La chiesa di Gesù e Maria è una chiesa cristiana cattolica di rito romano. Si trova a Nicotera, provincia di Vibo Valentia, nella parte bassa della città, quasi alla fine della via extra moenia del Borgo che collega il centro con le sottostanti campagne ed il mare.

Storia Gli storici localiF. ADILARDI di Paolo – “Memorie storiche su lo stato morale e politico della Città e del Circondario di Nicotera” - Napoli, 1838.D. CORSO - “Cronistoria Civile e religiosa della Città di Nicotera” – Vol. II - in Rivista Storica Calabrese – III/1906.N. PAGANO M. RASCAGLIA – “Nicotera, storia, arte, immagini” – S. Calogero (VV) 1984 indicano il 1638 come anno di edificazione, quale espressione del voto fatto dai cittadini scampati alla “terribile” incursione turchesca del 19 giugno di quell'anno - che pare mise la città a sacco e fuoco - cui successivamente avrebbero aderito i pochi rimpatriati, sottrattisi alla schiavitù in terre lontane.

Tuttavia l'edificio cultuale non viene menzionato né in un importante documento ufficiale del 1646 costituito da un apprezzo della città che doveva essere messa all'asta pubblicaL. D’Avanzo - Descrizione di Nicotera in un apprezzo del 1646” – Estratto da Calabria Nobilissima, Anno XIX – n. 49-50 – 1965 – Volume XV.IV.D Raccolta manoscritti Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, né nella puntuale relazione - corredata da una veduta della città - del viaggio compiuto nel Regno di Napoli dall'abate Giovan Battista PacichelliG.B. Pacichelli - Il Regno di Napoli in Prospettiva (pubblicato postumo nel 1702), né, ancora fino al 1714, negli Atti di Santa Visita annualmente effettuata dal vescovo in tutti i luoghi di culto presenti nella Diocesi.

Infatti, soltanto da quell'anno (1714) la chiesa, visitata, sede vacante, dal vicario capitolare Giancola Adilardi viene riportata nei relativi documenti.

Del resto, la palmare derivazione della chiesa da noti esempi di architettura religiosa del Settecento romano – segnatamente la chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte di Ferdinando Fuga - ed il verificarsi di condizioni locali (rinascita economica della città e forte degrado dell'attigua chiesa di San Sebastiano) favorenti la costruzione dell'edificio, possono porsi come elementi probanti la seriorità dell'edificazione rispetto a quanto finora indicato.

L'edificio cultuale viene dotato di pregevoli opere d'arte provenienti, per lo più, da luoghi di culto e conventi fortemente danneggiati - quando non distrutti - dal terremoto della Calabria meridionale del 1783 o, comunque, soppressi, i cui beni vengono incamerati ed amministrati dalla Cassa sacra, istituita per favorire la ricostruzione.

Non si hanno notizie documentate di interventi di trasformazione, restauro o manutenzione dell'edificio ad eccezione della realizzazione, a sud dell'esistente organismo chiesastico, del volume edilizio contenente la sagrestia, eretto a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del XIX secolo dal penitenziere BranciaAA.VV. – “Il regno delle Due Sicilie descritto e illustrato” – Napoli 1853.

Intorno alla fine degli anni Sessanta del XX Secolo, la chiesa – che per il precario stato d'uso era già da tempo chiusa al culto ed aperta solo a richiesta o in particolari solennità – viene interessata da lavori curati dal Genio civile di Catanzaro.

Questi hanno riguardato, essenzialmente, il rifacimento dei tetti, intervento che comportò per quello della chiesa, la demolizione della parte superiore dell'organismo ivi compresa il timpano, a vela, della facciata, stante la decisione di realizzare un cordolo di coronamento perimetrale in c.a. a tutto spessore di muratura, mentre per quello del corpo sud (sacrestia), il quasi completo occultamento dei finestroni della navata presenti sul fronte meridionale atteso l'innalzamento della linea di colmo.

