Attiva nei teatri della Penisola per circa un trentennio dal 1717, ella si esibì quindi, tra il 1746 e il 1750, in varie città del Nord Europa all'interno di una rilevante compagnia operistica di giro, e fu poi per lunghi periodi componente stabile della Markgräfliches Opernhaus di Bayreuth. Ottima cantante-attrice di stile espressivo, seppur forse priva di particolari doti pirotecniche,«...primarily a dramatic singer in a mostly syllabic style (range approximately b♭ to g"), without much brilliance or bravura», la definiscono Libby e Vitali. ritenuta degna di figurare nel novero delle migliori primedonne della prima metà del XVIII secolo, la sua fama nella maturità fu però continuamente offuscata dalla strabordante obesità che arrivava ad impacciarne i movimenti in palcoscenico.Si veda in particolare (infra) il parere espresso nel 1740 dall'impresario Luca Casimiro degli Albizzi, riportato da Holmes (p. 213).
Biografia Nata a Firenze intorno al 1700, sorella del futuro impresario Raffaele Turcotti,Scuderi e Zechner, p.57 Maria Giustina fece giovanissima la sua prima apparizione in palcoscenico nel 1717, al Teatro del Cocomero nella città nataleHolmes, p. 48 (e poi anche a Siena), ma non intraprese una vera e propria carriera professionale come cantante fino al 1720, diventando peraltro ben presto una delle più apprezzate – e retribuite – primedonne d'Italia.Libby e Vitali.
Nel dicembre del 1721 apparve per la prima volta a Venezia, al Teatro Sant'Angelo, nella première de Gl'eccessi della gelosia, di Tomaso Albinoni, in una compagnia per larga parte fiorentina, ed a Venezia tornò poi, a intervalli approssimativamente decennali, per altre due stagioni, nel 1731-1732 e nel 1742-43.
Dopo essersi fatta le ossa in piazze minori, ma anche, nel 1724, a Milano e a Genova, e nel 1726 a Palermo, in questo stesso anno fu scritturata per la seconda grande capitale del melodramma italiano dell'epoca, Napoli, allo scopo di sostituire, come primadonna nella compagnia dell'impresario Angelo Carasale, la musa del Metastasio, Marianna Benti Bulgarelli.Benedetto Croce, I teatri di Napoli. Secolo XV-XVIII, Napoli, Pierro, 1891, pp. 295-296 (accessibile gratuitamente online presso Internet Archive) Qui ella restò fino al 1728, esibendosi in Stratonica (1727), un pasticcio con musiche di Leonardo Vinci, e in opere nuove dello stesso Vinci, di Johann Adolf Hasse e di Francesco Mancini.
Fu quindi impegnata nella sua citta natale, questa volta al Teatro della Pergola, producendosi tra l'altro nella prima dellAtenaide di Antonio Vivaldi, e in una ripresa della Didone abbandonata di Vinci, dove l'autore la gratificò di un'aria sostitutiva, "Son regina e sono amante", scritta appositamente per lei.Over e Nieden, p. 294. Il manoscritto musicale originale di quest'aria è conservato al British Museum (). Montesquieu, che era presente alla rappresentazione dell'opera di Vivaldi, scrisse: «A Firenze davano un'opera. Vi cantava la Turcotta. È, si dice, la seconda attrice d'Italia: la prima è la Faustina.»
La Turcotti fu quindi di nuovo a Milano e poi, nella sua seconda stagione lagunare, a Venezia, dove, come si evince dalle partiture, Francesco Corselli (Nino, 1731) e Giovanni Battista Pescetti (Alessandro nell'Indie, 1732), le diedero agio di mettere in mostra anche le sue capacità virtuosistiche nel campo della coloratura, che non rappresentava certamente la sua specialità.
Dal 1732 al 1735, la Turcotti fu di nuovo ingaggiata al Teatro San Bartolomeo di Napoli, prendendo parte a numerose prime assolute, in opere, tra gli altri, di Leonardo Leo (Nitocri, 1733, Il castello di Atlante, 1734, nonché il pasticcio, Demofoonte, 1735) e di Giovanni Battista Pergolesi (Adriano in Siria, 1734).
Lasciata quindi Napoli per l'ultima volta, il periodo a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta vide la Turcotti impegnata soprattutto nell'Italia centrale, a Bologna e a Firenze: la prima dellEumene di Niccolò Jommelli, nel maggio 1742, al Teatro Malvezzi nel capoluogo emiliano, registrò la presenza tra il pubblico della sua coetanea, concittadina e compagna di avventure teatrali, Vittoria Tesi, la quale, all'epoca momentaneamente disoccupata, non aveva voluto mancare al debutto della collega nell'opera nuova.Farinelli, p. 180. Anche le scelte per la vecchiaia negli anni Cinquanta accomunarono in certo senso le due fiorentine, ritiratesi quasi contemporaneamente fuori d'Italia, pur senza smettere del tutto di cantare, la Tesi a Vienna, la Turcotti a Bayreuth, e dedicatesi entrambe, in qualche misura, all'insegnamento.
L'ultima stagione passata a Venezia, questa volta al Teatro di San Giovanni Crisostomo, fu quella del 1742-1743, e la vide impegnata in diverse prime assolute. Tra esse, il Baiazet, di Andrea Bernasconi e la Semiramide di Jommelli nel 1742, e il Siroe di Gennaro Manna nel 1743. Due ulteriori première furono da lei affrontate a Torino nel 1744, il Germanico, ancora di Bernasconi, e il Vologeso, re de' Parti di Leo; dopodiché, alcune ultime apparizioni in provincia, a Crema e a Ferrara, nella stagione 1744-1745, chiusero definitivamente la sua carriera italiana.
