Inizialmente si formò alla scuola del patrigno, il pittore Filippo Vitale, seguendo i dettami della pittura naturalistica di ispirazione caravaggesca. Successivamente perfezionò la sua arte frequentando la bottega di Massimo Stanzione, uno dei massimi rappresentanti del barocco napoletano.

Biografia I primi anni

Nata in una famiglia di artisti, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco (Pacecco De Rosa), Diana mostrò ben presto una grande attitudine alla pittura. Le relazioni matrimoniali costruirono intorno a Diana una complessa rete familiare e artistica. La madre, rimasta vedova, sposò nel 1612 Filippo Vitale e la stessa Diana nel 1626 sposò un giovane pittore, Agostino Beltrano, allievo di Massimo Stanzione, di cui anche lei frequentò la scuola insieme con il fratello Pacecco. Una delle sorella di Diana, Maria Grazia, sposò anch'ella un pittore, Juan Do, mentre una figlia del patrigno Vitale sposò Aniello Falcone, altro importante pittore napoletano. Diana e le sorelle Lucrezia e Maria Grazia erano particolarmente note per la loro bellezza nella Napoli del Seicento tanto da essere soprannominate le "tre Grazie napoletane".

Allieva di Massimo Stanzione

Quando Massimo Stanzione l'accolse nella sua bottega, della giovane Diana in città già si diceva un gran bene e presto anche lui ebbe modo di apprezzarne il talento, la capacità artistica e la determinazione. Diana affiancò il maestro nella sua attività lavorando sui bozzetti e poi anche sulle tele e da allieva diventò la sua pupilla e la sua prima collaboratrice. Fu allora che il suo nome si accomunò a quello del maestro e da quel momento diventò per tutti Annella di Massimo.Bernardo De Dominici, Vite dei pittori, architetti e scultori napoletani, tomo III, Tipografia Trani, 1844, p. 259

A parte le sue innate capacità artistiche, Diana era anche donna «bellissima, onestissima e virtuosa dipintrice». Inoltre lei era «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella» tant'è che Massimo Stanzione ne volle perpetuare il ricordo riproducendone le fattezze in Susanna e i Vecchioni, dipinto conservato nello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno.

La leggenda Intorno alla figura di Diana fu creata o raccolta da Bernardo De Dominici, in un suo testo del 1743, una leggenda legata ai sospetti del marito Beltrano per le attenzioni di Stanzione nei confronti dell'allieva «calunniata e dalle malediche lingue ad infelice e tragico fine condotta». Una storia cupa che si conclude in maniera tragica con l'uccisione di Annella da parte del marito che, accecato dalla gelosia, «sguainata la spada, spietatamente le trafisse il seno».De Dominici, op. cit., p. 263 Dopodiché, conclude il De Dominici, «I parenti ... diedero al cadavere dell'innocente e virtuosa donna onoratissima sepoltura».De Dominici, op. cit., p. 264 Per riferire questa storia truce, De Dominici si avvale di uno stile altamente drammatico in grado di catturare e coinvolgere la sensibilità dei lettori fin da subito.

Tutta la letteratura successiva al De Dominici ne ha seguito e implementato l'impostazione romanzesca, rendendo talvolta difficile distinguere tra leggenda e realtà. Durante il periodo romantico la vicenda fu ripresa in un patetico racconto popolare da cui, in seguito, fu tratto una pièce teatrale di scarso valore artistico intitolata Anna Di Rosa, ossia una folle gelosia. Ancora oggi, nella Pinacoteca provinciale di Potenza è in esposizione una tela di Anonimo che rappresenta tale uccisione.

Nel 1951, lo storico Ulisse Prota Giurleo ha demolito questa scabrosa storia noir sulla base dell'atto di morte di Annella, da lui ritrovato nell'archivio del Comune di San Paolo Bel Sito,Durante la seconda guerra mondiale documenti e opere d'arte dell'Archivio di Stato di Napoli e di altre istituzioni furono trasferiti nella villa Montesano di San Paolo Bel Sito per motivi di sicurezza. Molti di essi, però, andarono distrutti il 30 settembre 1943 a causa dell'incendio della villa appiccato per ritorsione dalle truppe tedesche in ritirata da Napoli. documento che certifica essere lei morta di malattia il 7 dicembre del 1643, «dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano».Ulisse Prota-Giurleo, Un complesso familiare di artisti napoletani del sec. XVII, in Napoli-Rivista municipale, n. LXXVII, vol. II, 1951, p. 25

Le opere Altra questione nasce dalla difficile attribuzione di opere all'artista napoletana, tema questo molto dibattuto e complesso. Diana dipinse numerose opere di soggetto sacro per chiese o per la devozione privata, la maggior parte delle quali sono andate perdute.

Il primo critico d'arte a tentare una ricostruzione ragionata del percorso artistico di Diana De Rosa è stato Roberto Longhi, compito peraltro non facile a causa del complesso intreccio di rapporti che legava tra di loro i pittori caravaggeschi attivi a Napoli in quel periodo. La difficoltà maggiore nell'identificare con certezza opere che è possibile attribuire a Diana De Rosa dipende proprio dal fatto che lei collaborava attivamente sia a opere del maestro Stanzione che a quelle del Beltrano o di altri pittori, senza peraltro mai completarle.

Studiosi e critici d'arte hanno ricostruito finora solo poche decine di opere che possono essere di sicuro attribuite alla De Rosa. Tra queste lo Sposalizio della Vergine e la Sacra Famiglia nella bottega di San Giuseppe che sono tornate recentemente nella basilica di San Giovanni Maggiore dal Museo diocesano di Napoli.

