Villa San Giovanni è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria in Calabria.

La città si affaccia sullo stretto di Messina ed il suo porto è il terminal principale del traghettamento per la Sicilia. Punta Pezzo, infatti, situata nel comune di Villa, rappresenta il punto di maggiore vicinanza fra la sponda calabrese e quella siciliana: ciò ha reso la città la località ideale per l'attraversamento dello stretto.

Il 12 aprile 2005 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito al comune di Villa San Giovanni il titolo di città.

Geografia fisica L'abitato di Villa San Giovanni è contiguo a sud all'area urbana di Reggio Calabria, in località Bolano, confinando a nord con il comune di Scilla, in località Marina di San Gregorio, alla foce del torrente San Gregorio (38° 14' 45'' latitudine nord), a est con il comune di Campo Calabro e, infine, essendo delimitato a ovest dal mare dello stretto di Messina.

Il territorio comunale si estende prevalentemente lungo una fascia pianeggiante che costeggia lo stretto, mutando verso est e nord-est in basse colline che raggiungono modeste altitudini. Oggi si presenta intensamente urbanizzato e densamente abitato.

Storia Dall'antichità al Medioevo

L'area su cui sorge l'attuale abitato di Villa San Giovanni (anticamente identificata come Cenidéo, dal Capo Cenide) ricoprì un ruolo strategico dal punto di vista economico e militare per le popolazioni che si avvicendarono nel dominio del Mediterraneo già dall'epoca magnogreca. Infatti qui era situato il Trajectum Siciliæ (in latino Passaggio verso la Sicilia), presso il sito dell'antica Colonna Reggina, da dove si attraversava lo Stretto per raggiungere l'isola.

Un centro abitato sito fra Pezzo e Cannitello, probabilmente legato alla presenza del tempio del dio Poseidone, è attestato già in un periodo precedente alle guerre puniche per servire i traffici (soprattutto romani) con la Sicilia, specialmente il trasporto del grano per la città di Roma. Il sito fu distrutto una prima volta durante la seconda guerra punica, intorno al 214 a.C., dal generale cartaginese Annone. Successivamente ricostruito, verso l'anno 36 a.C. fu di appoggio a Ottaviano nella sua guerra contro Sesto Pompeo; riporta infatti Appiano che qui il futuro imperatore si fermò, si fece curare e fece stanziare le sue truppe.

L'insediamento ebbe fine presumibilmente nel V secolo, forse distrutto da popolazione barbariche giunte sino allo Stretto per assediare Reggio, forse per opera di Alarico, che nel 412 dopo aver preso Reggio tornò indietro trovando la morte nei pressi di Cosenza. Da questo momento in poi non si hanno più tracce nella storia del sito.Luigi Nostro, Notizie storiche e topografiche attorno a tutti i paesi del Cenideo, dall'antichissima Colonna Reggina sino alla più recente Villa San Giovanni, pg. 34

Secondo quanto riferisce lo storico villese Luigi Nostro, negli anni successivi alla fine dell'Impero romano d'Occidente, presso l'attuale quartiere di Pezzo sorse un nuovo centro abitato, chiamato Cene, che però subì un rapido abbandono fra l'850 e l'870 a causa delle incursioni saracene. I suoi abitanti fondarono Cenisio nell'entroterra pre-aspromontano, città che lungo il Medioevo cambierà il suo nome in Fiumara di Muro o dei Mori (l'attuale Fiumara).Luigi Nostro, op. cit., pgg. 37-38, pgg. 43-46 Da allora in poi, il territorio compreso fra Cannitello e Catona lungo la costa e sino a San Roberto nell'entroterra appartenne alla Signoria di Fiumara di Muro.

Età moderna Gli ultimi decenni del XVI secolo videro il risorgere nella zona di piccoli villaggi costieri, come Cannitello e Pezzo, abitati per lo più da marinai e pescatori. Più all'interno, presso l'attuale centro di Villa, esisteva un borgo chiamato Fossa. Successivamente si formarono anche Piale ed Acciarello. La ripopolazione costiera accelerò nel XVIII secolo il progressivo declino di Fiumara di Muro, finché nel 1806 la riforma amministrativa attuata da Giuseppe Bonaparte soppresse definitivamente il regime feudale e la Signoria di Fiumara scomparve. L'8 gennaio 1676 si combatté una battaglia navale fra la flotta olandese e quella francese nelle acque dello Stretto antistanti Punta Pezzo, con esito vittorioso per la seconda. Probabilmente i cannoni rinvenuti a Pezzo nel 1902 risalgono a questa battaglia.

