La guerra del calcio, anche nota come guerra del football o guerra delle cento ore ( o ) fu un breve conflitto armato scoppiato il 14 luglio 1969 tra El Salvador e Honduras, a seguito dell'espulsione, da parte di quest'ultimo, di circa immigrati salvadoregni. Le operazioni militari, iniziate con l'attacco e l'occupazione, da parte del Salvador, di diversi territori honduregni prossimi al confine tra i due Stati, terminarono appena 4 giorni dopo, il 18 luglio, a seguito del cessate il fuoco imposto dall'Organizzazione degli Stati americani (OSA), dopo che l'Honduras era riuscito a riconquistare gran parte delle aree occupate dall'esercito salvadoregno.
Pur dalla durata estremamente limitata, si trattò di uno dei conflitti più sanguinosi del secondo dopoguerra, lasciando sul campo quasi seimila vittime ed oltre quindicimila feriti.
Il nome del conflitto venne dato dal giornalista polacco Ryszard Kapuściński, che si trovava in Honduras allo scoppio del conflitto, in riferimento ad un confronto calcistico disputatosi tra le selezioni dei due Paesi alla vigilia della guerra.
Le cause
Le relazioni tra Honduras ed El Salvador non erano mai state facili. Entrambi i Paesi, che all'epoca del conflitto ruotavano nell'orbita politica degli USA ed erano diretti da governi sostenuti da grandi latifondisti locali, si erano ripetutamente trovati nel corso degli anni ad attriti di una certa portata. Già all'indomani dell'indipendenza (1838), El Salvador lamentava l'esiguità della propria superficie nazionale e la mancanza di uno sbocco all'Oceano Atlantico. Ma, anche in merito alla propria fascia costiera sul Pacifico, nutriva risentimento verso la sovranità dell'Honduras sul golfo di Fonseca: tale area, costituita da un ampio golfo riparato dagli uragani che non di rado spazzano l'America centrale, è da sempre un punto nevralgico per le rotte commerciali che, costeggiando il Pacifico, fanno la spola tra il Nord e il Sudamerica.
Dal canto suo l'Honduras non aveva del tutto digerito gli esiti della politica commerciale avviata da alcuni anni dagli Stati Uniti in America centrale. Nel 1960, infatti, gli USA stimolarono la nascita del Mercato comune centroamericano, un'area di libero scambio comprendente Costa Rica, Nicaragua, Guatemala, Honduras ed El Salvador. Finalità del governo statunitense era l'istituzione di un regime commerciale privilegiato con i cinque Paesi, specie per permettere alle proprie multinazionali (in particolare quelle dedite al commercio delle banane) di installarvi grandi piantagioni. Indubbi erano i vantaggi per le multinazionali statunitensi, che venivano così a trovare ampie distese di terre da coltivare e una manodopera a basso costo.
Ma innegabili erano anche i benefici per i cinque Stati centroamericani, che vedevano negli investimenti statunitensi un modo per uscire dalla cronica arretratezza in ambito agricolo nella quale versavano da tempo. Il problema fu però che, senza alcun meccanismo di controllo della direzione degli investitori, questi preferirono installare le piantagioni là dove già era presente un certo grado di sviluppo tecnologico. In questo El Salvador era il più avanzato, l'Honduras invece il più arretrato. Per quanto non mancarono grossi interventi americani in Honduras (estese furono le piantagioni installate dalla United Fruit Company), gli investimenti in El Salvador furono di gran lunga maggiori, permettendo addirittura al Paese un alto tasso di crescita economica negli anni a seguire.
La crescita economica portò in El Salvador migliori condizioni di vita e un sensibile calo della mortalità infantile. Conseguenza naturale fu un notevole aumento demografico che, già alla metà degli anni sessanta, fece di El Salvador il Paese più popolato (dopo il Messico) dell'America centrale. Ma data l'esigua superficie nazionale, ciò che si venne a creare fu un notevole eccesso di popolazione e, conseguentemente, una prorompente disoccupazione. L'economia salvadoregna, infatti, si poggiava quasi del tutto sull'agricoltura: ma questa era in mano alle multinazionali straniere e ad una ristretta classe latifondista (un migliaio di grandi proprietari terrieri, riuniti sotto l'egida di 14 famiglie) che affidava la coltivazione delle proprie terre a braccianti (campesinos).
Per tale motivo i disoccupati non avevano alcuna possibilità di avviare la coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno, né potevano ripiegare cercando un lavoro nell'industria, difettando il Paese quasi completamente di un settore secondario da utilizzare come valvola di sfogo per l'eccedente manodopera agricola. Il governo salvadoregno pertanto, temendo una rivolta contadina che avrebbe seriamente pregiudicato il già precario equilibrio politico-economico interno, decise di rivolgersi al vicino Honduras dove le condizioni erano opposte. Qui l'arretratezza agricola era dirompente. Per quanto il latifondo facesse da padrone pure in Honduras, numerosi restavano ancora i chilometri quadrati di terre incolte. Al fine di promuoverne uno sfruttamento economico e di far pervenire nel Paese una certa quantità di manodopera, il governo honduregno acconsentì alle richieste del Salvador di permettere l'immigrazione dei campesinos salvadoregni in eccesso.
