De officiis o (De officiis ministrorum) è un trattato scritto in latino da Ambrogio attorno al 390 (si discute ancora sulla datazione precisa) con l'intento di fornire un punto di riferimento etico e morale per il clero e per tutti i cristiani. Il vescovo compose l'opera in un momento molto delicato per Milano e per la Chiesa, in cui si sentiva l'esigenza impellente di un'azione adeguata da parte di quest'ultima. L'Impero romano, infatti, si trovava nel mezzo di una crisi religiosa innescata dall'arianesimo e dai pagani, e al contempo doveva affrontare continui saccheggi e invasioni barbariche. In questo clima d'incertezza, il compito che si prefissò Ambrogio era quello di creare un'opera che potesse contribuire a formare una nuova classe di sacerdoti in vista del nuovo mondo socioculturale che si stava venendo a creare.

Il titolo è un evidente richiamo al De officiis di Cicerone, da cui Ambrogio prende spunto per i temi e per la struttura complessiva del libro (la divisione della materia in tre libri). Fra i due testi ci sono continui rimandi, e talvolta contrasti, che svelano il tentativo di Ambrogio di attuare un processo di cristianizzazione della fonte pagana.

Contenuto Il libro è una raccolta di istruzioni pratiche e norme comportamentali per la vita cristiana, utili a tutti ma in particolar modo ai membri del clero. I temi affrontati nel De officiis ambrosiano tendono a non seguire un ordine preciso e spesso vengono ripresi più volte all'interno della trattazione, sia nello stesso libro sia in libri diversi. I libri, inoltre, non dividono la materia in parti eque, in quanto il primo libro (50 capitoli) è molto più esteso degli altri due (rispettivamente 30 e 22 capitoli).

Considerando dunque le modalità con cui Ambrogio ha organizzato la materia, si è scelto di illustrare i contenuti seguendo un ordine tematico.

Libro primo

Introduzione Ambrogio apre il libro dichiarando quale sia il suo intento: insegnare. Ogni vescovo, infatti, ha il compito di insegnare ai membri del suo clero come se fossero i suoi figli. Il caso del vescovo di Milano poi è eccezionale, come spiega l'autore stesso: “strappato dai tribunali e dalla magistratura ed eletto all'episcopato, ho cominciato a insegnarvi ciò che io stesso non avevo imparato. […] Devo dunque contemporaneamente imparare e insegnare, perché prima d'ora mi è mancato il tempo per insegnare”. È quindi con una modesta e sincera captatio benevolentiae che inizia l'opera.

Il silenzio La prima cosa da imparare è il tacere, così da evitare vari pericoli. La capacità di restare in silenzio è, per l'appunto, un tema che sta molto a cuore all'autore e che verrà ripreso più volte all'interno del De officiis.

Il saper tacere è più difficile del parlare, e anche per questo il silenzio è un'abilità sviluppata dai santi. Il silenzio, poi, non dev'essere inerte né perpetuo, ma deve essere attivo e utile a non compiere un peccato. Soprattutto, è importante scegliere il silenzio nei momenti in cui si rischia di cedere all'ira, per non ricambiare l'offesa ricevuta con un'altra offesa: se si risponde a un'ingiuria, infatti, si diventa simili al peccatore che ha arrecato per primo l'offesa. Il nemico visibile, inoltre, non soltanto è chi ci istiga a parlare, ma anche chi ci spinge alla fiacchezza o alla voluttuosità; l'arma contro di lui rimane il silenzio: “queste sono le armi del giusto per vincere ritirandosi”. A questo proposito il vescovo, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice di aver tratto l'ispirazione per un'opera sui doveri dal salmo XXXVIII e dal De officiis ciceroniano. Proprio come Cicerone nel suo scritto si rivolgeva a suo figlio per dargli degli insegnamenti, così Ambrogio dice di voler educare i suoi figli spirituali, ossia il clero.

