La guerriglia e brigantaggio postunitario nelle province meridionali continentali del Regno d'Italia si sviluppò nell'ambito del brigantaggio postunitario italiano con diverse modalità da area a area, in funzione di diverse variabili.
Fattori che ne influenzarono la nascita e lo sviluppo furono la vicinanza (o lontananza) dallo Stato Pontificio, la geografia fisica dei luoghi più o meno adatti ad azioni di guerriglia, la presenza più o meno abbondante sia di forze liberali unitarie che di famiglie legate al regime borbonico, differenti livelli di benessere economico e diverse eredità storiche sia di brigantaggio che dell'ormai pluricinquantenario periodo di lotte, iniziato con la Repubblica Napoletana del 1799, che contrapponeva le forze liberali a quelle legate al Regno delle Due SicilieContrapposizione di "due 'nazioni' nello stesso luogo" già individuata da Vincenzo Cuoco a inizio '800. Vedi Salvatore Lupo, L'unificazione italiana, Donzelli editore, 2011, p. 11.
Abruzzi
Gli Abruzzi nel 1860, epoca dell'ingresso di Vittorio Emanuele II nel Regno delle Due SicilieLe truppe di Vittorio Emanuele II varcarono la frontiera, superando il fiume Tronto, il 12 ottobre 1860, risultarono suddivisi amministrativamentevedi G. De Luca - L’Italia meridionale o l’antico Reame delle due Sicilie - Napoli - 1860 in tre province: Abruzzo Ulteriore SecondoCon capitale L'Aquila, Abruzzo CiterioreCon capitale Chieti, e Abruzzo Ulteriore PrimoCon capitale Teramo.
Dal settembre 1860 e durante l'Assedio di GaetaLe truppe piemontesi diedero inizio all’assedio di Gaeta nel novembre 1860. Le operazioni si conclusero, con la resa della piazzaforte, il 13 febbraio 1861. Vedi: Assedio di Gaeta, gli Abruzzi furono considerati, da parte borbonica, area strategicamente rilevante per sviluppare la reazione popolare e la guerriglia antisabaudaLa scelta degli Abruzzi fu effettuata anche in funzione della presenza della fortezza di Civitella del Tronto, e dei confini prossimi allo Stato Pontificio. Vedi: E. Cardinali, pp. 323-324, le tre province furono quindi interessate, anche se con connotazioni diverse, a episodi bellici e di brigantaggio organizzati e sviluppati sul territorio dalla Corte di Francesco II delle Due Sicilie o dai comitati borbonici di Roma e localiSulla composizione dei comitati borbonici intesi come centri legittimisti periferici, vedi: G. Massari, S. Castagnola, Il Brigantaggio nelle province napoletane, Milano, 1863, Ristampa anastatica Forni Editore, p. 77
L'Abruzzo Ulteriore Secondo, subì la guerriglia filoborbonica proveniente dalle frontiere con lo Stato Pontificio e fu inoltre soggetto al brigantaggio che si sviluppò localmente nelle aree montuose del Cicolano, del Sirente e dell'Altopiano delle Cinquemiglia; l'Abruzzo Citeriore fu soggetto ai moti popolari che si svilupparono nel settembre/ottobre 1860 e ad episodi di brigantaggio indigeno o proveniente dal Molise e Terra di Lavoro; gli avvenimenti che si verificarono nell'Abruzzo Ulteriore Primo furono caratterizzati dalla lotta che si sviluppò sul suo territorio per ottenere la resa di Civitella del Tronto e per far fronte alle scorrerie delle bande guerrigliere che agevolarono la resistenza della fortezza e delle bande filopapaline operanti nei pressi di Ascoli Piceno. Conclusa la fase della guerriglia, rimase il brigantaggio politico e/o malavitoso che si mantenne in vita nelle tre province per molti anni concludendosi dopo la Presa di Roma nel 1870, quando cessarono di funzionare le Zone Militari.La divisione in zone e sottozone militari cominciò a funzionare nel novembre 1862 e si protrasse fino al 1870. Vedi: Cesare Cesari, Il Brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, Roma, 1920, Ristampa anastatica, Forni Editore, pp. 128 e segg.
