mondo di Soranus e dei suoi sacerdoti-lupi.; ; .

Dio oracolare