I rifiuti marini, noti anche come detriti marini, sono una forma di inquinamento delle acque libere (mari e oceani) in conseguenza dell'attività umana. Il termine si usa per indicare la dispersione in mare di oggetti costruiti ed utilizzati quotidianamente dall'uomo. I detriti oceanici galleggianti tendono ad accumularsi al centro dei vortici e sulle coste, spesso incagliandosi, e per questo sono noti come rifiuti da spiaggia o tidewrack. Lo smaltimento deliberato dei rifiuti in mare è chiamato dumping oceanico. Sono presenti anche rifiuti di origine naturale, come legno galleggiante e semi trasportati dalla corrente.

La plastica è uno dei materiali di rifiuti marini a maggior impatto, sia per l'elevato impiego che per il fatto che non si biodegrada rapidamente, a differenza dei materiali naturali o organici. Per quanto riguarda i rifiuti marini in plastica, la percentuale più importante (~10%) è costituita da reti da pesca danneggiate o perse durante l'utilizzo. La plastica trasportata dall'acqua rappresenta una seria minaccia per i pesci, gli uccelli marini, i rettili marini e i mammiferi marini, nonché per le barche e le coste.

Anche i rifiuti gettati nelle fognature che finiscono nei corsi d'acqua e quelli provenienti dalle discariche trasportati dal vento e dalle correnti sono ulteriori fattori che contribuiscono a questo problema.

Per prevenire e mediare i rifiuti e gli inquinanti marini sono state emesse leggi e politiche a livello internazionale. L'ONU ha incluso la riduzione dell'inquinamento marino nell'Obiettivo 14 per lo Sviluppo sostenibile "La vita sott'acqua". A seconda della rilevanza delle questioni e dei diversi livelli di contributo, alcuni paesi hanno introdotto politiche di protezione più specifiche. Inoltre, alcune organizzazioni no-profit, ONG e organizzazioni governative stanno sviluppando programmi per raccogliere e rimuovere la plastica dagli oceani. Tuttavia, nel 2017 l'ONU ha stimato che entro il 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci se non verranno adottate misure sostanziali.

Tipi I ricercatori classificano i detriti in due categorie: di origine terrestre o oceanica. Nel 1991, il Joint Group of Experts on the Scientific Aspects of Marine Pollution (GESAMP) ha stimato all'80% la percentuale di inquinamento marino di origine terrestre, mentre il restante 20% proveniva da eventi catastrofici o fonti marittime. Studi successivi hanno scoperto che più della metà dei detriti di plastica trovati sulle coste coreane provengono dall'oceano.

Un'ampia varietà di oggetti realizzati dall'uomo possono diventare rifiuti marini: sacchetti di plastica, palloncini, boe, corde, rifiuti sanitari, bottiglie di vetro e plastica, mozziconi di sigarette, accendini, bevande in lattina, polistirolo, lenze e reti da pesca smarrite e vari rifiuti provenienti da navi da crociera e piattaforme petrolifere sono tra gli oggetti comunemente ritrovati a riva. Gli anelli da sei lattine usati per le confezioni multiple di bevande, in particolare, sono considerati emblematici del problema.

L'esercito statunitense ha scaricato nell'oceano armi e bombe inutilizzate, comprese bombe ordinarie, ordigni inesplosi, mine terrestri e armi chimiche almeno dal 1919 al 1970. Centinaia di tonnellate di ordigni furono smaltiti nel Golfo del Messico e al largo delle coste di almeno 16 stati, dal New Jersey alle Hawaii (anche se questi, ovviamente, non si riversano a terra, e gli Stati Uniti non sono l'unico paese ad aver praticato questo smaltimento).

L'80% dei rifiuti marini è composto da plastica. Essa si accumula perché in genere non si biodegrada come fanno molte altre sostanze. Questi rifiuti si fotodegradano con l'esposizione alla luce solare, anche se lo fanno solo in condizioni asciutte, poiché l'acqua inibisce la fotolisi. In uno studio del 2014 che utilizzava modelli computerizzati, gli scienziati del gruppo 5 Gyres hanno stimato negli oceani fossero disseminati 5,25 trilioni di pezzi di plastica del peso di tonnellate, in quantità simili negli emisferi settentrionale e meridionale.