La peste del 1743 e l'incendio di Fossa Nel 1743 un increscioso avvenimento coinvolse il piccolo borgo di Fossa. Nel marzo di quell'anno una nave genovese carica di grano proveniente da Patrasso aveva portato la peste a Messina (fu quella l'ultima grande epidemia di peste dell'Europa occidentale). Il Consiglio sanitario cittadino di Reggio Calabria aveva ordinato a tutte le barche di non avvicinarsi al porto di Messina e si instituirono dei turni di guardia sulle coste per far rispettare l'ordinanza.

Il Consiglio sanitario di Messina negava l'epidemia, per non interrompere il commercio con il continente; tuttavia, una volta sentite le notizie allarmanti provenienti dalla città siciliana, i reggini non si fidarono e stabilirono che quattro cittadini, due nobili e due civili, facessero la sorveglianza anche sino a Fossa, la quale allora non contava più di una settantina di abitanti e arrivava forse a duecento con Pezzo e Acciarello, borgo da poco formatosi a seguito dell'esodo della famiglia messinese degli Azzarello proprio a causa della peste. Lungo tutto il mese di aprile arrivarono a Napoli notizie confuse sulla situazione di Messina, sicché il governo non prese i provvedimenti necessari, mentre l'epidemia cresceva enormemente in quella città.

Nella situazione di isolamento in cui si trovava Messina, molti marinai e padroni cominciarono a contrabbandare in generi alimentari e beni di prima necessità fra la sponda calabra dello Stretto e le località di Ganzirri e Torre Faro nel messinese: ciò provocò l'arrivo sul continente di prodotti infetti. Fra tali contrabbandieri vi erano i fratelli Pietro e Paolo Lombardo di Fossa, originari di Fiumara. Si racconta che la notte del 10 giugno i siciliani, non avendo denaro abbastanza sufficiente per pagarli, diedero loro un pastrano e Paolo Lombardo lo accettò e lo indossò: il cappotto era infettato e presto i due fratelli morirono a causa del morbo, seguiti nei giorni seguenti dai loro parenti più stretti. In ogni modo, l'epidemia giunse pure a Fossa.

Saputa la notizia, i due sindaci di Reggio Giuseppe Genovese e Antonio Melissari vollero indagare sull'accaduto; così il governatore Diego Ferri, descritto dalle fonti storiche come uomo dal pessimo carattere e governante autoritario, nominato da poco, inviò a Fossa due fra i migliori medici reggini, Saverio Fucetola e Francesco Marrari. La peste venne accertata dai due specialisti, ma non si fermava il contrabbando illegale con la Sicilia, praticato in realtà anche da molte barche reggine: la peste cominciava a dilagare enormemente anche sulla sponda calabra. Il governatore Ferri ed i due sindaci fecero allora di Fossa il capro espiatorio dell'epidemia e ordinarono una spedizione contro il piccolo centro. Secondo quanto riferisce Luigi Nostro, la mattina del 23 giugno partirono da Reggio circa uomini pesantemente armati, dei quali 200 erano mercenari svizzeri ed i restanti cittadini reggini, sotto la guida di Diego Ferri. Inizialmente gli abitanti di Fossa cercarono di resistere, ma dovettero cedere.

