Conca dei Marini (Conca r"e Marine in campano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Salerno in Campania, parte della Costiera amalfitana.
È, dopo Atrani, il comune meno esteso della Campania. Assieme a tutta la Costa d'Amalfi, il territorio comunale dal 1997 è stato dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'umanità.
Geografia fisica Territorio Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa), Ordinanza PCM. 3274 del 20/03/2003.
Clima La stazione meteorologica più vicina è quella di Amalfi. In base alla media trentennale di riferimento 1961-1990, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta a +10,7 °C; quella del mese più caldo, agosto, è di +26,8 °C.
Le precipitazioni medie annue superano i 1.700 mm, distribuite mediamente in 96 giorni, e presentano un minimo estivo, un picco in autunno-inverno ed un massimo secondario in primavera.
Origini del nome Probabilmente deve il suo nome alla specifica conformazione geografica a forma di conca.
L'aggiunta della denominazione "Marini", quindi "Conca Marini", per sottolineare la vicinanza al mare e l'antico ruolo svolto dai marinai che vi abitavano, all'epoca molto numerosi ed esperti delle tecniche della navigazione (tanto che il paese è tutt'ora definito "città dei naviganti"), avvenne solamente dopo l'Unità d'Italia (1861), per identificarla univocamente rispetto ad altri comuni italiani omonimi.
Infine, in occasione della temporanea unione con Furore, con il regio decreto del 6 settembre 1928, n. 2202, ha assunto ufficialmente il nome attuale di "Conca dei Marini".
Storia Tradizionalmente le origini di Conca si fanno risalire agli etruschi, che vi fondarono un insediamento di nome Cossa, nel V secolo d.C., e, data la conformazione ripida ed irregolare dell'entroterra, i primi abitanti si dedicarono subito alle attività marittime. Nel 272 a.C. venne conquistata dai romani, che la trasformarono in colonia; il piccolo borgo marinaro fornì loro un cospicuo contributo nel corso della Seconda guerra punica (218-202 a.C.), per poi ribellarglisi contro durante la Guerra sociale (91-88 a.C.) e non essere più nominata, probabilmente abbandonata definitivamente al più tardi in seguito all'eruzione del Vesuvio del 79.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, in concomitanza con il ripopolamento della Costa d'Amalfi da parte degli abitanti dell'entroterra campano, in particolare l'Agro nocerino-sarnese, in fuga da invasioni, guerre civili, conflitti religiosi, insorgenza della malaria e impaludamento delle aree pianeggianti, sorse l'attuale centro abitato di Conca.
Divenuta una base di supporto per la vicina repubblica, poi ducato, di Amalfi, intrattenne rapporti commerciali con gli altri popoli del Mediterraneo, accrescendo ulteriormente la propria influenza in campo marinaro fino a disporre di ben 27 grandi galeoni, come attestano le cronache del tempo. In seguito all'inserimento del ducato di Amalfi all'interno della compagine del neonato Stato normanno, tra il 1071 e il 1130, il paese ebbe un momentaneo periodo di crisi, superato solo sotto la dominazione degli Svevi e degli Angioini, durante la quale riprese con maggior vigore i traffici marittimi.
Fu proprio con gli Angioini che Conca ottenne l'autonomia amministrativa da Amalfi, come testimonia l'attestazione del primo sindaco del paese, Bonaventura Spizzatortolo, nel 1270. Nel 1275 era infeudata, come anche altre terre e città in Costiera amalfitana in quel periodo, subito dopo l'avvento degli Angioini, ma non si conoscono i nomi dei suoi signori e, in ogni caso, tale situazione durò pochi anni. In Età moderna, sotto la dominazione degli Aragonesi, degli Asburgo e dei Borbone, gli scambi commerciali si estesero, consentendo così a diversi condottieri conchesi di arricchirsi e potersi elevare socialmente. I porti principali dove approdavano erano quelli di Venezia, Trieste, Costantinopoli e Smirne e più tardi anche Odessa. Proprio in quegli anni, però, cominciarono le attività piratesche dei turchi, che non solo minacciavano le navi mercantili, ma attaccavano e saccheggiavano i paesi rivieraschi. Nel giugno 1543 5 galeotte turche sbarcarono presso il capo di Conca e misero al sacco tutto il paese, profanando e spogliando di tutti i suoi arredi la chiesa di San Pancrazio martire, che rimase per più anni chiusa e interdetta. Un altro duro colpo per i conchesi fu il flagello della peste che la colpì principalmente negli anni 1528 e 1556.
