L'Appendix Vergiliana è una raccolta di carmi di vario metro, tradizionalmente attribuiti a Publio Virgilio Marone.Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, p.183.
Le probabilità che essi siano stati scritti da Virgilio sono in realtà in genere molto scarse, per alcuni addirittura nulle; furono probabilmente composti tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. fra Roma e Napoli.
Il termine appendix fu usato per la prima volta dall'umanista Giuseppe Giusto Scaligero nel 1572 e si riferisce alla consuetudine di stampare questi testi tutti assieme e in appendice alle opere di Virgilio (Bucoliche, Georgiche, Eneide).
Aetna
Composta da 646 versi, è un'opera d'argomento scientifico, che tratta i fenomeni vulcanici e segue lo schema di poesia didascalica di moda nell'alto impero. Terminus post quem è il 60 d.C., data di pubblicazione delle Naturales quaestiones di Seneca; terminus ante quem è il 79 d.C., perché non viene citata l'eruzione distruttiva del Vesuvio.
Struttura Prendendo le mosse dall'Etna, il poema ha l'intento di spiegare l'origine delle eruzioni vulcaniche e dei fenomeni annessi come terremoti, nubi di cenere e tremori: animato da una forte impronta scientifica, critica la fallacia vatuum, cioè le menzogne dei poeti che avevano spiegato le eruzioni facendo ricorso a miti quale quello dei Giganti o alla presenza della fucina di Vulcano sotto l'Etna stesso. L'autore vuole dare, infatti, una spiegazione razionale al fenomeno.
La parte finale dellAetna contiene la critica nei confronti dei viaggi, tema ripreso da Lucrezio e Seneca: solo i viaggi fatti per ammirare la natura sono legittimi, non quelli fatti per visitare palazzi e rovine: l'uomo passa, la natura invece offre spettacoli eterni e davvero da ammirare. La conclusione del poemetto, infine, contiene la miranda fabula dei pii fratres catanesi, mito antichissimo che affonda le radici nell'Antico Testamento: i due giovani Anfinomo e Anapia furono risparmiati dalle fiamme dell'Etna, che si aprirono al loro passaggio, perché preferirono salvare il padre e la madre anziani piuttosto che portare in salvo dalla lava denaro e oggetti preziosi, come invece faceva tutto il resto della popolazione. In loro onore furono erette due statue, che Claudiano descrive come ancora presenti alla sua epoca alle pendici del vulcano, e la loro effigie venne incisa su monete e vasellame.
Analisi critica Molti hanno ritenuto questa parte in contraddizione con il resto del poema, in cui si critica la poesia e il mito. In realtà, il significato di questa sezione conclusiva è evidentemente moraleggiante: non basta conoscere la natura, ma bisogna avere anche un comportamento eticamente corretto e giusto, animato da pietas e giustizia: la legge morale interna potrà così vincere anche le difficoltà più dure non solo della natura, ma della vita stessa.
Catalepton
Il Catalepton (dal greco κατά λεπτόν "scelta spicciola", tipica espressione callimachea) è considerata, insieme alla Culex e alla Ciris, opera di Virgilio sin dal I secolo, con la tradizione biografica per noi attestata per la prima volta in Svetonio.
Si tratta di una raccolta di quindici epigrammi: alcuni vengono universalmente considerati autentici per la grande saldatura con la biografia del poeta.Virgilio, La ciris, poesie brevi, a cura di Caterina Vassalini, Firenze, Fussi-Sansoni, 1956.