Il dovere, l'onesto e l'utile Il dovere è tale se nasce dall'onesto, dall'utile e dal loro confronto, come aveva detto in precedenza Cicerone. La differenza, però, sta nel fatto che per i cristiani l'onesto e l'utile sono tali solo se giovano all'ottenimento della grazia e, quindi, della vita eterna. In ciò consiste la sostanziale differenza rispetto agli antichi ed è il motivo per il quale questo trattato, secondo Ambrogio, è opportuno ed utile al clero. A questo punto, c'è un primo accenno al concetto ciceroniano di decorum (trattato in seguito in maniera più approfondita), tradotto da Gabriele Banterle con “convenienza”; anche questo è un concetto che appare più volte nelle Sacre Scritture e perciò per l'autore risulta utile parlarne.

I doveri, poi, vengono distinti in doveri medi o perfetti; i primi corrispondono ai comandamenti, i secondi ai consigli del Vangelo; a questo proposito l'autore esorta a praticare la misericordia.

La modestia Secondo l'autore, la modestia è una grandissima virtù, che si può manifestare tanto nel discorso ponderato quanto nel prudente silenzio. La modestia si accompagna poi alla pudicizia e la castità, e rende le nostre preghiere migliori. Deve essere conservata nei gesti, nel modo di camminare e nel portamento, perché da essi si deduce la virtù della mente, e la si deve mantenere anche nel coprirsi adeguatamente il corpo.

Nella vita dell'uomo, però, sono molti i pericoli che la modestia può incontrare e perciò il vescovo raccomanda di proteggerla, evitando la compagnia dei dissoluti, le relazioni con le donne e dedicandosi invece ai giusti studi.

I pericoli dell'ira Ambrogio dà istruzioni su come gestire al meglio l'ira. Innanzitutto, è necessario abituare la tranquillità di carattere mediante l'esercizio, finché essa non risulti qualcosa di naturale. Per quanto possibile, dunque, il consiglio è quello di prevenire i moti d'ira prima che insorgano.

In secondo luogo, se non è possibile resistere all'ira, bisogna cedere, ma con bontà e pazienza.

Infine, se l'ira sopraggiunge e offusca la mente all'improvviso, si deve almeno mantenere il silenzio, per evitare di peccare sulla scia delle emozioni.

L'autore poi fa un'osservazione sulle manifestazioni dell'ira nei fanciulli. Nel loro caso l'ira lascia presto spazio alla pace perché in essi non c'è la malizia né l'inganno. Il consiglio, dunque, è di comportarsi come un fanciullo, di non serbare rancore e di non essere subdoli.

In seguito, nel capitolo 48 si torna su questo argomento e sono illustrati i tre tipi di persone che vengono offese nelle Sacre Scritture. I primi sono i deboli (come Ambrogio stesso ammette di essere talvolta), che davanti a un'ingiuria non sanno trattenersi e rispondono, ricambiando l'oltraggio allo stesso modo in cui l'hanno ricevuto. I secondi a venire offesi, invece, sono quelli che si trovano sulla via della perfezione, e sebbene non siano ancora perfetti, sono in grado di non rispondere. Infine, ci sono i perfetti che benedicono colui che li ha ingiuriati e non serbano alcun rancore.

Il decorum, i pensieri e gli appetiti I pensieri e gli appetiti sono le due categorie in cui si dividono gli impulsi umani. I primi hanno il compito di cercare il vero e sono calmi per natura, i secondi, invece, spingono a compiere un'azione e ad agire. Per conservare il decorum è necessario “fare in modo da accogliere nell'animo nostro pensieri onesti e da piegare gli appetiti alla ragione”.

Per esempio, bisogna impegnarsi a mantenere un linguaggio dignitoso quando si parla. Nel caso degli ecclesiastici, ad esempio, i motti di spirito sono sconvenienti, non rispettano il decorum, e perciò devono essere banditi.

Nel capitolo 45, poi, si torna a parlare del decorum (il conveniente) e del suo rapporto con l'onesto: “il quale (il decorum) è così unito all'onesto che non può esserne separato, poiché ciò che è conveniente è onesto e ciò che è onesto è conveniente, sicché è più facile distinguere a parole che operare divisioni nella virtù stessa”. Ambrogio cerca allora di chiarire meglio il significato delle sue parole facendo l'esempio di una persona avvenente: l'onesta è come la buona salute, il conveniente o decorum, invece, è la bellezza. Quest'ultima sembrerebbe superiore alla prima, ma non potrebbe esistere né stare separata dalla prima. Così, in un certo senso l'onestà comprende e dà origine al decorum.

