LEcbasis cuiusdam captivi per tropologiam (anche solo: Ecbasis captivi o Ecbasis, "La fuga di un qualche prigioniero tramite l'allegoria") è un componimento anonimo latino di 1229 esametri leonini scoperto nel 1834 in due manoscritti da Jakob Grimm. La datazione è incerta e generalmente il testo viene collocato alla metà del XI secolo. Le particolarità del testo consistono da un lato nella complessità della trama, che si compone di più sezioni narrative incastonate l’una nell’altra, dall’altro nella natura estremamente composita del dettato testuale, che si mostra come un mosaico di fonti di varie epoche e vario genere.
La tradizione manoscritta Il componimento è tramandato da due manoscritti, entrambi copiati nell’abbazia di Saint-Eucharius di Treviri e oggi conservati alla Koninklijke Bibliotheek di Bruxelles, già Bibliothèque Royale de Belgique. Il più antico, il ms Bruxelles, KBR 10615-729, risale alla metà del XII secolo ed è una miscellanea di circa 100 testi. Il secondo, Bruxelles, KBR 9799-809, si compone di due unità codicologiche: la prima, in cui è contenuta l’Ecbasis, risale al XII secolo, mentre la seconda è databile al XV.
Il rapporto tra i due manoscritti è stato interpretato variamente nel corso degli studi, ed esistono valide motivazioni sia per sostenere la derivazione del codice più recente da quello più anticoGrimm, 1838; Munier, 1998. sia per ipotizzare la filiazione di entrambi da un manoscritto non pervenutoci e probabilmente interpolato o con elementi di contaminazioneIn questo caso le ipotesi si moltiplicano. Si segnalano: lo stemma Voigt (1875), lo stemma Comerci (1979), la ricostruzione, operata però non sullo studio dell’Ecbasis, ma sul Novus Avianus dell’Astensis poeta, un componimento contenuto negli stessi due manoscritti dell’Ecbasis e in un terzo (ms. Munchen, Staatsbibliothek, Clm 4652), di Zurli, 1991..
Datazione La data di composizione dell’Ecbasis captivi è oggetto di discussione a partire dalla scoperta dei codici. La tradizione manoscritta fornisce un primo orientamento, ma certamente sono i riferimenti interni al testo che potenzialmente permettono di meglio circoscrivere il contesto storico. In particolare in quattro diversi luoghi (vv. 132, 254, 685, 1148) l’Ecbasis riporta il nome di due sovrani, Enrico e Corrado, i quali vanno considerati come contemporaneamente reggenti l’impero. Queste condizioni permettono di individuare principalmente due possibili periodi di composizione: quello durante il governo di Enrico I (918-936) e Corrado I (911-918), oppure durante il governo di Enrico III (1039-1056) e Corrado II (1024-1039).
L’edizione critica di Jakob Grimm (1838) per prima, sulla base di queste evidenze, riconosce e porta all’attenzione l’alternativa tra il X e l’XI secolo, esprimendo la preferenza per una datazione alta, che verrà sostanzialmente seguita dalla maggior parte degli studiosi fino ai primi decenni del Novecento (Voigt 1875, Strecker 1935 e altri). Da una parte con la sua edizione critica del 1941 Erdmann ha segnato una svolta negli studi per il fatto di collocare il testo nel pieno XI secolo (tra il 1043 e il 1056). Il suo studio si fonda su alcuni elementi soprattutto lessicali e relativi all’uso linguistico che secondo il critico sono ascrivibili più al XI che al X secolo. D’altra parte Gianfranco Vinay ha contestato sempre sul terreno strettamente filologico e linguistico questa posizione a breve distanza d’anni, nel 1949, ed è tornato ad attribuire l’Ecbasis al X secolo, in contesto socio-politico feudale che meglio si attaglia all’interpretazione di satira politica che lo studioso dà al testo.
