Il Teeteto (Platone, Teeteto, o Sulla Scienza, Milano, Feltrinelli, 2005, 144d, p. 36.) è un dialogo di Platone riconducibile alla fase della maturità, collocabile tra il 386-367 a.C. in cui il filosofo afferma che è impossibile considerare vera la scienza se non in riferimento all'essere, cioè l'idea. Questo discorso è finalizzato a smentire la soggettività gnoseologica dei sofisti, i quali ritenevano che fossero i sensi a determinare la conoscenza, cosa che invece Platone nega fermamente: per il filosofo si perviene alla conoscenza tramite la dianoia (διάνοια), la ragione matematica e discorsiva.Si veda la metafora della linea nel Libro VI della Repubblica.
Non sarebbe nemmeno possibile trasmettere il sapere se non vi fossero verità certe, così come ad esempio viene affermato nellEutidemo, dove si giunge alla conclusione che anche l'eristica diventerebbe inutile se fosse vero ciò che i sofisti stessi affermano.Eutidemo 286c-288d. Le opinioni di un individuo non fanno una scienza. Alla domanda di Socrate: «che cos'è la conoscenza?», Teeteto cita Protagora e risponde che è sensazione. Bisogna però comprendere quale sia l'interesse reale di Platone per il sofista di Abdera: lo scopo del filosofo è dimostrare che la conoscenza si dà solamente se ci sono le idee.
Va sottolineato però che nel Teeteto le idee non vengono mai menzionate: si parte dalla tesi opposta a quella platonica, si passa a dimostrare che essa è insostenibile, e infine si mette in luce che l'unica soluzione possibile è proprio quella che accetta l'esistenza di enti eterni e trascendenti. Platone affronta così il più grande oppositore suo e quindi anche del razionalismo: l'empirismo/sensismo che identifica verità epistemica conoscibile con la sensazione. Sulla questione delle idee, al Teeteto sono complementari il Parmenide e il Sofista. Il primo è un dialogo aporetico e peirastico della maturità, vale a dire un'opera inconclusiva che non propone una verità assoluta, ma la ricerca della verità.
Trama Il Teeteto, insieme ai dialoghi Sofista e Politico, costituisce una trilogia, l'unica riconoscibile nel corpus platonico. La trilogia è preceduta dal Parmenide e completata dal Sofista. Al termine del Teeteto (210d), Socrate rimanda la continuazione della discussione alla mattina successiva, dandosi appuntamento con Teodoro nello stesso posto; il rinvio è al Sofista, che infatti vede gli stessi personaggi, a cui si aggiunge lo Straniero di Elea, discutere sugli argomenti concordati; a questi due si aggiunge infine il Politico, in cui si continua la stessa discussione, e che vede lo Straniero discutere con Socrate e gli altri di argomenti politici (257a). Ad essi funge idealmente da preambolo il Parmenide: sia nel Teeteto (183e-184a) che nel Sofista (217c) viene ricordato l'incontro avvenuto parecchi anni prima tra Socrate e l'ormai anziano filosofo eleate.
Per quanto riguarda il Teeteto, questo si sviluppa in una forma particolare di dialogo riportato. A Megara, Euclide incontra Terpsione,Euclide fu uno dei principali allievi di Socrate e fondatore della scuola di Megara. Terspione, personaggio pressoché ignoto, viene ricordato nel Fedone tra gli amici di Socrate, presenti in carcere nel suo ultimo giorno di vita (Fedone, alinea 59c). dopo aver incrociato la lettiga che riporta a casa Teeteto, giovane matematico ateniese ammalatosi durante la battaglia di Corinto e ora in fin di vita. Questo incontro riporta alla memoria di Euclide un dialogo avvenuto qualche anno addietro tra il giovanissimo Teeteto, allora promettente allievo del matematico Teodoro, e Socrate, che di lì a poco sarebbe morto.Stando ai calcoli, è ipotizzabile che Teeteto sia morto durante la seconda battaglia di Corinto (369 a.C.), e che il dialogo tra lui e Socrate sia avvenuto pochi mesi prima della morte del filosofo (399 a.C.). Cfr. Platone, Teeteto, trad. di M. Valgimigli, a cura di A.M. Ioppolo, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 222, nota 7. Euclide non è in grado di ricordare con precisione l'intera discussione; tuttavia ne ha provvidenzialmente steso per iscritto una relazione, a suo tempo risistemata e corretta con l'aiuto di Socrate.
