La storia dell'omosessualità in Italia risale alla più remota antichità; tra le più arcaiche testimonianze di erotismo omosessuale nell'arte occidentale vi sono alcune incisioni su roccia rinvenute in Sicilia. Ad Addaura, una frazione marinara di Palermo in Sicilia, l'incisione raffigura un gruppo di persone che ballano intorno a due uomini, entrambi con vistosa erezione, con tutta probabilità indicante un rituale di omoerotismo.
La Tomba dei Tori, risalente ad almeno il 530 a.C. e rinvenuta nel 1892 nella Necropoli dei Monterozzi vicino a Tarquinia, presenta uno dei primissimi esempi di arte etrusca sull'omosessualità; raffigura sulla destra un grande toro col volto umano di Acheloo dotato di simbolismo fallico in avvicinamento a due uomini che stanno chiaramente intrattenendo un rapporto sessuale. Questa rappresentazione è l'unica pittura dell'arte parietale raffigurante una scena che deriva dalla mitologia greca; sotto il fregio si distinguono difatti anche Achille e Troilo e sembra pertanto essere stata utilizzata la leggenda della bisessualità dell'eroe degli Achei per dimostrare che, tra gli antichi Greci, l'amore tra persone dello stesso sesso era un fatto alquanto comune ed ordinario.
Un altro esempio importante è dato dalla Tomba del tuffatore a Paestum e risalente al 470 a.C., in particolare la scena dipinta del Simposio.
Antichità
Magna Grecia
A partire dall'VIII secolo a.C. e fino all'invasione e conquista romana della Grecia (146 a.C.), i popoli dell'antica Grecia hanno creato un'assai ricca e fiorente civiltà in Italia meridionale, denominata "Magna Grecia". L'area è stata completamente integrata nella cultura e civiltà greca.
La forma socialmente più accettabile di omosessualità presente nelle polis Greche è stata la pederastia, che consisteva nel rapporto d'amore tra un uomo adulto di condizione libera e spesso di alta estrazione sociale, chiamato erastès, e un adolescente tra i dodici e i diciassette anni o talvolta leggermente superiori, detto eromenos. La relazione sarebbe servita principalmente come iniziazione e rito di passaggio del giovane alla realtà della vita adulta; l'erastes era responsabile per l'istruzione e della formazione del ragazzo come un buon cittadino: il rapporto di solito si concludeva con la comparsa della prima barba, Anthos, situazione in cui cessava di essere considerato attraente per l'uomo più grande.
Ci furono però anche delle rilevanti e notevoli eccezioni, ed il caso è stato chiamato philoboupais, dove l'eromenos manteneva tutte le sue grazie e quindi continuava ad interessare attivamente l'erastes; ma nella generalità dei casi l'eromenos, dopo essere cresciuto ed entrato a far parte del mondo adulto attraverso il suo ingresso nelle forze militari, poteva a sua volta diventare erastes e quindi cercarsi un ragazzo da amare ed educare. Questa attività pederastica non escludeva la possibilità di avere una moglie e dei figli, o anche intrattenere rapporti con le etere; ma l'amore romantico, come è prettamente inteso oggi, è stato riservato alle relazioni sentimentali tra gli uomini e i ragazzi.
L'omosessualità, sia tra gli adulti che come rapporto pederastico, è relativamente comune nella letteratura greca. La storia di Achille e Patroclo così com'è presentata nellIliade, una delle più antiche e fondamentali opere letterarie della grecità, è stata variamente interpretata sia nei tempi antichi che in quelli moderni come un amore omosessuale, o quantomeno come fortissima amicizia romantica tutta al maschile. Nel poema epico tradizionalmente attribuito ad Omero appare anche la descrizione della scena del rapimento di Ganimede, il bellissimo principe del popolo dei troiani di cui sera perdutamente innamorato il re degli dèi Zeus; mentre nellOdissea si narra del forte rapporto d'amicizia instauratosi tra Telemaco e Pisistrato di Pilo i quali finiscono per ben due volte con il dormire nello stesso letto.