Da un manoscritto anonimo del 1650 si evince lo stato del paese in quel tempo:
Malgrado l'inarrestabile decadenza, il suo porto fu frequentato da mercantili ancora fino alla metà del XIX secolo e la tonnara, creata intorno al 1700, sopravvisse fino al 1956.
Nel 1861, dopo la cacciata dei Borbone di Napoli, Conca dei Marini passò al Regno d'Italia.
Nel periodo fascista, con il regio decreto n. 2202 del 6 febbraio 1928, il comune di Conca Marini fu unito a quello di Furore, ma dopo la fine della seconda guerra mondiale, con il decreto legislativo del Capo Provvisorio dello Stato del 20 agosto 1947, n. 1038, i due comuni tornarono ad essere separati.
Attualmente la principale risorsa economica del paese è costituita dal turismo; seguono poi (seppur in tono minore rispetto al passato) la pesca e l'agricoltura, caratterizzata soprattutto dalle coltivazioni di limoni e pomodorini "del pendolo" (in napoletano "d' 'o piennolo").
Simboli L'origine dello stemma comunale di Conca dei Marini risale al periodo angioino. Esso è formato da una corona ed uno scudo, all'interno del quale sono raffigurati tre gigli (simbolo araldico della casa D'Angiò) in un campo blu nella parte superiore ed un vaso d'oro in un campo argenteo nella parte inferiore. I gigli angioini testimoniano lo sviluppo che Conca ha avuto durante il regno di questa dinastia. Il gonfalone è un drappo partito di bianco e di rosso.
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa di San Giovanni Battista
La chiesa che va sotto il titolo parrocchiale di San Giovanni Battista, nota anche come chiesa di Sant'Antonio di Padova (patrono ufficiale di Conca dei Marini dal 26 dicembre 1694), è un edificio religioso di remota fondazione, di cui si ignorano le origini. Tra i documenti ufficiali, si attesta che nel 1416 un signore locale, Giacomo Sarcaya, aveva il diritto di nominare il rettore della parrocchia di San Giovanni.
La chiesa di San Giovanni Battista si erge su un'alta rupe e domina l'intero specchio d'acqua della conca e serve i fedeli del rione di Penne. La chiesa è caratterizzata da un campanile con la volta a cuspide ricoperta da piastrelle in maiolica e da una facciata barocca, che presenta un'immagine di Sant'Antonio accompagnata dalla frase latina PROTEGAM CIVITATEM ISTAM ("Proteggerò questa città") aggiunti nel restauro del 1909. L'edificio è stato restaurato per la seconda volta nel 1990, a causa del terremoto dell'Irpinia del novembre 1980.
Complesso monumentale Chiesa di Santa Maria di Grado e Conservatorio di Santa Rosa da Lima
Il complesso è composto da due parti: sul lato sinistro vi è la chiesa dedicata a Santa Maria di Grado, mentre su quello destro sorge il Conservatorio di Santa Rosa da Lima, un ex-monastero di suore domenicane.
Chiesa di San Pancrazio martire
Come per la precedente chiesa, non si conoscono fonti ufficiali che attestino l'epoca esatta della fondazione della chiesa dedicata a San Pancrazio martire. Il documento storico più antico che ne fa cenno è un'attestazione risalente al 30 gennaio 1370, redatta dall'Arcivescovo di Amalfi allora in carica, Monsignor Marino, in cui si afferma che la chiesa era un patronato della famiglia Mele a partire dal 1362. Nel 1543 la chiesa di San Pancrazio venne saccheggiata da un attacco ordito dai pirati, restando inagibile per lungo tempo. Il 20 novembre 1908 subì il crollo del campanile, successivamente ricostruito.