Anche la posizione di Heinz Thomas (1964) è più volte segnalata come spartiacque degli studi, e questo per via dell’apertura di una terza ipotesi di datazione, quella più tarda. La sua indagine si focalizza soprattutto sull’analisi dei caratteri di alcuni personaggi secondari, arrivando a collocare la composizione del testo all’ultimo decennio del XI o agli inizi del XII. Generalmente la critica si distribuisce, forte di svariate ragioni, su tutte le tre ipotesi in modo non uniforme: la preferenza è per l’attribuzione del testo alla metà del XI secolo. +Possibili sovraniDatazione EcbasisPosizionamento della criticaEnrico I (918-936)
Corrado I (911-918)X (prima metà)Grimm (1838); Voigt (1875); Strecker (1935); Vinay (1949); Mordeglia (2014)Enrico III (1039-1056)
Corrado II (1024-1039)XI (1043-1056)Grimm (1838); Erdmann (1941); Hoffmann (1958); Trillitzsch (1964); Ziolkowski (1993)Enrico IV (1053-1106)
Corrado (incoronato 1087)XI (fine)-XII (inizio)Thomas (1964); Munier (1998)
Autore e localizzazione A più riprese si è tentato, come con ogni opera anonima, di attribuire all’Ecbasis un autore. GrimmGrimm 1838 ipotizza, sulla base soprattutto del prologo del testo, in cui l’autore tratteggia velocemente un profilo autobiografico, che si possa identificare con il monaco Malchus, di cui Girolamo racconta le peripezie e che è biograficamente accostabile all’autore per via del motivo letterario del monaco in fuga dal proprio monastero. Questa ipotesi non ha avuto seguito e non è sostenibile scientificamente. Voigt (1875) chiama l’autore “il monaco di Sant’Apro”, con riferimento al monastero di Saint-Evre di Toul, mentre Michel nel 1957 propone l’attribuzione dell’Ecbasis a Umberto da Silva Candida, cardinale che operò a lungo nella zona di Moyenmoutier e che fu vescovo di Toul. Quest’ultima ipotesi di identificazione è stata rigettata dai lavori di Lehmann, Zeydel (1964) e altri, mentre la città di Toul viene effettivamente considerata dalla critica la località di provenienza dell'autore, anche per i vari riferimenti ad essa presenti nel testoCfr. vv. 71.124.329.465.. Munier (1998) sostiene che il percorso formativo dell’autore debba collocarsi nel contesto della scuola di Toul, ma che per il periodo concomitante alla scrittura dell’Ecbasis (tra il 1095 e il 1100, secondo Munier) abbia piuttosto soggiornato all’abbazia di Saint-Maximin di Treviri, che è anche l’effettivo luogo di produzione dei manoscritti nei quali il testo viene tramandato.
Trama L'opera è divisa in più parti: un prologo (vv. 1-68), una favola esterna (vv. 69-391), una favola interna (vv. 392-1097) e di nuovo la chiusura sulla favola esterna (vv. 1098-1229).
vv. 1-68: prologo Nel prologo, fortemente intessuto di citazioni di letteratura antica, l’autore presenta se stesso e il motivo della sua scrittura, che principalmente è volta a redimere una gioventù sprecata in pensieri vuoti. Ai vv. 36-48 l’autore scrive quasi un accessus ad auctoresZiolkowski 1993, p. 161. alla sua propria opera, che dichiaratamente si scosta dai canoni storiografici di attendibilità e verificabilità dei fatti a favore di una fantasia che offre numerosi utili insegnamenti (utilia multa v. 41). Più avanti l’autore si sofferma sulla propria esperienza di insofferenza verso la condizione di clausura monacale e accidia che lo ha sollecitato alla scrittura, e che restituisce insieme una chiave di interpretazione della seguente favola del vitello come di una vicenda al contempo di ribellione e di conversioneIvi, p. 162..