Nel centro storico di Napoli, nel tempietto del Salvatore colla Congrega del Sacramento (noto anche come Cappella del Santissimo Salvatore), c'è una bella tela d'altare che raffigura la Trasfigurazione, attribuita ad Annella de Rosa dallo storico Aspreno Galante,Gennaro Aspreno Galante,Guida sacra della città di Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, p. 167 mentre nella chiesa del Purgatorio ad Arco è conservato una tela che raffigura San Michele, sempre di mano della stessa pittrice.Gennaro Aspreno Galante, op. cit., p. 168

Una delle opere più raffinate di Diana è senza alcun dubbio la Santa Cecilia con un angelo, quadro acquistato nel 2023 dal Museum of Fine Arts di Boston dov'è attualmente in esposizione. Con linee morbide e colori delicati, l'opera raffigura la Santa accanto a un organo, con in mano uno spartito e lo sguardo estatico rivolto verso il cielo. Davanti a lei un biondo cherubino in atto di porgerle un altro spartito. È interessante notare che tra i pentagrammi dello spartito retto da Santa Cecilia si intravede la scritta a mo' di firma: “Io diana d. rosa, sor di giovanni”.

Appartengono invece a collezioni private le tele che raffigurano Sansone e Dalila (foto in alto) e il Martirio di San Bartolomeo. Recente è anche la scoperta, ancora una volta in una collezione privata, di un Martirio di Sant'Agata che reca chiaramente visibile in basso a destra la firma "Annella di Massimo".

Grazie all'intervento dell'influente maestro Stanzione, Diana ottenne la committenza per eseguire due eccelse tele per il soffitto della chiesa della Pietà dei Turchini: la Nascita della Vergine e la Morte della Vergine, dipinti realizzati con figure «grandi più del naturale con tanta arte, con gusto di pieghe, buon disegno e chiaro oscuro, che da chiunque vengon veduti, trae a viva forza le benedizioni e le lodi».Bernardo De Dominici, Vite dei pittori, architetti e scultori napoletani, tomo III, Tipografia Trani, 1844, p. 265 Entrambi i quadri andarono però distrutti nel 1638 per il crollo del soffitto della chiesa. Carlo Celano, ‘’Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli, vol. IV, Stamperia di Nicola Mencia, 1856, p. 366 Sulle pareti laterali dell'altare maggiore sono ora presenti due quadri con gli stessi soggetti di quelli distrutti, ascrivibili a un non identificato pittore della cerchia di Filippo Vitale.V. Pacelli, Saggi vari in memoria di Raffaello Causa, Edizioni 'L & T', 1984, p. 93 Tuttavia, c'è da notare che alcune fonti ritengono che quei due dipinti siano proprio gli originali della De Rosa, rimossi dal soffitto prima del crollo e riposizionati ai lati dell'altare maggiore.

Sempre nella chiesa della Pietà dei Turchini, in una cappella laterale c'è un Angelo custode che viene con certezza attribuito a Diana.Gennaro Aspreno Galante, op. cit., p. 336 La tradizione le assegna anche la Vergine che appare ad alcuni santi dell'Ordine benedettino, nella chiesa di Sant'Anna dei Lombardi, e il S. Giovanni Battista nel deserto, nella sacrestia della basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, ma anche queste due opere sono andate disperse.

Ma Diana non si cimentò solo con soggetti religiosi. La sua Lucrezia affronta un tema di grande impatto emotivo raffigurando la matrona romana nell'atto di trafiggersi il petto per salvaguardare il suo onore violato. La tela, realizzata con la consueta cura dei particolari, è ora conservata in una collezione privata.

Nell'asta Sotheby's battuta a Londra il 2 luglio 2025 la Salomè con la testa di San Giovanni Battista (racconto biblico che ha ispirato numerosi pittori in quegli anni) è stata aggiudicata a 317.500 sterline (poco meno di 369.000 euro). L'olio su tela della De Rosa ha fatto così registrare un trionfale +400% sulla valutazione di partenza contribuendo a far uscire la pittrice napoletana dall'anonimato in cui era rimasta ingiustamente relegata per secoli.Giovanni Battista Gennaro Grossi, Le belle arti, vol. 2º, Tipografia del giornale enciclopedico, 1820, p. 126

Lascito A Napoli, le strade più importanti del quartiere Vomero sono intitolate a musicisti, pittori e architetti. Tra queste esiste anche Via Annella di Massimo. Nel mese di marzo di quest’anno, su richiesta della Commissione pari opportunità dell'Ordine degli architetti di Napoli, l’Ufficio toponomastica del Comune ha rimosso la vecchia targa sostituendola con una nuova che integra il toponimo con il nome completo "Diana De Rosa" per restituire piena identità e dignità storica a una delle protagoniste indiscusse del Seicento napoletano.

Note

Bibliografia Giuseppe Porzio, Diana Di Rosa. “Bellissima, onestissima, virtuosa dipintrice” nella Napoli del Seicento, Porcini, 2023 Isabella Pedicini, Diana De Rosa (Annella Di Massimo). La pittrice mai esistita, De Nigris Editore, 2025 Carlo Tito Dalbono, Massimo Stanzione. I suoi tempi e la sua scuola, Tip. S. Pietro a Majella, 1871 Achille Della Ragione, Il secolo d'oro della pittura napoletana, P.M.P. Editori, 1998 Nicola Spinosa, Pittura del Seicento a Napoli. Da Caravaggio a Massimo Stanzione, Napoli, Artem, 2008

Voci correlate Pittura napoletana del Seicento Massimo Stanzione Pacecco De Rosa Filippo Vitale Agostino Beltrano

Collegamenti esterni

Categoria:Pittori barocchi Categoria:Artisti di scuola napoletana