Il De doctrina christiana è un trattato in quattro libri di Agostino d'Ippona iniziato intorno al 395 e concluso nel 427. In esso l'autore si occupa di come dare alle Scritture una corretta interpretazione e dei modi di esporla agli altri. Il testo è stato di grande importanza per molti secoli non solo in ambito teologico ed ermeneutico, ma per tutta la cultura occidentale.
Struttura e contenuto Il De doctrina christiana è diviso in quattro libri; al trattato vero e proprio è premesso un prologo in cui Agostino dichiara i destinatari e il contenuto dell'opera e si premunisce da eventuali critiche. I primi tre libri trattano del modo di comprendere le Scritture, il quarto del modo di esporre agli altri ciò che si è compreso.
Prologo L'esegesi come scienza Nel prologo Agostino dichiara che l'opera contiene alcuni insegnamenti che potranno essere utili a coloro che vogliano interpretare le Scritture. Comunicati così scopo e destinatari, Agostino prosegue immaginando tre categorie di persone che potrebbero muovergli critiche: (a) coloro che non comprenderanno i suoi insegnamenti, (b) coloro che, pur avendo compreso i suoi insegnamenti, nondimeno non riusciranno a penetrare il significato della Bibbia, infine (c) coloro che, pur non avendo letto la sua opera, sono in grado di cogliere il significato della parola di Dio. I primi e i secondi non hanno motivo di criticarlo perché più probabilmente il motivo della loro incomprensione sta in loro stessi e non nell'opera; gli altri, se riescono a interpretare le Scritture grazie a un dono dello Spirito Santo e senza bisogno di apprendere tecniche ermeneutiche, sono fortunati, ma non possono pretendere che ognuno abbia questo dono: Agostino perciò afferma l'importanza dell'apprendimento e dell'insegnamento per via umana anche in materia di fede.
Libro I Agostino inizia il primo libro dichiarando che la trattazione sarà bipartita: la prima parte, cioè i primi tre libri, sarà dedicata agli insegnamenti relativi alla comprensione della Scrittura, la seconda parte, il libro IV, ai modi di divulgare ciò che si è appreso.
Res e signa L'autore quindi procede adoperando una distinzione concettuale tra res, le cose rispondenti unicamente al criterio dell'esistenza, e signa, le cose che rimandano ad altre cose. Questa distinzione costituisce il criterio per un'ulteriore partizione della trattazione: infatti il libro I tratta delle res, le cose che vanno ricercate quando si interpretano le Scritture, i libri II e III dei signa, i mezzi verbali attraverso cui le Scritture rimandano il lettore-interprete alle "cose".
Il contenuto della Scrittura Agostino inoltre identifica due tipi di res: quelle di cui bisogna godere e quelle di cui bisogna servirsi; le prime costituiscono la felicità, le seconde i mezzi per raggiungerla. Il resto del primo libro prosegue con l'elenco e la descrizione delle cose di cui bisogna godere, cioè quelle stesse cose che costituiscono il contenuto ultimo della Bibbia: si tratta essenzialmente della Trinità, unica cosa del cui amore si può godere pienamente in virtù del suo essere supremo e immutabile; alla Trinità va aggiunto il prossimo, che va amato non per se stesso, ma in funzione dell'amore di Dio. Per Agostino dunque le res della Scrittura possono essere compendiate nel precetto della gemina caritas, ossia nel duplice amore per Dio e per il prossimo.
Libro II Dopo aver trattato delle res, nel libro II Agostino inizia a trattare dei signa. Egli appronta quindi una prima distinzione tra signa naturalia,.quelli completamente determinati dalla natura (per esempio il fumo è segno naturale del fuoco) e signa data, quelli che l'uomo usa intenzionalmente per esprimere significati provenienti dal suo animo, e tra questi ultimi pone particolare attenzione ai segni verbali.
I segni della Scrittura La Bibbia è composta di segni verbali che possono essere usati in due modi: in senso proprio quando il segno si riferisce unicamente all'oggetto che designa, oppure in senso traslato (o figurato) quando l'oggetto designato dal segno è a sua volta segno di qualcos'altro (per esempio i casi in cui con la parola "bue" la Scrittura intende non l'animale, ma l'evangelista Luca).
Dopo una digressione in cui viene proposto un canone delle Scritture che i lettori devono avere presente, Agostino rileva che l'incomprensione della parola di Dio può derivare o da segni ignoti oppure da segni ambigui: il resto del secondo libro sarà dedicato ai primi, il terzo agli altri.
L'attenzione al testo L'ignoranza dei segni propri è causata solitamente dalla traduzione del testo in latino, che, quando è mediocre, può rendere completamente oscuro il senso di taluni passi. Per avvicinarsi al significato originale quindi è importante possedere una buona conoscenza della lingua ebraica e della lingua greca, o almeno la possibilità di confrontare diverse traduzioni latine.
Il programma educativo L'ignoranza dei segni figurati invece può presentarsi nei passi in cui si fa menzione di "cose" totalmente o parzialmente sconosciute: per esempio non si potrebbe comprendere il significato dell'espressione "siate astuti come serpenti" se non si sapesse che è nella natura di questo animale presentare tutto il corpo a coloro che lo attaccano per difendere il capo così come il cristiano deve sacrificare il proprio corpo pur di salvaguardare la propria fede in Dio. É necessario perciò che l'interprete sia preparato nella conoscenza di "cose" d'ogni ambito (piante, animali, astri etc.). Per realizzare questa conoscenza egli deve essere istruito nelle scienze e nelle arti.