Abruzzo Ulteriore Primo L'Abruzzo Ulteriore Primo con capitale Teramo, sul cui territorio si trovava la fortezza borbonica di Civitella del TrontoAll’epoca dei fatti, la fortezza dotata di 26 cannoni, fu difesa da circa 500 uomini tra gendarmi artiglieri e truppa varia. All’esterno operarono gruppi di guerriglieri. Vedi: Enciclopedia Militare. Opera citata. Vol. III Voce: Civitella del Tronto fu soggetto alle scorrerie di alcune bande locali organizzate e finanziate in un primo tempo direttamente da Gaeta e poi dai comitati borbonici che sorsero in quasi tutte le province del Mezzogiorno per sviluppare movimenti reazionari a favore di Francesco II. Occupate le principali città abruzzesi da parte piemontese, contingenti di truppa e di Guardie Nazionali si trovarono impegnati a circoscrivere i moti popolari che interessarono anche numerose cittadine dell’Abruzzo Citeriore, e dell’Abruzzo Ulteriore II.
Con riguardo alle vicende che si verificarono nel Teramano nel 1860, ’61, ’62 e anni successivi, è opportuno rilevare che molti avvenimenti, specie quelli avvenuti nel corso del 1860 e del 1861 ebbero, almeno fino alla capitolazione di Civitella del Tronto, una prevalente connotazione bellica e/o di guerriglia organizzata e, come tale, da collegarsi solo in parte ad atti di “brigantaggio”. Natura certamente bellica ebbe l’assedio e la resistenza di Civitella del Tronto; guerriglia fu, invece, l'insieme delle azioni sviluppate contro le posizioni occupate dai piemontesi nei pressi della Piazza, per alleggerirne l’assedio, consentirne il rifornimento, impegnare la truppa in settori secondari e ridurre così la vigilanza nelle aree interessate alle incursioni guerrigliere. A tali operazioni, parteciparono anche nuclei della guarnigione usciti da Civitella del Tronto, e alcuni capi della guerriglia, tra cui emersero Bernando Stramenga, Gaetano Troiani, Angelo Florj e altriSulle azioni dello Stramenga vedi anche: F. Molfese, Opera citata, pp. 183, 311.
Nelle reazioni popolari che si verificarono antecedentemente e/o contemporaneamente ai plebisciti, nel Teramano e nella provincia di Ascoli Piceno,<ref name="Ascoli">Vedi a tal proposito quanto riportato in seguito nel paragrafo: Brigantaggio nelle Marche (Ascolano)</</ref> la fortezza di CivitellaLe truppe piemontesi nella loro avanzata aggirarono la fortezza lasciandola alle loro spalle senza tentarne la conquista. Vedi quanto riportato in seguito nel paragrafo: Brigantaggio nelle Marche (Ascolano) ebbe, sino alla sua capitolazione, un ruolo determinante. Infatti, nelle giornate antecedenti il plebiscito, il presidio di Civitella del Tronto uscì dalla fortezza, innalzando le bandiere borboniche. Contemporaneamente, mediante segnali prestabiliti, masse contadine provenienti dalle zone montuose tra Teramo e L'Aquila, scesero in pianura, invasero i villaggi, spodestarono le autorità, commisero non pochi delitti e misero a sacco le abitazioni di alcuni liberali. Contadini, nostalgici e soldati borbonici sbandati, furono poi dispersi da reparti di truppa e da contingenti di milizie volontarie prontamente accorseSugli avvenimenti in oggetto vedi anche: Cardinali, Opera citata, pp. 324-325. Gli avvenimenti preoccuparono il governatore di Teramo Pasquale de Virgiliis, che nell'indire per il 21 ottobre 1860 i plebisciti a Teramo, avvalendosi dei pieni poteri a lui concessi, promulgò un'Ordinanza dichiarando lo stato d'assedio e minacciando di morte chiunque fosse stato trovato in possesso di armiIl De Virgiliis promulgò la seguente Ordinanza: 