Si ricordano anche le demolizioni della copertura dell'abside-presbiterio - di incerta struttura e forma – la cui ricostruzione in c.a. determinò la chiusura dei finestroni insistenti sui lati nord e sud del vano, e quella di tratti dell'antica struttura interposta tra la chiesa e la cripta, allo scopo di consentire un più facile accesso a quest'ultima che fu svuotata dei resti mortali colà deposti e, pare, successivamente riempita con materiale proveniente dalle generose demolizioni.

Esauriti i fondi, i lavori – non ultimati – vennero interrotti, e la chiesa rimase chiusa al culto per circa un quarantennio.

Durante questo lungo periodo di abbandono, mobili, arredi liturgici, statue, paramenti ecc., furono trasferiti in altro luogo; sono visibili nel locale Museo diocesano d'Arte sacra.

Ultimamente (primo decennio Secolo XXI) una sottoscrizione di fedeli ha promosso l'esecuzione di lavori di riattamento che, pur consentendo la riconsegna dell'immobile alla comunità cittadina ed al culto, non hanno posto rimedio ai danni subiti dal tempio con i predetti lavori degli anni Sessanta.

Inserimento urbano e rapporti ambientali Il tempio si inserisce in un tessuto urbano esistente, fortemente caratterizzato ma, soprattutto, ben consolidato, circostanze che spiegano facilmente le varianti diatòpiche e l'irregolarità che l'edificio presenta, avendo dovuto il tipo adattare la sua propria icnografia a condizioni ambientali di natura urbanistica.

L'edificio praticamente dovette adeguare il suo sviluppo perimetrale, e quindi la sua forma planimetrica, non solo e non tanto all'area disponibile o resa disponibile, quanto alla presenza di spazi transitabili alcuni dei quali - per l'orografia della zona vocazionalmente pedonali – poterono essere ridotti fino al minimo funzionale, coperti, deviati, strozzati ma mai eliminati, per non svisare e compromettere una certa organicità di relazioni urbane lentamente formatesi.

La via Borgo, che lambisce il fianco nord della chiesa, è un percorso matrice, nato cioè anteriormente e senza connessione alcuna con la possibile futura utilizzazione edilizia dei suoi margini, motivato dalla necessità cogente di collegare con una strada carrabile il centro d'altura con i sistemi vallivi, in alternativa alla più antica via dei Tre mulini che garantiva sì lo stesso collegamento ma in maniera alquanto precaria anche per la presenza di gradinate, necessarie a vincere il rilevante pendio in alcuni tratti.

La nuova strada, già dal suo inizio immediatamente fuori Porta grande, è costretta ad assecondare la forte acclività del terreno formando flessi e curve e, nel suo tratto urbano terminale, per mediare l'orografia della zona con una più comoda transitabilità, è addirittura costretta a disegnare un tornante – nella cui ansa sorge la chiesa – allungando, di conseguenza, il suo sviluppo.

Fra i due rami del percorso, paralleli ma a quota diversa, nascono degli spontanei percorsi controradiali che consentono un più rapido collegamento tra la parte alta della strada e le sottostanti via e piazza del Popolo.

È nel rispetto del loro mantenimento che si consuma e si adatta il tipo. L'etrerogeneità di rapporti che spesso si instaura tra edilizia specialistica e di base, tra tono aulico e popolare, viene qui – come in molti centri storici meridionali – esaltata per l'estrema semplicità, ed a volte povertà, delle architetture di intorno che si confrontano e si rapportano con quella della chiesa, ispirata ad un linguaggio colto, codificato in un intorno spaziale ben più vasto di quello pertinente all'edilizia corrente, e perciò stesso travalicante aspetti meramente locali.

Il “Genius loci” è comunque presente nella realizzazione del sacro edificio oltre che per le dimensioni - in scala con il resto dell'edificato – anche per l'uso di alcuni materiali e di alcune modanature, nonché per alcune soluzioni costruttivo-formali e paramentali (per esempio, i prospetti secondari) comuni tanto alla chiesa che al costruito d'intorno.