Nel dialogo riportato (che risulta essere un dialogo diretto), Teodoro di Cirene, famoso matematico, presenta a Socrate uno dei suoi allievi più brillanti, un ragazzo diciassettenne di nome Teeteto.Teeteto (Atene, 415 o 413 a.C. – 369 a.C.) fu matematico e filosofo. Allievo di Teodoro a Cirene, fu per qualche tempo membro dell'Accademia platonica. Il filosofo decide di mettere subito alla prova il giovane, proponendogli di cercare con lui una risposta alla domanda: «che cos'è la conoscenza?». Teeteto avanza una prima definizione, secondo cui la «conoscenza è sensazione»; Socrate la giudica inadeguata, ma allo stesso tempo comprende che il giovane è «gravido», e che quindi è possibile tirar fuori da lui una definizione soddisfacente con l'esercizio della maieutica. Questa prima definizione porta Socrate ad analizzare - e criticare - il relativismo di ispirazione protagorea e l'eraclitismo; quindi, sempre sotto la guida di Socrate, Teeteto propone una seconda («la conoscenza è opinione vera») e infine una terza definizione («la conoscenza è opinione vera di cui si sa rendere ragione»). L'esito del dialogo è però aporetico.
Dialogo e scrittura La storiografia ha rilevato in modo pressoché concorde che il Teeteto è l'unico dialogo platonico il cui testo è letto a partire da un documento scritto. Uno schiavo legge il testo redatto da Euclide sotto la diretta supervisione e controllo di Socrate. Nello stesso giorno del Teeteto si svolge anche il dialogo dell'''Eutifrone, che segue una struttura letteraria differente.
Il Teeteto e il Parmenide sono i due unici dialoghi di Platone nei quali il prologo ha una forma diretta, priva della figura del narratore esterno. Tuttavia, il Parmenide è caratterizzato ancora una struttura esclusivamente orale nella quale Antifonte espone il dialogo interamente a memoria.
Il Teeteto è il primo dialogo a valorizzare il ruolo della scrittura, in controtendenza con la settima lettera di Platone e col Socrate del Fedro. Nel mito di Theuth e Thamus, presente in quest'ultima opera, la scrittura viene proposta come metodo alternativo alla conoscenza orale e alla memoria di cui essa necessita. Lo stesso argomento è ripreso anche da Euclide nel Teeteto, laddove Euclide giustifica il ricorso alla scrittura con la necessità di non essere obbligato a ricordare tutto.
Socrate afferma che il dialogo è l'unico metodo per conoscere la verità e possedere la sapienza, risolvendo i dubbi individuali del sapiente attraverso il confronto maieutico con gli altri (Teeteto, 145e e 146c). I dubbi teoretici e in particolare la fondamentale definizione della conoscenza, preliminare al riconoscimento dell'autorità degli specialisti in uno specifico campo del sapere, non possono essere superati e risolti in solitudine: il filosofo è anche "filologo" nel senso greco del termine, quello di "amatore dell'interlocuzione". In modo complementare, nel Fedro Socrate critica la scrittura equiparandola alla pittura i cui «prodotti ci stanno davanti come esseri viventi, ma se uno li interroga loro tacciono», considerazioni alle quali il narratore aggiunge che «il discorso scritto, se interrogato, dice sempre la stessa cosa; una volta che sia stato scritto, ogni discorso rotola da tutte le parti indifferentemente nelle mani di chi se ne intende e di chi non è interessato, ignorando chi deve parlare e chi no» (Fedro, 275d). Altrove nel dialogo, Platone sostiene che la scrittura cristallizza e fissa i contenuti poiché viene data in assenza dell'autore, il quale è privato della possibilità di difendersi dalle obiezioni del lettore o dalle interpretazioni che troppo si discostano dalla sua reale intenzione.