1. Tutti i comuni della provincia dove si sono manifestati e manifesteranno movimenti reazionari e briganteschi, sono dichiarati in istato d'assedio, o vi saranno sottoposti di diritto al primo manifestarvisi del minimo disordine; 2. In tutti i detti comuni fra le 24 ore dall'affissione della presente ordinanza, sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo da' comandanti de' distaccamenti in essi accantonati; 3. l cittadini che mancheranno alla esibizione entro il detto spazio di tempo, delle armi di qualunque natura, di cui sieno detentori, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari, da un consiglio di guerra subitaneo, che verrà stabilito dai rispettivi comandanti; 4. Gli attruppamenti saran dispersi colla forza. l reazionari presi colle armi alla mano saranno fucilati. Gl'illusi e i sedotti che al giungere delle forze nazionali depositeranno le armi e si renderanno, avran grazia. Ai capi e promotori non si accorderà quartiere, purché non si rendessero a discrezione e senza la minima resistenza; nel qual caso avran salva la vita e saranno rimessi al poter militare; 5. Gli spargitori di voci allarmanti, e che direttamente, o indirettamente fomentano il disordine e l'anarchia, saranno considerati come reazionari; arrestati e puniti militarmente e con rito sommario. Vedi: E. Cardinali, Opera citata, pp. 328-329.
L'Ordinanza con il suo potere deterrente e le dure azioni poste in essere dal governatore, non furono del tutto adeguate a circoscrivere la reazione e a evitare che si verificassero nuovi incidenti e sommosse. Infatti, il 21 ottobre 1860 nella giornata del plebiscito, insorse ControguerraVedi anche: A. Pagano, Opera citata, p. 136 dove legittimisti e contadini, approfittando della fiera paesana, diedero avvio a una serie di sommosse che si propagarono anche a Cellino Attanasio e ad Atri preoccupando anche i paesani di SilviGli abitanti di Silvi accolsero il 16 ottobre 1860, lungo la litoranea nei pressi del torrente Concio, Vittorio Emanuele II proveniente da Giulianova. In suo onore, fu eretto anche un piccolo arco di trionfo. Vedi L. De Carolis, Silvi, folclore, turismo, Pescara, 2006, p. 30 e di altre località. Nella stessa giornata ed in quelle successive, la rivolta scoppiò a Torano e a Cermignano, mentre il presidio borbonico di Civitella eseguì una sortita attaccando Sant'Egidio alla Vibrata. A Canzano e a Elice la sommossa fu soffocata sul nascere mentre altri disordini scoppiarono a Nereto e a Sant’Omerovedi anche: E. Cardinali, Opera citata, pp. 332-333. Nel tentativo di riportare l'ordine, alle milizie locali si associarono anche le guardie nazionali provenienti da Penne e da Cermignano. Insorta nel frattempo anche Bellante, nella tarda mattinata del 24 ottobre un centinaio di soldati borbonici uscì dalla Fortezza di Civitella del Tronto raggiungendo Campli. La piccola cittadina, invasa anche da consistenti masse popolari, fu parzialmente saccheggiata prima che gli aggressori fossero posti in fugaSecondo G. De Sivo nel corso dei combattimenti i difensori subirono numerose perdite, il bottino in armi e materiali fu cospicuo: 10 cavalli e 450 fucili. Vedi. G. De Sivo. Opera citata, pp. 319-320. Le bande poi, appoggiate da un nucleo di soldati borbonici di Civitella, attaccò Ancarano. Respinti dalla Guardia Nazionale, i legittimisti, penetrati nell'ex territorio pontificio si diressero poi a Folignano fomentando disordiniSugli avvenimenti che si verificarono, esiste copiosa letteratura, vedi anche: E. Cardinali, Opera citata, pp. 332-333.