Il dialetto comasco è un dialetto appartenente al ramo occidentale della lingua lombarda. Il termine può indicare indifferentemente sia il dialetto parlato nella città di Como che l'insieme delle varietà affini parlate nel territorio comasco.
Storia Per comprendere l'evoluzione di questo dialetto è necessario riconoscerne l'origine e gli influssi. Nell'antichità, la zona del Lario fu occupata da OrobiGaio Plinio Secondo, Naturalis Historia, III, 124-125., Leponzi«Dunque i Reti si estendono sulla parte dell’Italia che sta sopra Verona e Como; e il vino retico, che ha fama di non essere inferiore a quelli rinomati nelle terre italiche, nasce sulle falde dei loro monti. Il loro territorio si estende fino alle terre attraverso le quali scorre il Reno; a questa stirpe appartengono anche i Leponzi e i Camunni»
Strabone, Geografia, ed Etruschi; successivamente, fu oggetto di importanti invasioni da parte delle tribù celtiche dei Galli, così come il resto della Valle Padana, che scardinarono il sistema sociale precedente. Nel periodo romano, il latino è stato deformato dal sostrato celtico, che sarà determinante nella formazione fonetica e lessicale dell'odierno dialetto. Nell'alto Medioevo l'area fu occupata dai Longobardi, i quali probabilmente parlavano un dialetto della lingua sassone e che portarono un ulteriore - seppur minoritario - apporto lessicale. Nel basso Medioevo, il territorio lariano entrò a far parte del Ducato di Milano, del quale seguirà le sorti.
Caratteristiche
Estensione territoriale Bernardino Biondelli, nel suo «Saggio sui dialetti gallo-italici» del 1853, descrive il dialetto comasco come il dialetto parlato «in quasi tutta la Provincia di Como, tranne l'estrema punta settentrionale al di là di Menaggio e di Bellano, a destra e a sinistra del Lario; in quella vece comprende la parte meridionale e piana del Cantone Ticinese, sino al Monte Cenere». La provincia comasca comprendeva, a quel tempo, anche le città di Varese e Lecco; in questo senso, il Biondelli considera varianti del dialetto comasco anche il dialetto varesino ed il dialetto lecchese. Anche i dialetti del Mendrisiotto e del Luganese, territori appartenenti al Canton Ticino, sono ascritti dal Biondelli a varianti del comasco; così anche i dialetti del Canturino e dell'Alta Brianza comasca, appartenenti a tutt'oggi alla Provincia di Como. Al contrario, individua come varianti del dialetto valtellinese i dialetti parlati nell'Alto Lario.
Fabio Pusterla, nel suo «Il dialetto della Valle Intelvi» del 1981 e nel successivo «Cultura e linguaggio della Valle Intelvi» del 1983, parla di «koinè comasca» e «koinè comasco-luganese» con riferimento alle varietà della lingua lombarda parlate tra i laghi di Como e Lugano, includendo nella sua analisi i dialetti compresi tra «la sponda occidentale del Lario e quella nord-occidentale del Ceresio», in particolare nei centri urbani di Como, Mendrisio e Lugano, da cui si discostano parzialmente - ma non in modo sostanziale - le parlate delle valli circostanti.
Ortografia e fonetica
Mentre Pietro Monti, nel suo «Vocabolario dei dialetti della città e diocesi di Como» del 1845, utilizzava la grafia classica ereditata dalla letteratura milanese, nel corso del Novecento nel Comasco si è diffuso il sistema di scrittura detto ticinese (in quanto mutuato dal Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, nato nel 1907), in particolare grazie ai libri pubblicati a partire dal 1969 dall'associazione culturale Famiglia Comasca: questa ortografia si basa sugli elementi etimologici della lingua italiana, cui si aggiunge l'uso delle dieresi per la rappresentazione delle vocali anteriorizzate (le cosiddette "vocali turbate", assenti in italiano), come nella lingua tedesca.
Nel dialetto comasco si ritrovano gli stessi fonemi vocalici che generalmente contraddistinguono i dialetti romanzi di tipo lombardo, la cui pronuncia esatta è però fisiologicamente variabile, oltre che in base alla situazione del singolo fonema all'interno della parola (tonicità e lunghezza, presenza di nessi e di nasali), anche nelle singole varietà locali.