La maieutica socratica
Il Teeteto, come si è detto, è dedicato al tema della conoscenza; ciò che però lo rende famoso ai più è la teorizzazione che viene fatta della maieutica socratica. In (149a) Socrate, discutendo con Teeteto, afferma di esercitare la stessa arte della madre Fenarete, quella della levatrice ().
Come una levatrice è in grado di riconoscere lo stadio di una gravidanza, valutare se il feto è sano e aiutare una donna a partorire, così il filosofo è in grado di capire, discutendo con qualcuno, se costui è «gravido», ovvero se nella sua anima sono presenti pensieri validi e «reali» oppure meri fantasmi, e nel primo caso è in grado di portare alla luce il ragionamento nascosto, ponendo domande ed esigendo risposte (150c-151d). Si tratta di un'arte che gli è stata donata dal dio, ed egli può esercitarla perché è «sterile», cioè non sa nulla, ma si limita a porre domande (150c). Allo stesso modo, infatti, le levatrici sono donne ormai avanti con gli anni, che hanno già affrontato il travaglio del parto ma la cui età non permette più di avere figli.
Nel corso del dialogo Socrate tornerà varie volte sulla sua arte e la sua sterilità, mostrando come ne faccia via via uso durante la discussione.Si vedano i passi: 157c, 160e-161a, 184a, 210c.
La critica all'eraclitismo «segreto» La discussione del Teeteto inizia con la richiesta da parte di Socrate di una definizione per la "scienza" (episteme), nella tipica forma della domanda socratica: «che cos'è la scienza» (146c). Teeteto inizia a rispondere, dicendo che "scienza" sono le nozioni di geometria insegnate da Teodoro, come la sapienza dell'artigiano e altri tipi ancora di sapienza – ma in questo modo, osserva Socrate, si fanno solo esempi di conoscenze specifiche, che non rispondono alla domanda sulla natura della scienza in sé. Dopo un breve excursus nel campo della geometria, Teeteto prova allora a definire la conoscenza come «sensazione», riprendendo la celebre definizione di Protagora (151e). Ciò offre a Socrate la possibilità di fare una lunga analisi della dottrina protagorea.
Se la conoscenza è sensazione, significa che è apparenza e che quindi è soggettiva (lo stesso vento è freddo o caldo non in sé, ma in base a come ciascuno lo percepisce); inoltre, la sensazione è sempre vera (per esempio, nessuno può negare che il vento sembri freddo a una persona). Tuttavia, Socrate afferma che Protagora ha parlato per enigmi alla gente normale, e ha rivelato la verità solo ai propri allievi. Si tratta di una dottrina a suo dire antichissima che risale agli allievi di Eraclito, i quali a loro volta la ripresero da una tradizione ancora più antica facente capo a Omero, generalmente definita dell'«eraclitismo segreto».
Tutto ciò che ci sta intorno è in movimento (kinesis), è soggetto a continui cambiamenti, e l'unico modo che abbiamo per conoscerlo sono le sensazioni, le quali altro non sono che il risultato del contatto tra gli organi di senso e l'oggetto di conoscenza. Gli studiosi al giorno d'oggi sono dell'idea che questa dottrina non sia mai stata realmente insegnata, ma sia piuttosto un'invenzione di Platone, che ha portato alle estreme conseguenze la dottrina protagorea dell'uomo-misura.C. Kahn, Platone e il dialogo socratico, trad. it., Vita e Pensiero, Milano 2008, p. 88. In particolare, Kahn, come altri studiosi, rifiuta la possibilità che la teoria esposta sia riconducibile all'eracliteo Cratilo, secondo la tradizione maestro di Platone. Questo permette a Platone di affermare che, per avere una dottrina della conoscenza accettabile, non ci si può fermare alla sensazione, ma bisogna ammettere che, oltre agli organi di senso, interviene anche l'anima, la quale da sé riesce a «osservare quello che è comune a tutte le cose», cioè l'essere (186a).