Struttura Il I dei componimenti del Catalepton è indirizzato a Plozio Tucca; insieme a Lucio Vario il giovane poeta parla di una donna in modo malinconico poiché probabilmente la desiderava, sottolineando la lontananza con la mancanza del contatto.Oreste Nazari, L'epigramma 1. dei Catalepton pseudo-vergiliani, in "Rivista di Filologia e di Istruzione Classica", 35/3 (1907), pp. 489-491. Il II dei componimenti è rivolto - per testimonianza di Quintiliano - contro il retore T. Annio Cimbro, colui che accusò Cicerone di aver ucciso il fratello. È un'invettiva in tono ironico e giambico che sottolinea la mania stilistica degli arcaismi e il veleno per il fratricidio. Nel III componimento Virgilio esalta la figura di Pompeo Magno che, dopo tante vittorie, fu sconfitto a Farsàlo nel 48 a.C. e venne ucciso in Egitto; è un esempio illustre della caducità dei grandi valori umani. Il IV componimento è una breve elegia dedicata all'amico Ottavio Musa, un mantovano andato a Roma per gli studi come Virgilio, in cui elogia il dolce e abbondante sapere delle Muse (la poesia). Il poeta si augura che sia ricambiato questo amore verso la Musa e che, ovunque lo porti, non abbia niente di più caro. Il V componimento è un saluto ironico rivolto alle scuole di retorica dei vari Selio, Varrone, Tarquizio, Sesto Sabino, poiché ormai il poeta è prossimo agli studi filosofici presso la scuola di Sirone. Si conclude con un saluto malinconico alle Muse (chiamate con il termine utilizzato da Livio Andronico "Camene"), e un augurio che talvolta possano tornare da lui. Il VI è aggressivo ed è rivolto contro personaggi ignoti: un Noctuinus (soprannome) aveva sposato la figlia. Il tono è aggressivo e rivolge a questo personaggio varie offese, il motivo a cui si allude nel testo è un oscuro scandalo familiare. Il VII componimento Virgilio lo indirizza a Lucio Vario al quale confida una sua amorosa passione: prima utilizza il termine greco potos poi però scherzosamente lo sostituisce con il simile termine latino puer, per seguire le regole dei puristi di non usare grecismi. L'VIII componimento parla di una villetta che Virgilio ha acquistata o ereditata e che è collocata a Napoli. Dice di mettere dimora a tutti i suoi familiari qui, specialmente l'amato padre, dopo le confische triumvirali a Mantova e Cremona. Il IX componimento è una lunga elegia indirizzata allo stesso Valerio Messalla Corvino cui è dedicata la Ciris. È un grande elogio nei confronti di questa persona per i suoi meriti poetici ma anche quelli guerreschi (i brevi successi contro i triumviri, prima della sconfitta a Filippi). Presenta un lungo elenco di nomi di eroine della mitologia e della storia per onorare la fanciulla amata da Messalla che le aveva dedicato un'egloga: Atalanta, Elena, Cassiopea, Ippodamia (sposa di Pelope e figlia di Enomao), Semele (madre di Dioniso), Danae (madre di Perseo), Lucrezia (moglie di Collatino).Frank Tenney, Il nono Catalepton dell'Appendix vergiliana, Torino, Giovanni Chiantore, 1931. Il X componimento è una lunga parodia del carme catulliano rivolto contro l'ex mulattiere Sabino che, una volta arricchitosi e giunto ad una carica municipale importante, si era fatto ritrarre sul seggio curiale e aveva dedicato la propria immagine a Castore e Polluce, i Dioscuri. Nell'XI componimento il poeta rappresenta ironicamente la morte dello stesso Ottavio Musa del IV componimento, scherzando sul vizio alcolico e presentando la morte come un evento storico per Roma. Il XII componimento riprende l'attacco già fatto nel VI contro un Noctuinus (a noi ignoto), qui accusato di ubriachezza e di avere più di una relazione amorosa; c'è una certa rassegnazione rabbiosa nei suoi confronti per aver avuto la donna che desiderava. Il XIII componimento è una delle invettive più violente e oscene della letteratura latina, ma non ci è bene chiara; l'unica cosa di cui si è sicuri è che Virgilio per un breve periodo ha avuto un'esperienza militare e che Lucceio era un ufficiale dell'esercito di Cesare. Il XIV componimento è l'unico del Catalepton che non si riferisce alla giovinezza di Virgilio bensì al grande lavoro di composizione dellEneide; appare come un piccolo sfogo per la lenta composizione del poema. Il XV componimento probabilmente non è di Virgilio ma dell'ordinatore della raccolta, ovvero Vario; altri critici ritengono che l'autore sia un grammatico dei tardi tempi. È un elogio finale a Virgilio, che viene definito più grande di Esiodo e non inferiore ad Omero, si conclude con una frase che chiude questa raccolta "dettata da una Musa ancora inesperta", alludendo all'immaturità poetica di Virgilio in quest'opera.