Vocali à (/a/), la cui pronuncia effettiva è variabile sia in apertura ([ä~ɐ]), sia in avanzamento ([a~ɑ]), sia in arrotondamento; ä (/æ/), intermedia tra le vocali à ed è (di uso estremamente raro, essendo limitato ad alcune varietà periferiche); è (/ɛ/), corrispondente alla pronuncia aperta del grafema <e>; é (/e/), corrispondente alla pronuncia chiusa del grafema <e>; ì (/i/), la cui pronuncia effettiva è variabile in apertura ([ɪ~i]); ò (/ɔ/), corrispondente alla pronuncia aperta del grafema <o>; ó (/o/), corrispondente alla pronuncia chiusa del grafema <o>; ö (/ø/), analoga alla rispettiva lettera tedesca, la cui pronuncia è variabile in apertura ([œ~ø]); ù (/u/), la cui pronuncia effettiva è variabile in apertura ([ʊ~u]); ü (/y/), analoga alla rispettiva lettera tedesca, la cui pronuncia è variabile in apertura ([ʏ~y]). L'accento grafico, come nella grammatica italiana, è posto per identificare le vocali toniche, ossia quelle su cui cade l'accento della parola; ma, per ragioni pratiche, al di fuori dei testi accademici - come nella poesia - gli accenti grafici sono comunque utilizzati solo quando strettamente necessario, in genere nei casi in cui la vocale tonica è nell'ultima sillaba della parola (parole tronche), come nel caso di paltò /pal'tɔ/ (giacca) o di Campiùn /kam'pjun/ (Campione).
Se la vocale da accentare presenta già la dieresi, è sottintesa essere la vocale tonica, come in cumün /ku'myn/ (comune), salva l'indicazione esplicita di un accento su un'altra vocale; altro caso di omissione generalizzata dell'accento grafico si ha con le consonanti geminate a fine parola, le quali seguono sempre una vocale tonica breve, come nel caso di sidell /si'dɛl/ (secchio).
Le vocali lunghe vengono geminate (raddoppiate) anche nell'ortografia, come nel caso di cöör /kø:r/ (cuore), dutuur /du'tu:r/ (dottore), assee /a'se:/ (abbastanza) e scitaa /ʃi'ta:/ (città): essendo le vocali lunghe sempre toniche, anche nel caso delle geminate l'accento grafico è generalmente omesso, come negli esempi precedenti; questo è favorito dal fatto che, almeno nelle pronunce più convenzionali, i fonemi lunghi non hanno distinzione tra variante chiusa e aperta.
Le vocali atone sono invece rappresentate sempre e solo senza accento (a, e, i, o, ö, u, ü), anche in questo caso grazie al fatto che il grado di apertura delle vocali atone non ha carattere distintivo della parola (come invece nei casi delle toniche ò e ó, o di è ed é); la presenza di un fonema ö atono è peraltro quasi nulla nei dialetti del Comasco, in quanto uno dei caratteri più comuni della pronuncia lombarda in questo territorio è il passaggio di tutti gli allofoni tonici di o (ò, ó e ö) verso u quando in posizione atona.