Tutto ciò contribuisce, senz'altro, a non creare forti squilibri e lacerazioni nella scena urbana, nella quale Gesù e Maria, assieme all'attigua chiesa di san Giuseppe, rappresenta un punto nodale e focale di indubbie valenze urbanistiche e visive.

Descrizione L'edificio è costituito da una navata unica, con orientamento ovest-est, desinente in una breve abside a terminazione piatta, larga quanto la navata, e da un seriore corpo di fabbrica, addossato al fianco sud del tempio, già suddiviso in una sagrestia (edificata intorno al 1850) ad est, direttamente comunicante con l'abside, ed in due piccole cappelle; a sud-ovest, in linea con la facciata, si trova la torre campanaria attraversata da un sottopassaggio pedonale.

Al di sotto del piano di calpestio della navata e del corpo meridionale si trovano delle strutture ipogee già a destinazione inumatoria.

La navata di m. 15,60 (esclusa l'abside che ha una profondità di m. 3,50) per m. 6,60 all'arco sacro, presenta le pareti nord e sud articolate da quattro specchiature per lato, delimitate da lesene lisce con capitello composito; tali pareti longitudinali, parallele per quasi 3/5 del loro sviluppo partendo dall'arco sacro, dalla penultima lesena convergono, con una doppia angolatura che trova lo snodo nell'ultima lesena, verso la parete ovest, nella quale si apre l'ingresso, riducendo la dimensione trasversale del tempio, su questo lato, a m. 4,70.

Se la motivazione cogente che determina tale schema planimetrico è da ricercare nell'adattamento del tipo alle condizioni ambientali di natura urbanistica, - considerato che la prosecuzione parallela dei muri verso ovest avrebbe comportato la quasi totale occupazione della via Borgo che lambisce il lato nord dell'edificio – è pur vero che tale condizionamento non viene subito passivamente ma, considerato e rielaborato, viene usato per plasmare e modellare lo spazio interno visto come qualcosa di corporeo, in linea con gli assunti dell'architettura del tempo.

L'icnografia della chiesa risponde ad una razionalizzata connessione tra spazio interno e spazio esterno attraverso la parete di separazione, risolve problemi tecnici consentendo, cioè, una coerente e corretta prosecuzione della volta anche nella zona rastremata, nella quale comunque risulta simmetrica, suggerendo pure il ricordo dello scafo che riportò in patria i nicoteresi sfuggiti alla prigionia saracena.

Nell'estremità occidentale, impostato un solaio con intradosso tangente la sommità interna del portone, dal muro ovest fino alla prima lesena che si incontra, venne realizzata al livello superiore la cantoria ed in quello inferiore, che uno schermo in muratura in asse al parapetto dell'ambiente sovrastante definì e divise dall'aula, un piccolo vano con funzione di bussola.

Questo costituì un ambiente di filtro e cerniera tra lo spazio esterno, caratterizzato da un'edilizia povera e minuta, e quello dell'aula, preparando per gradazione alla visione di questa il visitatore, il quale, dopo la breve sosta nella contratta bussola viene immerso nella chiesa vera e propria, ispirata ad un linguaggio aulico che percepisce, per contrasto, più ampia di quanto realmente non sia.

Contribuisce ad amplificare questa impressione l'architettura dell'aula, caratterizzata da un relativamente basso piedritto sovrastato da una robusta trabeazione in forte aggetto, su cui si imposta una volta molto alta rispetto ai suoi elementi di sostegno (rapporto quasi 1:1) tanto che l'intera altezza della chiesa risulta quasi equamente divisa tra i sistemi di piedritto e di struttura voltata.

Questa non usuale soluzione, pur non minimizzando l'altezza dei piedritti – peraltro in buon rapporto metrico con la scala umana – conferisce alla struttura di copertura una maggiore ampiezza, ne esalta il ruolo e l'importanza a tutto vantaggio della spazialità complessiva del tempio.

Oltre che la spazialità è la continuità ed unità del vano che caratterizza la chiesa, e la soluzione adottata per definire architettonicamente la controfacciata, non più esistente, risente di questa aspirazione.