Un intellettuale è una persona dedita al pensiero critico, alla ricerca e alla riflessione sulla natura della realtà, in particolare sulla natura della società e sulle possibili soluzioni ai problemi legati alle norme sociali. Proveniente dal mondo della cultura, sia come creatore che come mediatore, l'intellettuale partecipa alla sfera politica, sia per difendere proposte concrete sia per denunciare un'ingiustizia, spesso rapportandosi ad un'ideologia, sia per difenderla o per criticarla o rifiutarla, e aderendo o meno ad un sistema di valori o ad un ideale.
L'intellettuale non assume in generale una responsabilità diretta verso le questioni pratiche, ma dispone di una certa forma di autorità.
Questa figura è caratteristica dell'età contemporanea e va distinta da quella più antica del filosofo, il quale conduce la propria riflessione in termini più propriamente concettuali.
Origine del termine Il termine intellettuale deriva dal tardo latino intellectualis, aggettivo che vuole indicare ciò che in filosofia riguarda l'intelletto nella sua attività teoretica e si caratterizza perciò come separato dalla sensibilità e dall'esperienza, queste ultime giudicate di grado conoscitivo inferiore. Nella concezione aristotelica erano definite intellettuali quelle virtù come scienza, sapienza, intelligenza e arte che consentivano all'anima intellettiva di raggiungere la verità. Nel campo della metafisica il termine stava poi ad indicare l'astrattezza, in contrapposizione alla concretezza e alla materialità.
Fino al Settecento il termine era usato come aggettivo e non come sostantivo. "Furono gli illuministi francesi a propiziare questo nuovo uso del termine, a partire da Diderot, il quale, nella sua celebre Lettre sur la liberté de la presse, segna probabilmente il transito dal clericus tardo medievale all'intellettuale in senso moderno"Vincenzo Vitale, «Dreyfus è innocente!» Così Zola inventò l’intellettuale moderno, Il Dubbio, 7 agosto 2018 .. Eppure ancora nel 1753 il suo co-editore D'Alambert, nell'affrontare il tema, preferisce intitolare il saggio Essai sur les gens de lettres, con l'utilizzo del più antico termine letteratiIl termine "uomo di lettere" o "letterato" (derivante dal termine francese belletrist o homme de lettres) dai tempi del Rinascimento (v. la Respublica literaria citata nella lettera di Francesco Barbaro a Poggio Bracciolini del 6 luglio 1417) e di Pierre Bayle (la sua Nouvelles de la République des Lettres è del 1684) si riferiva ad un uomo alfabetizzato, partecipe dei salotti letterari, diventati un'istituzione sociale pensata per l'edificazione, l'educazione e il perfezionamento culturale di coloro che fossero in grado di leggere e scrivere, un fenomeno intellettualistico a quell'epoca ormai di moda tra le classi alte..
Concezione e funzione storica dell'intellettuale
Sembra che il termine intellighenzia nel Settecento fosse già usato nell'Impero russo; originato dalla traduzione della parola francese intelligence, era riferito agli intellettuali di origine nobile che occupavano incarichi pubblici. Nel corso dell'Ottocento fu riferito indifferentemente a tutta la classe colta della popolazione, distinguendo tuttavia gli intellettuali non nobili o declassati con il termine di Raznočincy (Разночинцы), letteralmente gente comune.Secondo alcuni sociologi, all'interno della intellighenzia possiamo quindi inserire gli intellettuali, ma anche i dirigenti, i funzionari dell'amministrazione pubblica, i politici, i medici ecc., mentre secondo l'opinione di altri sociologi vanno annoverati solo gli intellettuali in senso stretto. (in Sociologia dell'economia e del lavoro, di Luciano Gallino, Utet, Torino, 1989, p. 209, voce "Intellighenzia")
Il termine Intelligencija appare nei diari datati 1836 del russo Vasilij Andreevič Žukovskij, ma fu reso popolare dal filosofo polacco Karol Libelt dopo la pubblicazione nel 1844 del suo libro O miłości ojczyzny (L'amor di patria) e soprattutto dallo scrittore e giornalista russo Pëtr Dmitrievič Boborykin (1836–1922), che l'utilizzò nella sua rivista « Biblioteca per la lettura » (Библиотека для чтения, Biblioteka dlja čtenija), affermando di averlo tratto dal tedesco, e rese protagoniste dei suoi romanzi molte figure di intellettuali. Il lemma ebbe ampia diffusione con le opere del romanziere Ivan Turgenev.
Il termine - già in uso in Francia nel penultimo decennio dell'Ottocento, nella critica letterariaTrevor Field, Vers une nouvelle datation du substantif intellectuel, in Travaux de linguistique et de littérature, 1976, libro 14, no 2, pp. 159-167 - ebbe poi diffusione nel 1898 grazie al Manifeste des intellectuels, pubblicato dal quotidiano parigino L'Aurore da un giornalista divenuto poi primo ministro: Georges Clemenceau, il quale, intervenendo al fianco di Émile Zola nel suo atto d'accusa alla politica francese, introdusse il termine intellectuels per designare i sostenitori dell'innocenza di Alfred Dreyfus. Da quel momento il sintagma - utilizzato anche dalla controparte per indicare i "pedanti presuntuosi, che si ritengono l'aristocrazia dello spirito e che hanno perduto tutti, chi più chi meno, la mentalità nazionale"Maurice Paleologue, Journal de l'affaire Dreyfus, Plon, 1955, p. 236. - connotò un acceso dibattito politico sulla funzione dei letterati nella società.