Le quattro virtù Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono nel libro strettamente intrecciate tra loro e concorrono allo svolgimento dei doveri.

La prima virtù che viene trattata è la prudenza, presentata dall'autore come la virtù propria di Abramo (anche se in seguito l'episodio biblico che lo riguarda verrà utilizzato per esemplificare al meglio le quattro virtù assieme). La prudenza viene definita come “la prima fonte del dovere" ma anche di tutte le altre virtù, che non possono aver fondamento senza di lei. La giustizia, poi, assieme alla beneficenza (analizzata più approfonditamente nel capitolo 30) costituisce il fondamento delle società, ma a differenza di quest'ultima, la giustizia è più elevata e severa. Ambrogio sottolinea che il concetto di giustizia dei cristiani è diverso da quello pagano, in quanto gli antichi accostavano alla giustizia anche la vendetta e la proprietà privata (cose non ammesse nella visione cristiana). Il lettore poi viene avvertito del fatto che la giustizia è spesso ostacolata dall'avarizia e dalla brama di potere, e che bisogna usare la giustizia anche nei confronti dei nemici, sia in battaglia sia in pace. In seguito, viene analizzata la terza virtù, la fortezza, descritta come “una virtù più sublime di tutte le altre, ma che non è mai da sola". Ci sono due tipi di fortezza; quella riguardante la guerra (grazie alla quale trovarono la gloria vari personaggi biblici) e quella ordinaria. In entrambi i casi, è indispensabile che la fortezza si accompagni alla giustizia, altrimenti si corre il rischio di commettere un peccato. Nel caso della guerra, ad esempio, prima di intraprendere un'azione bellica si deve valutare se essa sia giusta oppure no. Si può ottenere la gloria della fortezza, poi, anche per mezzo della virtù dell'animo. Per fare ciò, non bisogna ricercare ricchezze e piaceri terreni, né ritenerli qualcosa di importante, ma è necessario predisporre la mente a seguire l'onestà e il decoro. In questo modo, qualsiasi cosa succeda, non verrà avvertita da chi si è già staccato dalle contingenze terrene; devono fare ciò soprattutto agli appartenenti al clero. La fortezza, poi, ricorre alla diligenza per rinforzare l'animo e all'ingegno per provare a immaginare cosa potrebbe accadere, per non farsi cogliere impreparati dalle avversità. Infatti, “è proprio dell'uomo forte non nascondersi i pericoli che lo minacciano, ma stare in guardia e […] prevenire con previdente riflessione le cose future". Da questa serie di riflessioni, l'autore evince il fatto che la fortezza è la virtù che ha il compito di combattere tutti i vizi e, oltre a citare vari personaggi biblici che si sono distinti per la fortezza in battaglia, si parla anche dei martiri come esempio di uomini che hanno mantenuto l'animo forte di fronte alle avversità. Infine, si giunge alla trattazione dell'ultima virtù, la temperanza, “nella quale si considerano e si ricercano soprattutto la tranquillità dell'animo, l'amore alla mansuetudine, la grazia della moderazione, la cura dell'onestà, la stima per il decoro". Per fare ciò, è necessario vivere con modestia e scegliere con cura le nostre frequentazioni, prediligendo la compagnia degli anziani (tema che verrà poi ripreso nel capitolo 20 del secondo libro), in quanto essi sono in grado di offrire consigli e indicazioni di vita. Inoltre, ogni azione deve risultare conveniente e adatta alle varie situazioni, età e caratteri.

Le quattro le virtù e le loro corrispettive definizioni verranno trattate di nuovo nel capitolo nono del secondo libro, in maniera molto più immediata e sintetica, dichiarando inoltre che la loro netta distinzione viene mantenuta più che altro per convezione e “in omaggio all'opinione comune”.

La beneficenza