La chiesa di Santa Maria Maggiore è un luogo di culto cattolico che si affaccia sull'omonima piazza all'angolo con via de' Cerretani nel centro storico di Firenze. Si tratta di una delle più antiche chiese cittadine e una delle prime dedicate alla Madonna.
Storia La chiesa esisteva, sia pure con una diversa struttura, forse già in epoca longobarda nell'VIII secolo ed è già documentata nel 931, quando un documento cita il vescovo Rambaldo quale affittuario di una terra e una casa prope ecclesiam Sancti Marie Majoris, prima dunque che venissero erette intorno alla città le mura matildine (1078), il cui tratto nord passava in corrispondenza della piazza di San Lorenzo. A ridosso della parete nord della chiesa, lungo l'attuale via dei Cerretani, doveva correre, già prima della sua costruzione, il tratto settentrionale delle mura romane riorganizzate in età tardo-antica, presumibilmente prima dell'assedio da parte del goto Radagaiso (405-406). La seconda menzione documentaria, inequivocabile, risale comunque al 1021, mentre non è ritenuta storicamente fondata la leggenda che indica come fondatore della chiesa papa Pelagio II nel 580.
Nel 1176 divenne collegiata e fu una delle dodici antiche priorie, con tanto di Canonici. Nell'archivio capitolare sono conservati numerosi atti notarili dal 1107 al 1520, che in gran parte registrano doni e acquisti di terre e fabbricati. Da questi documenti si è potuto stimare la ricchezza della comunità legata alla chiesa come molto cospicua, tanto da ricevere il privilegio di essere posta sotto la diretta protezione papale da Lucio III nel 1183, con conferma di Urbano II nel 1186 (una condizione mantenuta anche nel secolo successivo).
Passata ai cistercensi, venne ricostruita in forme gotiche nel XIII secolo, forse mantenendo in piedi le mura esterne e le volte originarie. La struttura cistercense è riconoscibile dalle tre navate divise da arcate a sesto acuto su pilastri quadrangolari, con tre absidiole a fondo piano. Secondo il Vasari Maestro Buono avrebbe diretto i lavori di rinnovamento dell'edificio. Sempre il Vasari ricorda come Agnolo Gaddi avesse dipinto la pala per l'altare maggiore (una Incoronazione della Vergine circondata da angeli), mentre la Cappella maggiore conteneva gli affreschi di Jacopo di Cione con Storie della Vergine e di Sant'Antonio Abate, dei quali sopravvive solo un frammento con la Strage degli Innocenti. Nel 1278 venne aumentato il numero dei canonici.
Durante il Quattrocento la chiesa subì una sorta di crisi che ne ridimensionò notevolmente le finanze e l'importanza. Nell visita pastorale del 1514 di Giulio de' Medici la chiesa venne descritta come in degrado, tanto che l'anno successivo Leone X la unì al Capitolo del Duomo, mentre il Priore vi rinunciava all'incarico nel 1520.
Nel 1521 passò ai Carmelitani riformati della congregazione di Mantova già allocati presso la chiesa di San Barnaba.
Risale a quell'epoca la ristrutturazione del complesso, ad opera di Gherardo Silvani, nella prima metà del XVII secolo, che coinvolse l'interno della chiesa, forse sulla base di un precedente disegno di Bernardo Buontalenti al quale è attribuito il disegno della controfacciata. Nel corso del Sei e Settecento l'aula venne dotata di altri altari, pale, stucchi e affreschi.
Agli inizi del Ottocento la chiesa fu abbandonata dai Carmelitani ai quali subentrò nel 1817 l'ordine dei Chierici regolari Ministri degli Infermi, detti popolarmente Camilliani.
La chiesa subì prima del 1916 uno di quei "restauri" radicali in voga tra Otto e primo Novecento, durante il quale venne completamente smantellata la decorazione del presbiterio, riscoprendo alcuni affreschi medievali frammentari, ma compromettendo irrimediabilmente l'unità decorativa dell'interno: ancora oggi restano spoglia e austeramente quaresimale la navata centrale, riccamente ornate le laterali.