Successivamente l'uso della parola si è esteso in gran parte del mondo e in diverse lingue per indicare il gruppo che ha la superiorità intellettuale o, a volte ironicamente, che ritiene di averla.
La funzione sociale Il problema storico della funzione sociale degli intellettuali era in effetti già presente in passato ogni qual volta si facevano appelli alla mobilitazione e all'impegno politico degli intellettuali di cui si chiedeva la guida o la collaborazione ai processi di riforma e di rinnovamento politico oppure quando, con il progresso scientifico, si era posto il problema sulla funzione civile della ricerca scientifica; questo ruolo è evoluto in quello dei moderni creatori dell'opinione pubblica (opinion makers) Jerome Braun (auth.), Democratic Culture and Moral Character: A Study in Culture and Personality [1 ed.], 978-94-007-6753-9, 978-94-007-6754-6 Springer Netherlands 2013, pagine 200 e seguenti..
Il termine intellettuale in questo periodo comincia ad acquistare anche connotazioni negative riferito a colui che rifiuta i valori della fantasia e dei sentimenti o a chi si compiace di considerazioni artificiose e cerebrali che acquistano tanto più importanza quanto più lontane dalla realtà: è questo quello che viene definito intellettualismo.
Dall'Illuminismo all'engagement esistenzialista
I primi intellettuali, uomini di cultura al passo con i loro tempi che sentirono la necessità di impegnarsi in una causa civile furono gli illuministi del XVIII secolo, periodo in cui cominciò a formarsi l'opinione pubblica che modificò il ruolo sociale degli uomini di cultura mettendoli in contatto con i fruitori del loro pensiero. In quel periodo gli intellettuali acquisirono i caratteri tipici dei portavoce del dissenso, rivolto verso qualunque tipo di autorità, e dei progressismi, che li accompagneranno fino ai nostri giorni.Cf. Luciano Gallino, Sociologia dell'economia e del lavoro, Utet, Torino, 1989, p. 204, voce "Intellettuale".
Così Kant insisteva sulla funzione pubblica dell'intellettuale ma sentiva la necessità di distinguere tra l'uso privato" e l'"uso pubblico" della ragione, intendendo, in questa seconda accezione, il rapporto che doveva instaurarsi tra l'intellettuale e "il pubblico dei suoi lettori" nei confronti dei quali il filosofo poteva ritenersi assolutamente libero nell'esporre le proprie convinzioni e il proprio pensiero anche critico nei confronti delle istituzioni.
Nel positivismo il ruolo degli intellettuali consiste soprattutto in una rigorosa difesa dell'indipendenza della scienza da ogni intromissione che la renda "serva o cortigiana" come già diceva Bacone.
Nella seconda parte dell'Ottocento, gli intellettuali venivano identificati con quei "letterati" promotori del dissenso, del cambiamento.
Di fronte però alla affermazione delle dittature del secolo XX si innescò un lungo e acceso dibattito sul "tradimento degli intellettuali" (Julien Benda, Johan Huizinga) che avrebbero rinnegato la loro connaturata cultura razionalista subendo il fascino di miti irrazionali di potenza.
Tema questo trattato anche da Benedetto Croce che identificava nel 1866, l'annus mirabilis della vittoria prussiana, la spaccatura tra la prima metà dell '800, caratterizzata dal sano razionalismo idealistico, e la seconda metà del secolo, in cui, di fronte al cinico pragmatismo e al successo della politica bismarchiana, ci fu uno smarrimento dei valori intellettuali liberali e il prevalere di forze istintive ed irrazionali che avrebbero portato alla nascita dei regimi fascisti.
Antonio Gramsci distingue, fra gli intellettuali, gli "intellettuali organici" e specifica la loro funzione essenziale nella costruzione dell'egemonia culturale. In un contesto rivoluzionario, nella prassi politica, questi si sarebbero dovuti schierare nella lotta di classe al servizio del riscatto del proletariato.
Il tema dell'"engagement", dell'impegno degli intellettuali, fu ripreso nel secondo dopoguerra dalla corrente esistenzialistica (Jean Paul Sartre) pur con una difesa dell'autonomia da ogni condizionamento dai partiti organizzati in nome della irrinunciabile libertà di critica (Max Weber, Karl Mannheim, Edmund Burke).
Molto critico con gli intellettuali di sinistra Raymond Aron con il suo L'oppio degli intellettuali del 1955. Altrettanto caustico il giudizio, tutto sommato positivo, di Ralf Dahrendorf: “come il giullare di corte della società moderna, tutti gli intellettuali hanno il dovere di dubitare di ciò che appare ovvio agli altri, di rendere relativa ogni autorità, di avanzare tutte quelle domande che nessun altro oserebbe rivolgere"Ralf Dahrendorf, Der Intellektuelle und die Gesellschaft, Die Zeit, 20 March 1963, ristampato in The Intellectual and Society, in On Intellectuals, ed. Philip Rieff, Garden city, N.Y., 1969, p. 51..
Gli intellettuali italiani e la società di massa
Da un punto di vista sociologico si è assistito alla identificazione progressiva degli intellettuali come un gruppo sociale autonomo e strutturato, con proprie regole e modalità di selezione e conservazione.P. Battista, "Il partito degli intellettuali. Cultura e ideologie nell'Italia contemporanea", Bari 2001 La diffusione progressiva dell'istruzione e della cultura nei secoli XIX e XX ha aumentato il numero delle professioni intellettuali, ma non ha sostanzialmente mutato il rapporto tra gli intellettuali e le masse. Certamente è aumentata però l'influenza degli intellettuali nella società di massa moderna, soprattutto grazie dalla imponente crescita dei mezzi di comunicazione.