Esiodo, Archiloco, Alceo, Teognide, Anacreonte, Pindaro e la maggior parte dei poeti greci classici parlano nelle loro opere diffusamente e normalmente di pederastia. È ben nota la spiegazione dell'omosessualità che dà Aristofane nel dialogo Simposio di Platone; con l'avanzare della senilità però Platone divenne sempre più ostile alla pederastia ma anche all'omosessualità in genere, giungendo a definirla come "innaturale", questo in perfetto accordo con gli autori giudaico-cristiani i quali utilizzarono in seguito per la loro condanna proprio il ragionamento del filosofo ateniese. Aristotele distingue tra due tipi di omosessualità: quella innata e quella acquisita, quest'ultima solitamente causata da abusi sessuali subiti in gioventù. La medicina greca tende a considerare l'omosessualità come parte integrante del carattere della persona. Pitagora ha fondato nel 530 a.C., a Crotone una delle prime scuole di filosofia greca basantesi esplicitamente sui rapporti pederastici.
L'atteggiamento dei Greci nei confronti della sessualità è stata definita da tre punti o fattori fondamentali: la distinzione primaria era quella tra attività, poion ho e passività, paschon ho, non quindi tra omosessualità ed eterosessualità; gli atteggiamenti cambiavano inoltre anche a seconda della classe sociale di appartenenza; gli unici autorizzati a seguire il proprio piacere sessuale al di fuori del matrimonio erano gli uomini liberi, ossia i cittadini con tutti i diritti civili. In generale, le donne e i bambini sono sempre state considerate inferiori e gli uomini con vistosa effeminatezza venivano trattati con disprezzo e derisione, come ben testimoniano le commedie di Aristofane.
Assai scarne sono le informazioni sull'atteggiamento tenuto verso il lesbismo, ma grazie alle notizie che esistono sulla vita della poetessa Saffo di Lesbo la quale trascorse molto tempo in esilio a Siracusa, in Sicilia, si ritiene che avrebbe potuto esistere una forma di "pederastia al femminile" del tutto simile all'istituzione maschile.
Gli Etruschi Gli Etruschi hanno dominato la parte centrale della penisola italiana tra il VI e il III secolo a.C. Si crede che la loro civiltà sia stata fortemente influenzata dagli antichi greci, ed è anche considerata come esser parte della civiltà classica, sia nell'arte sia nella cultura. Questa popolazione ha lasciato poche testimonianze scritte, quindi non c'è troppa informazione per quanto riguarda il suo pensiero e la realtà effettiva delle sue istituzioni sociali. D'altra parte, sono sopravvissute numerose opere d'arte, tra cui alcuni con motivi omoerotici.
La più antica è un affresco del 540 a.C. circa rinvenuto all'interno di una tomba di Tarquinia, una delle più importanti città etrusche, la cosiddetta Tomba dei Tori nella Necropoli dei Monterozzi; non è del tutto chiaro ciò che rappresenti la scena nel suo insieme, ma si può vedere con chiarezza un uomo eseguire un atto di sesso anale con un altro uomo: altri affreschi presenti nelle tombe etrusche rappresentano simposi in stile greco con uomini seminudi e nudi in reciproci gesti intimi. Rappresentazioni di uomini nudi sono numerosi in tutta l'arte etrusca, sia nei vasi sia nel rovescio degli specchi, seguendo il modello greco; a tal riguardo ad esempio in una cista, quella cosiddetta Ficoroni, databile all'incirca al 400 a.C. vengono raffigurati uomini nudi in diciassette diverse pose.
Ci sono anche alcune rappresentazioni di scene omosessuali riprese dalla mitologia greca, come il rapimento di Crisippo da parte di Laio di Tebe, il futuro padre di Edipo.