Fu così che nel 1967 i due Stati firmarono la Convenzione bilaterale sull'immigrazione, secondo la quale i cittadini salvadoregni avevano libertà di transito e diritto di residenza e al lavoro qualora avessero deciso di espatriare in Honduras. Oltre salvadoregni varcarono in breve il confine, insediandosi in Honduras, dove fondarono pure villaggi e avviarono la coltivazione di terre fino ad allora rimaste inutilizzate. Il massiccio esodo di salvadoregni in Honduras non era comunque stato ben accolto dal locale ceto agricolo. La miseria in cui versavano i contadini honduregni li aveva portati, sul finire del 1967, a scendere nelle piazze per chiedere a gran voce salari più alti e migliori condizioni di vita. La riforma agraria, avviata nel 1968 dal governo honduregno sotto le pressioni del sindacato contadino FENAGH (Federación Nacional de Agricultores y Ganaderos de Honduras), non sortì alcun buon esito.
Complice il fatto che la dittatura di Oswaldo López Arellano era appoggiata da latifondisti e Stati Uniti, l'Instituto Nacional Agrario (INA) non aveva osato operare una redistribuzione delle terre in mano a grandi proprietari terrieri locali e a multinazionali. Fu così che, quando si fece insostenibile la situazione politica interna (che macchiò di sangue e violenze le elezioni municipali del 1968), l'INA assunse la clamorosa decisione di attribuire ai contadini honduregni ciò che i salvadoregni giunti appena due anni prima si erano conquistati. Per la precisione, un provvedimento del Ministero dell'Agricoltura dell'Honduras dell'aprile 1969 decretava la confisca delle terre e l'espulsione di tutti coloro che avessero nel Paese proprietà terriere, senza tuttavia possedere la natività in Honduras.
Con ciò, oltretutto, l'Honduras compiva un grave illecito internazionale, contravvenendo agli impegni presi due anni prima con la Convenzione bilaterale sull'immigrazione. Gli oltre salvadoregni giunti in Honduras furono pertanto privati delle proprie case e dei propri campi e rispediti in El Salvador, dove non avevano più nulla. Il governo salvadoregno tentò in ogni modo di convincere il governo honduregno a tornare sulla propria decisione, specie in vista dell'estrema difficoltà di reinserire i profughi nella madrepatria. Quando poi il decreto dell'INA entrò in vigore, i difficili esiti furono inevitabili. L'opinione pubblica salvadoregna scagliò roventi critiche sull'Honduras e le relazioni diplomatiche tra i due Stati si fecero tesissime. In un clima del genere le due nazionali di calcio stavano per affrontarsi nella semifinale della zona CONCACAF per le qualificazioni ai Mondiali di Messico 1970.
Il confronto calcistico I Mondiali del 1970 sarebbero stati organizzati dal Messico, prima volta per quel Paese dell'America Centrale. Ciò significava che mentre la Nazionale messicana, da sempre la più forte della zona CONCACAF, era qualificata d'ufficio alla fase finale, le altre avevano una buona chance per centrare una storica qualificazione. Al via si presentarono 12 squadre, divise in 4 gironi da 3 ciascuno. L' dominò (3 vittorie e 1 pareggio) il gruppo 1, con e , ma ebbe vita facile anche (3 vittorie e 1 sconfitta) nel gruppo 3, con e .
Gli altri gironi videro la vittoria di (gruppo 2, contro e ) e (gruppo 4, contro e ). La formula a questo punto prevedeva che le vincenti si affrontassero nelle semifinali, giocate in un doppio confronto di andata e ritorno. La prima vide Haiti superare agevolmente gli USA (2-0 e 1-0). L'altro match, dal canto suo, prometteva scintille e non a livello prettamente agonistico: il confronto tra le due nazionali di Honduras ed El Salvador, da sempre divise anche da una rivalità sportiva, non capitava certo nel momento migliore.
L'8 giugno 1969 all'Estadio Nacional di Tegucigalpa era in programma la gara di andata tra Honduras ed El Salvador. La nazionale salvadoregna cercò di limitare il più possibile la permanenza in suolo honduregno, ma quel poco tempo bastò ai tifosi locali per manifestare la propria ostilità. La notte precedente alla partita, centinaia di persone si assieparono sotto l'hotel dove alloggiavano i calciatori salvadoregni, cercando di disturbarne il sonno con clacson, pentole e sassi lanciati contro le finestre. L'indomani il caos fu incrementato da uno sciopero nazionale degli insegnanti: ai manifestanti si aggiunsero molti esagitati che, scovato il pullman che trasportava i calciatori salvadoregni all'Estadio Nacional, tranciarono le gomme al mezzo.
Allo stadio i tifosi locali perseverarono nel proprio atteggiamento intimidatorio e, in un clima tesissimo, l'Honduras si impose 1-0 con una rete del difensore Leonard Wells a un minuto dal fischio finale. L'opinione pubblica salvadoregna giurò vendetta per la gara di ritorno a San Salvador del 15 giugno.
Anche in tal caso la nazionale in trasferta, l'Honduras, cercò di giungere in Salvador il più tardi possibile. La notte precedente la partita, i tifosi salvadoregni presero di mira l'Hotel Intercontinental di San Salvador, dove riposavano gli honduregni, dando luogo ad una fitta sassaiola contro le finestre dell'edificio, che in breve finirono frantumate. L'accompagnatore della nazionale honduregna, un ragazzo salvadoregno, fu ucciso a sassate dalla folla non appena lasciò l'hotel.
I tifosi proseguirono nella loro forte ostilità, lanciando contro l'edificio stracci puzzolenti, topi morti, uova marce e persino bombe artigianali. I calciatori honduregni si trasferirono per sicurezza sul tetto dell'hotel, fin quando, all'alba, di fronte alla minaccia della folla, che lasciava intendere di voler entrare nell'edificio, la polizia salvadoregna li condusse a piccoli gruppi nelle case di honduregni residenti a San Salvador.