Tutti gli abitanti, compresi vecchi, donne e bambini, furono costretti a denudarsi e ad essere lavati con olio e aceto. I reggini si facevano consegnare i vestiti e ogni bene personale e costrinsero gli abitanti a marciare nudi sino a Punta Pezzo. Allora gli armati tornarono a Reggio ed il giorno seguente con l'artiglieria bruciarono tutto l'abitato, con le case, gli animali, le numerose quantità di olio e vino, le barche, gli alberi, i canneti; fu data alle fiamme persino la chiesa di Maria SS.ma delle Grazie di Pezzo, dove si diceva si fosse rifugiato un appestato. I fossesi rimasero in miserevoli condizioni presso la spiaggia di Pezzo per diversi giorni, senza ricevere alcun aiuto. Il Ferri intimò a Carlo Ruffo, Duca di Bagnara e Signore di Fiumara di Muro di provvedere lui, poiché i fossesi erano ancora parte del feudo fiumarese. Ma neanche il Duca si curò di loro: prima negò la peste e finse di mostrarsi irritato per l'atto compiuto dai reggini contro i suoi dipendenti, poi scaricò questi oneri sull'Università di Fiumara, promettendo il rimborso delle spese.

Ma furono inviati solo poche fave ed un bue, certamente insufficienti per tutti gli abitanti. Solo il capitano di una barca proveniente da Tropea che trasportava cipolle ebbe compassione di loro e offrì il suo povero carico. Infine, fra Fossa ed i centri vicini morirono di peste circa ottanta persone. I reggini pensavano di aver in tal modo preservato la città dal morbo, ma ai primi di luglio la malattia giunse anche a Reggio, dove in un anno di epidemia si registrarono circa morti di peste, altri 500 circa morti di fame e di stenti ed altri 500 condannati a morte dal governatore Ferri. A Messina su abitanti ne rimasero appena , vale a dire che vi furono morti. Gli aiuti del governo venivano assorbiti da Reggio e da Messina e ai fossesi non arrivò niente. Successivamente anche il papa Benedetto XIV inviò ducati per i paesi colpiti dalla peste, ma pure questa volta a Fossa non toccò nulla del denaro stanziato.

La nascita di Villa San Giovanni La svolta nella storia del territorio avvenne alla fine del XVIII secolo, quando Rocco Antonio Caracciolo, ricco proprietario terriero e imprenditore serico fossese, volle staccare i casali di Fossa, Pezzo, Cannitello, Piale e Acciarello dall'allora Università di Fiumara di Muro, grazie ai buoni uffici presso la corte borbonica del Regno di Napoli, allo scopo di dare unità politica ed amministrativa a piccole comunità tra loro distanti e rivali. Dopo un aspro confronto con la famiglia Greco, altra importante famiglia gentilizia fossese, il nuovo centro fu denominato dapprima Fossa San Giovanni e poi Villa San Giovanni (nuovo nome concesso con decreto del re Ferdinando IV del 6 novembre 1791).

Villa aveva allora una popolazione di circa abitanti. L'abitato era stato intanto devastato dal sisma del 5 febbraio 1783.

Nel 1797 i villesi ottennero di poter eleggere dei propri sindaci (tre, secondo l'ordinamento dell'epoca) e si può datare all'anno successivo la nascita dellUniversità di Villa San Giovanni, corrispondente all'attuale comune.

Il 7 gennaio 1799 sbarcò a Pezzo il cardinale Fabrizio Ruffo, che iniziò da lì la sua riconquista del Regno di Napoli; dall'8 febbraio molti volontari della zona cominciarono ad unirsi all'esercito della Santa Fede presso Pezzo stesso.

Nel 1807 Cannitello e Piale si staccarono da Villa, formando comune a sé, con sede a Cannitello, non riuscendo però a comprendere anche Pezzo, che rimase all'interno di Villa.

Il periodo napoleonico e Gioacchino Murat Nel 1810 Gioacchino Murat, re di Napoli e cognato di Napoleone Bonaparte, per quattro mesi governò il regno meridionale dalle alture di Piale. Egli, muovendosi da Napoli per la conquista della Sicilia (dove si era rifugiato il re Ferdinando IV sotto la protezione degli inglesi, un esercito dei quali era accampato presso Punta Faro a Messina), giunse a Scilla il 3 giugno 1810 e vi restò sino al 5 luglio, quando fu completato il grande accampamento di Piale. Nel breve periodo di permanenza, Murat fece costruire i tre forti di Torre Cavallo, Altafiumara e Piale, quest'ultimo con torre telegrafica. Il 26 settembre dello stesso anno, constatando impresa difficile la conquista della Sicilia, Murat dismise l'accampamento di Piale e ripartì per la capitale.