A questo punto però Agostino si immerge in una lunga digressione sui vari tipi di conoscenze e tecniche create o sviluppate dai pagani. Queste sono di due tipi: quelle convenzionali e quelle di origine divina. Tra le convenzioni umane viene posta una netta cesura tra quelle superstiziose e dannose, tra cui capeggia l'astrologia e quelle utili e necessarie alla vita sociale: abbigliamento, unità di misura, monetazione. Tra le istituzioni divine si fa menzione di quelle particolarmente utili per la comprensione delle Scritture: la storia, l'astronomia, la dialettica, le scienze dei numeri e infine la filosofia.
Agostino conclude la digressione, nonché il libro II, invitando a servirsi dei vari tipi di conoscenze e delle istituzioni pagane solo nella misura in cui siano utili a comprendere le Scritture e a condurre una vita sociale serena. Infine, i cristiani si ricordino che la scienza non è nulla a confronto con la sapienza divina.
Libro III Conclusa la trattazione sui segni sconosciuti, nel libro III Agostino tratta di quelli ambigui, cioè quelli che possono dare origine a più interpretazioni tra le quali è difficile scegliere. L'ambiguità può riguardare sia i segni propri sia i segni traslati.
I segni propri – cioè quelli che necessitano di un'interpretazione letterale, sono ambigui quando la lettura o l'ascolto del testo sono resi difficili da errori di punteggiatura o da una traduzione non chiara: vanno risolti dunque ricorrendo al testo originale, oppure confrontando traduzioni diverse.
Il criterio ermeneutico della gemina caritas L'ambiguità dei segni figurati – cioè quelli che necessitano di un'interpretazione allegorica, può essere risolta unicamente grazie al criterio della gemina caritas esposto nel libro primo: l'interpretazione allegorica di un passo sarà giusta soltanto quando si traduca in un insegnamento d'amore per Dio o per il prossimo. Quando le interpretazioni rispondenti al criterio della gemina caritas siano più d'una, bisognerà accoglierle tutte quante come una particolare generosità della Provvidenza.
Interpretazione letterale e interpretazione allegorica Tuttavia il momento più importante dell'interpretazione è quello preliminare, in cui si decide se a un certo passo va data una lettura letterale oppure una lettura allegorica. Infatti, interpretare letteralmente un segno che nelle intenzioni dell'autore è figurato equivale a rimanere imprigionati nella dimensione terrena e carnale non permettendo al proprio spirito di attingere alla luce eterna. L'unico discrimine per poter decidere tra interpretazione letterale e allegorica è quello della gemina caritas: tutti i passi che in senso letterale non possono essere riferiti all'amore di Dio e del prossimo andranno interpretati allegoricamente.
L'attenzione al contesto storico L'interpretazione dev'essere anche attenta al contesto storico in cui i passi sono ambientati: spesso comportamenti che per il lettore moderno sono riprovevoli all'epoca dell'autore erano morali, e viceversa. Perciò non bisogna concentrarsi sui fatti in sé, ma sulla disposizione d'animo di chi li compie. Quando per esempio si legge di uomini che hanno avuto più mogli, non bisogna giudicarli negativamente se ciò al loro tempo era consentito: bisogna invece considerare se si servirono di esse con egoismo oppure con amore.
Le regole di Ticonio Il libro III si conclude con un breve riassunto delle sette regole interpretative presenti nel Liber regularum di Ticonio: esse, sebbene non universalmente applicabili, possono costituire un utile strumento di penetrazione dei passi più velati.
Libro IV Innanzitutto Agostino assume nei confronti della retorica un atteggiamento "neutro": essa può essere utilizzata sia a fini buoni sia cattivi, il discrimine è la sapienza. Quando l'oratore cristiano è sapiente, se saprà parlare con eloquenza, otterrà grandi risultati col suo pubblico; ma se gli manca la sapienza, l'eloquenza può essere addirittura dannosa.
Agostino passa poi a dimostrare che gli autori delle Scritture sono sia sapienti sia eloquenti e analizza alcuni passi, tratti soprattutto dalle lettere di Paolo, secondo i metodi della retorica classica. Tuttavia l'oratore cristiano dovrà imitare il loro stile soltanto dove esso è piano, e non imitare le parti più oscure: il suo primo scopo dev'essere infatti la chiarezza.
L'eloquenza cristiana Seguendo Cicerone Agostino elenca i tre fini dell'eloquenza: insegnare, dilettare, conquistare. Ai tre fini fa corrispondere i tre stili: semplice, moderato ed elevato. L'oratore cristiano però, a differenza di quello pagano, non usa l'uno o l'altro stile a seconda del grado di importanza della questione: il fine dell'oratore cristiano è sempre quello di indurre al bene e alla salvezza eterna, pertanto nessun discorso è di poco conto. I tre stili dunque vanno fusi armoniosamente nel proprio discorso a seconda dell'uditorio. Agostino riporta poi esempi di tutti e tre gli stili in Paolo, Ambrogio e Cipriano.
Infine Agostino ricorda ancora il primato della sapienza sull'eloquenza ed invita a non disprezzare chi scriva discorsi destinati ad essere pronunciati da altri, o chi, al contrario, pronunci discorsi non suoi: il fine dell'oratore cristiano non è né la gloria letteraria né l'originalità, ma muovere gli uomini al bene; perciò ognuno faccia ciò che le sue capacità gli consentono e soprattutto preghi Dio per riuscire ad essere valente.
Composizione La composizione definitiva del De doctrina christiana fu molto lunga. Cominciato nei primi anni successivi alla consacrazione episcopale di Agostino a Ippona (395 d.C.), il trattato fu concluso soltanto nel 427. Tra la data di inizio e quella conclusiva tuttavia intercorse una pausa di circa trent'anni.