Dopo l'alluvione di Firenze venne completamente rifatto il pavimento.
Descrizione Esterno L'esterno è molto semplice, con la copertura a filaretto di pietra sulla quale si aprono i portali sormontati da timpano. Alfonso Parigi il Vecchio progettò una facciata marmorea che però non venne mai realizzata; la facciata in pietra grezza fu coperta da una semplice intonacatura, poi rimossa nel restauro del 1912-1913 insieme a vari arredi barocchi all'interno. Al centro, si apre un portale gotico con ghimberga e lunetta ogivale, all'interno della quale si trova una statua della Madonna col Bambino, copia di un marmo trecentesco di scuola pisana. Nel timpano si trovano tre stemmi solo parzialmente leggibili, tra cui uno con le insegne papali e uno del Capitolo Fiorentino. Più in alto, a destra, si vede uno stemma Panciatichi.
Su via dei Cerretani si trovano un portale con stemma vuoto nel timpano spezzato (doveva essere originariamente dipinto) e due alte finestre gotiche: nella chiave di volta della seconda si trova uno stemma Orlandini. Sulla parete della canonica si vedono uno stemma Carnesecchi (sulla finestra della sagrestia), vicino a una mensola con l'iscrizione «A.VII E.F.» (anno settimo dell'era fascista, cioè il 1929), e uno stemma del Capitolo Fiorentino. Sotto la finestra si trova una lapide dantesca:
<div align="center">.......IN LA MENTE M'E FITTA,E OR M'ACCORA LA CARA E BVONA IMAGINE PATERNA DI VOI,QVANDO NEL MONDO AD ORA AD ORA M'INSEGNAVATE COME L'VOM S'ETERNA! DANTE_INF._ XV_ 82-84.
Sul vicolo di Santa Maria Maggiore si trova un altro portale sormontato da un Cristogramma entro un timpano spezzato.
Campanile
Sopravvive, della struttura romanica, in facciata, la torre campanaria, forse costruita sui resti di una torre della cinta muraria romana che qui correvano (ad esempio include un frammento di lastra romana con iscrizione funebre). Le due file di monofore centinate, su ciascun lato, hanno gli archi amattonati decorati superiormente da cerchi in laterizi.
Il 20 marzo 1630 si iniziò a demolire la parte più alta con la cella campanaria, che si riteneva pericolante, e le campane furono spostate in un campanile a vela posto sul retro della chiesa. Come condizione della demolizione, da parte dell'ispettore granducale che la avallò, venne stabilito che si ricollocasse "la testa che era nel campanile rappresentante certa memoria antica". Si tratta della testa muliebre visibile su via de' Cerretani, soprannominata popolarmente "la Berta" (come sancisce anche un'iscrizione con lettere gotiche posta poco oltre la cantonata) e forse presa da un monumento funebre romano, che è legata a un paio di leggende tradizionali. La prima sostiene che omaggi una cavolaia che aveva donato una campana, detta la "Trecca", che suonava a indicare ai contadini, venuti in città per vendere i loro prodotti, quando era l'ora di incamminarsi verso le porte cittadine per iniziare a tornare a casa senza rischiare il buio o di restare chiusi entro le mura. L'altra versione è che fosse la testa pietrificata di un sagrestano che, vedendo passare il corteo che nel 1316 scortava l'astrologo Cecco d'Ascoli da Santa Maria Novella (dove era stato condannato dagll'inquisitore) alle forche di Santa Croce (dove sarebbe stato arso), ne avrebbe smascherato il patto col diavolo secondo il quale l'ascolano bevendo al momento opportuno dell'acqua sarebbe potuto scampare a qualsiasi pericolo. «Non dategli da bere, perché non morirà mai», avrebbe intimato ai birri il sagrestano affacciato dal campanile, e per questo lo stregone l'avrebbe maledetto pietrificandolo all'istanteLuciano Artusi e Roberto Lasciarrea, Campane, torri e campanili di Firenze, Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 171-173..
A suffragio della prima ipotesi Richa riportò come su una delle campane seicentesche, rifuse con metallo di quelle più antica al tempo della ricoloocazione, era presente l'iscrizione: «BERTA PRIOR CONFLAT CARMELI AVXERE SODALES CHRISTIPARAE EXCELSUM NUMEN VTRINQVE GERO MDCX».