Consonanti -c in finale di parola è palatale (pronuncia [t͡ʃ]), come nella parola leenc (leggere) e nell'italiano cera. -ch in finale di parola è velare (pronuncia [k]), come nella parola cumasch (comasco) e nell'italiano cane. h- ad inizio parola (pronuncia [h]), estremamente rara e periferica, è l'aspirazione delle consonanti f- e v-, come in höja (foglia, nella variante muncecch) e nell'inglese house. j rappresenta la i consonantica (pronuncia fonetica [j]), come nell'italiano soia; per semplicità grafica, è generalmente rappresentata sempre con i, tranne che in posizione intervocalica, come nella parola pajee (pagliaio). n (pronuncia [n]) diventa nasale ([ŋ]) quando precede un'altra consonante o in fine di parola, come in anmò (ancora) e nissön (nessuno), salvo quando deve raccordarsi alla vocale iniziale della parola seguente. s è sorda (pronuncia [s]) in tutte le posizioni, come nella parola sarà (chiudere); quando compresa tra due vocali, è sonora (pronuncia [z]), come nella parola tusa (ragazza). -ss- è breve e sorda (pronuncia [s]) quando compresa tra due vocali, come nella parola püssee (di più) e nell'italiano pensare; il suo utilizzo è necessario per distinguerla dalla variante sonora intervocalica -s- ([z]). sg, variante sonora di sc, quando seguito da i, e o a fine parola, è analogo alla lettera francese j (pronuncia [ʒ]), come nella parola sgiügà (giocare). s'c (pronuncia [st͡ʃ]), come nella parola s'cepà (rompere); l'apostrofo serva a distinguere questo nesso dal suono di sc- [ʃ]; s'g (pronuncia [zd͡ʒ]), come nella parola s'giafùn (schiaffo); l'apostrofo serva a distinguere questo nesso dal suono di sg- [ʒ]; w rappresenta una u semivocalica (pronuncia [w]), come nella parola waca (vacca) e nell'italiano uomo; per semplicità grafica, è generalmente utilizzata la più comune u. z è sorda (pronuncia [t͡s]) in tutte le posizioni, come nella parola zoca (buca); quando compresa tra due vocali, diventa sonora (pronuncia [d͡z]), come nella parola rüzà (spingere). -zz- è breve e sorda (pronuncia fonetica [t͡s]) quando compresa tra due vocali, come nella parola spüzza (puzza) o nell'italiano calza; il suo utilizzo è necessario per distinguerla dalla variante sonora intervocalica -z- ([d͡z]). Le consonanti lunghe (e graficamente geminate, doppie) non sono mai presenti all'interno delle parole, come invece avviene sovente in italiano; sono presenti in fine parola per rappresentare il legame con la prima vocale della parola successiva all'interno della frase, come in fulciott (roncola). In caso di raddoppio, la consonante n è generalmente pronunciata alveolare (come nell'italiano panna) e non velare, anche se a fine parola, come in donn (donne).
In alcune varianti del dialetto comasco, la consonante s è pronunciata come sc nell'italiano scena (pronuncia [ʃ]) quando è seguita da una consonante sorda, come nella parola specià (aspettare); quando s è invece seguita da consonante sonora, è pronunciata come sg palatale (j francese, pronuncia [ʒ]), come nella parola sgambada (passeggiata). Questa pronuncia è una caratteristica sistematica e allofona di queste varianti; per tale ragione non viene mai segnata graficamente.
Varianti Tra paese e paese, si sono sviluppate notevoli differenze causate dalle non facili possibilità di frequentazione nei secoli passati, soprattutto nelle valli più isolate tra le montagne del lago; le parlate del Comasco sono infatti distinte primariamente tra la koinè di pianura (parlata nelle aree urbane, in particolare tra i centri di Como, Mendrisio e Lugano) e quelle montane, che presentano tratti più arcaici.
Città di Como Il dialetto comasco in senso stretto, quello parlato nella città di Como e con la maggiore produzione letteraria, è il più vicino al dialetto milanese ed al dialetto brianzolo; secondo il Monti, infatti, il «dialetto proprio di Como, quello che si parla in Como e nelle vicine terre per un quindici miglia circa [25 km, ndr] poco si discosta dal milanese» perché «pei progressi del commercio e della cultura letteraria [...] si obliarono le forme vetuste; e la favella si andò sempre più avvicinando alla comune lingua italiana». Sempre per il Monti, il comasco si distingue dal milanese per «l'uso frequente [...] del suono sc, in luogo della s o della c» e per la variazione in a della e atona (ad esempio sémpar in luogo di sémper e ta càntat in luogo di te càntet).
All'interno della città murata (il centro storico), era osservato il passaggio di o ad u anche in posizione tonica, come nelle parole Cùmm (Como), dù (due femminile) e nagùtt (niente), invece dei più diffusi Còmm, dò e nagótt. Nei quartieri settentrionali della città, in particolare Ponte Chiasso e Monte Olimpino, al confine con il comune di Chiasso e il Canton Ticino, la parlata ha forti similitudini con quella del Mendrisiotto; qui era presente un accentuato rotacismo, che è rintracciabile nel nome dialettale di Monte Olimpino, Mundrumpìn (dal latino volgare Monte Lompino).
Basso Lario e Mendrisiotto