vv. 69-391: favola esterna La storia esterna racconta di un vitello che fugge dalla stalla in cui veniva tenuto legato e si addentra in una foresta, finalmente libero. Cercando un riparo entra in una caverna in cui vive un lupo, affamato perché da tre mesi non mangia carne (l’elemento del digiuno era fondamentale per la concezione monastica della quaresima cristiana) e che dichiara di volerlo divorare. La custodia della preda viene affidata a una lontra, messaggera del lupo insieme a un riccio. L’interpretazione di un sogno fatto dal lupo da parte della lontra e del riccio indicherebbe di astenersi dal mangiare il vitello, ma il lupo non desiste dal suo piano e immagina il vitello come sua vittima pasquale. Il pastore si accorge della mancanza del vitello, e il cane che va a cercarlo allerta tutto il bestiame della stalla. Tutti gli animali si uniscono per il recupero del piccolo e vanno all’assedio della caverna del lupo. Tra tutti i suoi terribili nemici il lupo dichiara che l’unica che teme è la volpe, e il riccio e la lontra ne chiedono la ragione, motivo per cui viene raccontata la favola interna.
vv. 392-1097: favola interna Il lupo racconta la favola del leone, re di tutti gli animali, che si trova malato nella sua caverna. Temendo la morte emana un editto per il quale tutti i suoi sudditi devono recarsi presso di lui in visita e offrirgli dei rimedi. Il lupo, antenato del lupo della favola esterna, nominato camerarius (sovrintendente, questore), ha il compito di verificare che tutti gli animali adempiano al loro dovere di sudditi, cosa che non avviene nel caso della volpe, sua nemica. Viene per lei preparata la forca, ma essa viene informata dal leopardo, e per sventare il supplizio si reca dal re. Riesce a evitare l’ira del re grazie alla sua capacità retorica: non è arrivata per tempo perché ha intrapreso un lungo e articolato viaggio (che di fatto si configura come un pellegrinaggio in Terra Santa) proprio alla ricerca del rimedio per la malattia del re, che consiste, attraverso un complesso rituale, nel rivestire il re della pelle del lupo, il quale viene scorticato vivo. Attraverso una straordinaria eloquenza la volpe persuade tutta la folla dei sudditi a concederle il loro favore, mentre il re guarisce grazie al rimedio della volpe, che viene premiata con la reggenza al trono. Nel corso della favola interna si aprono poi una serie di altre narrazioni per via del canto di inni o di recitazioni da parte di altri personaggi in occasione di un banchetto di festeggiamento. Il racconto del lupo si chiude con la composizione di un epitaffio per il suo antenato da parte della volpe, che ha ricevuto un feudo come ricompensa, e la corte del re che si allontana.
vv. 1098-1229: favola esterna Durante il racconto del lupo l’assedio proseguiva, e il lupo presto viene abbandonato sia dalla lontra sia dal riccio. Mosso dalle parole della volpe esce dalla caverna e si mostra agli animali, che lo impalano. Nel frattempo il vitello è fuggito, e sulla via di casa racconta alla madre quel che gli è successo, anche se con reticenza. Di nuovo prende la parola il poeta, che si ripromette di non scrivere più versi.
Fonti L’Ecbasis è un componimento complesso, caratterizzato dalla presenza di molte reminiscenze e citazioni di autori classici, tardo-antichiPer un compendio si veda Mordeglia 2014, p. 209. e contemporanei all’autore, con una modalità compositiva definita dalla critica come Mosaikstil (“stile a mosaico”)Billerbeck 1976.. Modalità di creazione poetica che vede la composizione di un testo a partire da elementi di altri autori e che si differenza dalla tecnica del centone (“Centotechnik”) per la molteplicità delle fonti da cui si attinge, per la maggiore libertà di utilizzo dell’elemento importato, per l’intervento inventivo del poeta.
Alcuni studiosi proprio sulla base della modalità compositiva del testo hanno tacciato l’autore di plagio, accusandolo di essere senza ispirazione né talentoVoigt 1875; Wilmotte 1918; Mozley 1965.. Non si può, però, parlare di plagio in un’epoca in cui l’imitazione e il recupero degli antichi sono elementi fondanti la legittimazione dell’opera, il suo impreziosimento e approfondimento di significato. Il principio dell’imitazione permette inoltre al lettore di misurare la bravura dello scrittore nella trasposizione di testo o parte di testo all’interno di un nuovo contesto. Per questa operazione, che nell’Ecbasis è di una certa finezza, l’autore