Chiostro
Dietro la chiesa è il chiostro cinquecentesco dell'antico convento, con due ordini di arcate a tutto sesto, in parte tamponate, sorrette da colonne e semicolonne tuscaniche in pietra. Il portico, con volta a crociera, è decorato da affreschi di architetture.
Interno
L'interno è a tre navate di tre campate ciascuna, coperte con volta a crociera e separate da archi a sesto acuto poggianti su pilastri quadrangolari. Insolitamente, mentre le due navate laterali sono riccamente decorate sulle pareti e sulle volte con affreschi e stucchi di gusto barocco, la navata centrale è alquanto spoglia, priva di particolari decorazioni.
La controfacciata fu rinnovata nel 1595 - 96 su progetto attribuito a Bernardo Buontalenti (in passato attribuito a Ludovico Cardi, detto il Cigoli) che la rivestì di un paramento in pietra serena mentre, sopra il portale, vi è una cantoria marmorea delimitata da una balaustra, sopra la quale si trovava anticamente un organo a canne, del quale rimangono la cassa e la mostra. A sinistra, guardando la controfacciata, è una tela dello stesso Cigoli con Sant'Alberto carmelitano che salva alcuni ebrei dal fiume Platano, del 1596 circa, dipinta quindi a seguito della costruzione, nel 1595, di un altare dedicato a Sant'Alberto da parte della famiglia Rimbotti, come attestato dall'iscrizione visibile al di sopra del dipinto. Accanto è una tela con San Liborio in gloria di Pier Dandini sormontata da una lunetta con la Madonna col Bambino dello stesso pittore. Dall'altro lato della porta è una tavoa di Domenico Cresti detto il Passignano rappresentante la Pentecoste. Accanto ad essa è un affresco frammentario raffigurante la Madonna del Latte del primo quarto del Quattrocento, attribuita al Maestro del 1416.S. Weppelmann, Lorenzo di Niccolò e la bottega del "Maestro del 1416", in Nuovi studi sulla pittura tardogotica. Intorno a Lorenzo Monaco, a cura di Daniela Parenti e Angelo tartuferi, Firenze 2007, pp. 116-117.
In chiesa rimangono alcuni affreschi trecenteschi che un tempo la ornavano, come quelli raffiguranti Santi sul semipilastro destro in controfacciata e sul primo pilastro quadrangolare destro della navata, riferiti a Mariotto di Nardo intorno al 1390 - 95 circa.
La prima cappella a destra, fondata nel 1370 da Bandino Panciatichi e ornata in passato, a partire dal 1495-1500 circa, da un Compianto sul Cristo morto di Botticelli, da riconoscersi probabilmente in quello oggi al Museo Poldi Pezzoli. Oggi si presenta con l'aspetto che assunse con la ristrutturazione iniziata nel 1629 e completata nel 1636: l'altare è corredato da una tela con la Comunione di Santa Maria Maddalena di Domenico Pugliani, firmata e datata 1636, dipinta tre anni dopo il suo rientro in patria dalla Germania, in cui il pittore si adatta, a tutta evidenza, alla corrente 'morbida' di toni e chiaroscuri che aveva trovato vincente al suo ritorno, rappresentata dal Furini, dal Ficherelli e dal Bilivert, differenziandosi da essi per non indulgere, nonostante il soggetto, ad aspetti troppo terreni e a nessuna ambiguità.Riccardo Spinelli, Domenico Pugliani, Comunione di Santa Maria Maddalena, in Il Seicento Fiorentino, Arte a Firenze da Ferdinando I a Cosimo III, catalogo della mostra a cura di Mina Gregori e Piero Bigongiari, Firenze 1986, pagg. 244 - 245. La tela è affiancata da due affreschi dello stesso autore con Sant'Alberto Vescovo e Santa Teresa molto deperita. Nella volta lo sfondato rappresenta la Gloria di Santa Maria Maddalena ed è opera di Giuseppe Pinzani.