Ma per la Turcotti non era di certo ancora arrivato il tempo del ritiro, ed ella si unì alla compagnia di giro dell'impresario Pietro Mingotti (c. 1702 - 1759), con la quale percorse, tra il 1746 e il 1750, la Germania e la Danimarca, continuando ad affrontare anche opere nuove, tra cui due composte dall'allora astro nascente Christoph Willibald Gluck: Le nozze d'Ercole e d'Ebe a Dresda nel 1747 e La contesa de' numi a Copenaghen nel 1749. Intanto le condizioni della sua "mostruosa" obesità non erano certamente migliorate e le valevano i malevoli apprezzamenti degli altri membri della compagnia: Mingotti usò per lei termini spegiativi piuttosto abietti che non vale qui la pena di riportare, mentre, nelle lettere al marito, il soprano tedesco Marianne Pirker (1717 - 1782), sua rivale all'interno della troupe, la definiva semplicemente "die dike sau" (la grassa troia).
Riferimenti all'obesità della Turcotti si erano ripetuti anche in precedenza durante la sua carriera in Italia, con molteplici personaggi a lamentare che l'enorme peso ne intralciasse i movimenti scenici. Citato in Stefani, p. 151. In una lettera del 1742 da Aranjuez, Farinelli, nell'informarsi sulla sorte della cantante, chiedeva al suo interlocutore bolognese: «Di grazia mi dica un poco: la Turcotti è smacrita, o conserva quella sua grassezza smisurata? Io a questa gli desidero tutto il bene, perché le sue maniere sono diverse dalle altre prime donne.»Farinelli, p. 180. Il "musico" mancava dall'Italia dal 1734, ed è quindi presumibile che il forte aumento di peso della cantante risalisse già alla prima parte della sua carriera. «Un mostro di grassezza» l'aveva a sua volta definita nel 1740 – di nuovo in una lettera privata – l'impresario Luca Casimiro degli Albizzi (1664 - 1743), proprio nel momento stesso in cui esprimeva la sua ammirazione per lei collocandola, seconda solo alla Tesi, fra le non oltre sei cantanti sul mercato che fossero davvero "capaci di fare la prima donna".Holmes, p. 213. L'impietosa caricatura riprodotta all'inizio della presente voce, che allarga a dismisura la circonferenza della cantante e la schiaccia ad occupare l'intera vignetta, fu realizzata nel 1742 da Anton Maria Zanetti, il vecchio. Essa fu poi riposta dall'autore in un album che è conservato oggi alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia: con un certo sadismo Zanetti infieriva "sulla innocua Giustina Turcotti" incollando sotto alla sua caricatura, nella stessa pagina dell'album, il nudo femminile di una donna molto grassa recante quali unici ornamenti una grossa coppa nella mano destra e dei pennacchi tra i capelli.Stefani, pp. 150-151 e 162, fig. 13. Un altro esemplare della caricatura è conservato nella Royal Collection del Castello di Windsor (RCIN 907415). Altre due caricature, davvero sorprendenti, di una Turcotti addirittura filiforme agli albori della carriera, rappresentata di fronte e di profilo per mano di Marco Ricci – una delle quali è pure riprodotta più avanti nella presente voce – sono contenute nello stesso album,Fondazione Cini, inv. n. 36509. Le due caricature sono anche conservate nella Royal Collection (RCIN 907357 e RCIN 907358). mentre una quarta caricatura per mano di Giovanni Battista Tiepolo faceva parte della collezione privata di ritratti di Carl Philipp Emanuel Bach, ma risulta oggi andata perduta.Richards, p. 127 e 283.
Nel 1750 la Turcotti divenne cantante stabile nella compagnia della Markgräfliches Opernhaus (Opera margraviale) di Bayreuth, città che il margravio regnante Federico aveva l'ambizione spropositata di trasformare in una sorta di novella Versailles. Ella mantenne l'incarico fino al 1758, e poi, di nuovo, dal 1760 al 1763. Anche durante il suo soggiorno nel principato bavarese, la Turcotti dovette comunque mantenere un buon dominio residuo delle sue abilità canore, se continuò ad essere utilizzata anche in nuovi lavori: nel 1754 fu Negiorea nella festa teatrale L'Huomo di Andrea Bernasconi; due anni dopo chiuse la sua carriera maggiore interpretando addirittura il personaggio titolare del dramma per musica in tre atti, di autori non dichiarati, Amaltea, su soggetto, come del resto già quello de L'Huomo, redatto in francese dalla principessa Guglielmina di Prussia (consorte del margravio e sorella prediletta di Federico II) e tradotto in versi italiani da Luigi Stampiglia.Una copia del libretto bilingue, italiano e francese, dellAmaltea è accessibile online presso le Digitale Sammlungen der Universitätsbibliothek Erlangen-Nürnberg. Luigi (Maria) Stampiglia era il figlio assai meno noto del librettista Silvio Stampiglia. A Bayreuth la Turcotti si dedicò anche, in qualche modo, all'insegnamento del canto, avendo come allievo il tenore e futuro compositore, Ernst Christoph Dressler.
Dopo il 1763 non si hanno ulteriori notizie sulla sua sorte, e non si conoscono quindi né la data né il luogo né le circostanze della sua morte e della sua sepoltura.
Soprano o mezzosoprano?
Le pubblicazioni moderne qualificano la Turcotti in taluni casi come mezzosoprano, in altri come soprano,Over e Nieden, p. 314 ma si tratta in effetti di una questione più nominale che sostanziale.