Analisi critica Questa raccolta si concentra particolarmente su episodi della giovinezza del poeta e fu probabilmente ordinata da Vario e Tucca, autori forse del XV, epilogo che spiegherebbe il passaggio dalla minore, ancora immatura poesia di Virgilio, a quella maggiore della triade (Bucoliche, Georgiche, Eneide). La raccolta dei Catalepton appartiene al periodo anteriore alle Bucoliche, fra il 55 e il 41 a.C., e fa parte del processo di maturazione poetica di Virgilio prima della grande opera pastorale. La maggior parte di questi gruppi farebbe parte del periodo in cui l'autore frequentava le scuole dei grammatici e dei retori, avviandosi alla partecipazione della vita pubblica.
Molti carmi si riferiscono a circostanze dell'età giovanile: circostanze talvolta oscurissime, in rapporto a persone e cose che non hanno lasciato nessun ulteriore ricordo o traccia di sé nella tradizione; altre volte circostanze ben identificabili, come il riferimento alla dimora del giovane Virgilio a Mantova, a Cremona, a Milano, o alle scuole d'eloquenza da lui frequentate a Roma, o infine al suo passaggio alla filosofia della scuola epicurea di Napoli. I poemi del Catalepton, insieme alla Ciris e al Culex, sono di tutta lAppendice Virgiliana gli scritti più influenzati dalla corrente neoterica per linguaggio, stile, timbro letterario, e si mostrano quindi quelli più aderenti al preziosismo ed ermetismo ellenistico.
Ciris
Composto da 540 versi, è un poema mitologico che narra di una storia d'amore.
Struttura Il poeta inizia il poema enunciando l'argomento: egli narrerà come Scilla, figlia di Niso re di Megara, fu trasformata in airone (in latino ciris), subendo questa pena per aver tradito il padre e consegnato la patria al nemico Minosse, di cui s'era innamorata. Dopo ciò espone le varianti del mito dalle quali si discosta e le riduce a una forma principale. In altre versioni del mito, infatti, la Scilla di Megara era confusa con l'altra, più nota Scilla, una ninfa tramutata in mostro descritta già nell'''Odissea. L'autore si accinge subito a scartare questa versione, sia per ragioni di verosimiglianza sia per le interpretazioni allegoriche e moralistiche del mito, alle quali egli dichiara di non voler dare importanza.
Il re di Megara, Niso, ha ricevuto un dono dagli dei: la sua città non sarà catturata fino a che lui avesse portato in testa un capello d'oro, del quale nessuno, con l'eccezione della figlia Scilla, conosceva l'esistenza. Minosse attacca la città e Scilla, dall'alto delle mura, s'innamora di luiː riesce ad incontrarlo, e in un momento d'amore gli rivela il segreto del capello paterno, che Minosse le chiede di strappare. Nottetempo, ella riesce nel suo compito e Minosse conquista la città. Il padre capisce di essere stato tradito dalla figlia, corsa incontro a Minosse, che però la ripudia poiché non si fida di una persona capace di tradire il proprio padre e la propria città.
Niso, a quel punto, vorrebbe uccidere Scilla, ma ella viene trasformata in un airone bianco dagli dei, mentre il padre diviene un'aquila nera.
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