In una splendida posizione, l'edificio religioso è circondato da un ampio cortile, su cui sono disposte due file laterali di palme davanti alle tre porte d'ingresso, al di sopra delle quali sono presenti mosaici di scuola ravennate (realizzati nel 1957) raffiguranti San Pancrazio a destra, Sant'Antonio di Padova a sinistra e al centro alla Madonna del Carmine. All'interno la chiesa è formata da tre navate e tre absidi. Le navate laterali sono sovrastate da volte a crociera e possiedono tre piccole cappelle a testa: a destra quelle dedicate a San Gaetano, alla Madonna della Neve e a Sant'Anna, e a sinistra quelle dedicate al Sacro Cuore di Gesù, al Cristo Crocifisso e a San Raffaele. Nella chiesa, inoltre, è venerata anche la Madonna del Carmelo, la quale viene celebrata con una solenne processione in occasione della festa del 16 luglio. Nei pressi della chiesa è presente un belvedere che affaccia direttamente sul mare, denominato Punta "Vreca", poiché ha la forma di una nave, sul quale sorge una croce di ferro battuto.
Chiesa di San Michele Arcangelo
Tra la vegetazione tipica della zona (limoni, carrubi e ulivi), in località "Penne", sorge la chiesa di San Michele Arcangelo. Anche di questo edificio religioso non si conosce la data della fondazione e la tradizione vuole che sia molto antico. In un atto notarile si apprende che la chiesa esisteva prima del 1208.
La chiesa consiste in un'aula, terminante con un'abside piatta, formata da due moduli di egual misura. Sono del Settecento l'altare maggiore, le due balaustre di marmo che dividono il presbiterio, le tele di scuola napoletana che si trovano nelle 4 cappelle laterali della prima campata, l'antico organo e il pavimento che si può vedere ormai solo nella parte absidale. Caratteristico è il piccolo pulpito ligneo. La sacrestia fu completata nel 1824. Il campanile costituito da due registi quadrati termina nella parte superiore in una cella cilindrica con sei monofore. L'edificio ha attraversato anni di incuria, è stato oggetto di continui furti l'hanno spogliato di tutti gli arredi sacri ed è stato pesantemente colpito dal terremoto del 1980. È stato restaurato ed è attualmente riaperto al culto.
Cappella dell'Immacolata Concezione Sul lato ovest della piazza principale del paese, nota come Piazza Olmo per la presenza appunto di olmi, sorge la piccola cappella gentilizia dell'Immacolata Concezione eretta sul finire del XVII secolo dalla famiglia Pandolfi. La cappella fu eretta a servizio della propria casa non lontana dalla piazza. L'aspetto è di gusto tipicamente spagnolo con il piccolo campanile a vele che domina la facciata. Il portale sovrasta tre scalini ed è affiancato sul lato destro da un'edicola votiva raffigurante la Vergine con il bambino. Il piccolo ambiente è costituito da un'aula rettangolare con volta a botte lunettata decorata con riquadri con motivi in stucco. La cappella fu sensibilmente ristrutturata nel 1895 come attesta la lapide posta sopra il portone:
Della fase precedente restano l'altare, l'organo, e la parte absidale decorata nelle due estremità da due medaglioni raffiguranti i santi Antonio di Padova e Domenico con al centro la tela raffigurante la Madonna racchiusa in una spessa cornice dorata. L'altare è affiancato dai due ingressi della piccola sagrestia.
Cappella della Madonna della Neve A protezione dei marinai fu eretta sulla spiaggia una cappella dedicata alla Madonna della Neve. Questo luogo di culto ancora caro ai conchesi si trova incastonato nella roccia. Le sue dimensioni sono esigue e per questo motivo il 5 agosto la messa viene celebrata sulla spiaggia. La legenda racconta che l'alto rilievo che si trova sull'altare, raffigurante la Madonna con il bambino Gesù, fu trovato dai marinai di Conca su una spiaggia presso Costantinopoli, dopo il saccheggio della città da parte degli ottomani.
Cappella di San Cristoforo