I Romani
La sessualità nell'antica Roma era sottoposta a ferree regole disciplinari relative allo status sociale il quale risultava alla fine essere molto più importante del sesso biologico effettivo del partner; così, gli uomini potevano penetrare sessualmente giovani schiavi, eunuchi, prostituti nello stesso modo in cui accadeva con le loro mogli, concubine, schiave o prostitute. Tuttavia, nessun cittadino romano di reputazione intatta avrebbe mai dovuto avere rapporti sessuali con un altro cittadino, e non lasciare quindi che un altro uomo lo penetrasse, indipendentemente dall'età o dallo status.
Vi era pertanto una rigida distinzione tra omosessuali attivi o, per meglio dire, bisessuali (che a volte dormivano con le donne e talvolta con gli uomini) e passività, che è stata sempre vista come servile e carattere dell'effeminato. Questa morale sessuale è stata utilizzata per esempio contro Gaio Giulio Cesare, la cui presunta relazione avuta in gioventù con il sovrano Nicomede IV del regno di Bitinia fu sulla bocca di tutta Roma. In generale, nell'Impero romano si era stabilito una forma di pederastia inizialmente molto simile a quella praticata dai Greci.
Il lesbismo era anche noto, tanto nella sua forma "saffica", vale a dire tra le donne femminili che hanno condiviso un'intimità sessuale con le ragazze adolescenti (una sorta di pederastia femminile), quanto come tribadismo, in cui le donne hanno impersonato un ruolo maggiormente virile con uno sguardo rivolto alle attività maschili, tra cui i combattimenti, la caccia e il rapporto con le donne.
Il verde è stato per secoli un codice per gli omosessuali; gli uomini effeminati sono stati chiamati galbinati (verdastri) proprio per la loro presunta predilezione nei confronti di questo colore. L'arrivo del cristianesimo
La morale romana cominciò velocemente a cambiare nel corso del IV secolo, anche per influenza del nascente cristianesimo; l'autore di storiografia romana Ammiano Marcellino aveva aspramente criticato i costumi sessuali dei Taifali, una tribù barbara che si trovava insediata nella regione tra i Carpazi e il Mar Nero e che praticava la pederastia in stile greco. Nel 342 gli imperatori Costantino I e Costanzo introdussero a tal proposito una legge per punire l'omosessualità passiva, possibilmente con la castrazione, legislazione che è stata ampliata nel 390 da Teodosio, riservando la morte sul rogo per tutti gli omosessuali passivi che lavorano all'interno dei bordelli maschili. Nel 438 la legge è stata estesa a tutti gli omosessuali passivi e nel 533 l'imperatore bizantino Giustiniano I ha punito ogni atto omosessuale con la castrazione e la legge che precedeva la pena di morte sul rogo è stata rafforzata nel 559.
Furono essenzialmente tre le ragioni di questo cambiamento di atteggiamento. Procopio, storico corte di Giustiniano, considerò il fatto che la legge anti-omosessuali fosse politicamente motivata, in quanto permise all'imperatore di eliminare molti suoi nemici politici e incamerarne le proprietà, mentre non ebbe molta efficacia nel rimuovere l'omosessualità fra la gente del popolo. Il secondo motivo e forse quello più convincente, sarebbe che l'estensione della religione cristiana all'interno della società romana stava assumendo sempre più importanza, fino a quando non assurse a nuovo paradigma morale per la popolazione, con il sesso che doveva essere utilizzato esclusivamente per la riproduzione. Colin Spencer nel suo libro Homosexuality. A History avanza la possibilità che un senso di auto-protezione della società romana dopo aver subito un'epidemia (come la peste, per esempio) abbia aumentato la pressione sugli individui riproduttivi. Questo fenomeno potrebbe essere combinato anche con l'estensione della filosofia rifacentesi allo stoicismo in tutto l'Impero romano.
Fino al 313 ci fu una dottrina comune nel cristianesimo sugli atti omosessuali, ma soprattutto San Paolo aveva criticato l'omosessualità come innaturale: «E allo stesso modo anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, sono accesi di passione gli uni con gli altri, uomini indecenti con gli uomini e che ricevono in se stessi la ricompensa del proprio traviamento» (Lettera ai Romani 1:27).