Rifiuti marini industriali persistenti

Alcuni materiali utilizzati nelle attività industriali non si degradano facilmente, persistono nell'ambiente e tendono ad accumularsi nel tempo. Le attività responsabili dell'inquinamento comprendono l'industria della pesca, la nautica e l'acquacoltura che raccolgono o utilizzano risorse nell'ambiente marino e possono perdere o smaltire in mare o lungo le coste attrezzature, materiali, macchinari o rifiuti solidi provenienti da processi industriali, di dimensioni di ogni tipo, dalle particelle di polistirolo fino a intere imbarcazioni. Nel 2003 è stato condotto uno studio per identificare tipi, quantità, fonti ed effetti dei detriti marini industriali persistenti nelle acque costiere e lungo le coste della contea di Charlotte, nel New Brunswick e stabilire eventuali correlazioni tra la quantità e i tipi di rifiuti marini industriali persistenti e le tipologie delle operazioni industriali nelle vicinanze. Materiali come la plastica o la schiuma possono scomporsi in particelle più piccole e sembrare creature marine commestibili agli animali selvatici come uccelli, cetacei e pesci, che possono mangiare queste particelle scambiandole per cibo. Il materiale indigeribile può accumularsi nell'intestino creando blocchi o un falso senso di sazietà e infine la morte per mancanza di un adeguato apporto di nutrienti.

Reti fantasma

Le reti fantasma sono reti da pesca abbandonate, perse o altrimenti gettate nell'oceano, nei laghi e nei fiumi. Queste reti, spesso quasi invisibili nella penombra, si possono trovare aggrovigliate ad una scogliera rocciosa o alla deriva in mare aperto. Possono intrappolare pesci, delfini, tartarughe marine, squali, dugonghi, coccodrilli, uccelli marini, granchi e altre creature, incluso occasionalmente il subacqueo umano. Agendo come vere e proprie trappole, le reti limitano i movimenti, causando fame, lacerazioni, infezioni e soffocamento agli animali che hanno bisogno di tornare in superficie per respirare. Si stima che ogni anno vengano generate circa tonnellate di reti fantasma, che possono rimanere negli oceani per un periodo considerevole prima di rompersi.

Macroplastica

Microplastiche

Una preoccupazione crescente riguardo all'inquinamento da plastica nell'ecosistema marino è l'uso di microplastiche, costituite da particelle larghe meno di 5 millimetri, che si trovano comunemente nei saponi per le mani, nei detergenti per il viso e in altri esfolianti. Quando vengono utilizzati questi prodotti, le microplastiche passano attraverso il sistema di filtraggio dell'acqua e finiscono nell'oceano, ma a causa delle loro piccole dimensioni è probabile che sfuggano alla cattura da parte degli impianti di trattamento delle acque reflue. Le microplastiche sono dannose per gli organismi dell'oceano, in particolare per gli organismi filtratori (un sottogruppo di animali che si nutrono filtrando la materia sospesa e le particelle di cibo dall'acqua, come le vongole e le spugne), perché possono facilmente ingerirle e ammalarsi. Le microplastiche sono preoccupanti perché è difficile rimuoverle dall'ambiente a causa delle loro dimensioni ridotte, quindi gli umani possono cercare di evitare l'uso di queste plastiche dannose acquistando prodotti che utilizzano esfolianti sicuri per l'ambiente. Poiché la plastica è ampiamente utilizzata in tutto il pianeta, le microplastiche si sono diffuse in modo significativo nell'ambiente marino. Ad esempio, si possono trovare microplastiche sulle spiagge sabbiose e nelle acque di superficie, nonché nella colonna d'acqua e nei sedimenti marini profondi. Le microplastiche si trovano anche all'interno di molti altri tipi di particelle marine, come il materiale biologico morto (tessuti e conchiglie) e alcune particelle del suolo sospinte dal vento e trasportate nell'oceano dai fiumi. La densità di popolazione e la vicinanza ai centri urbani sono stati considerati i principali fattori che influenzano l'abbondanza di microplastiche nell'ambiente.

Rifiuti delle profondità marine I rifiuti marini si trovano anche sul fondo del Mar Glaciale Artico. Sebbene un numero crescente di studi si sia concentrato sull'accumulo di detriti di plastica sulle coste, nelle acque di superficie al largo e su quelli ingeriti da organismi marini che vivono nei livelli superiori della colonna d'acqua, esistono informazioni limitate sui detriti negli strati mesopelagici e più profondi. Gli studi si basano su ricerche attraverso il campionamento del fondale, l'osservazione video tramite veicoli telecomandati (ROV - Remotely Operated Vehicles) e sommergibili ma sono per lo più limitati a progetti occasionali di durata limitata e non sufficiente per estrapolare dati sugli effetti a lungo termine. La ricerca finora ha dimostrato che i detriti nelle profondità oceaniche sono influenzati dalle attività antropiche e che la plastica è stata spesso osservata nelle profondità marine soprattutto nelle aree al largo di regioni densamente popolate, come il Mediterraneo.

È stato scoperto che i rifiuti costituiti da materiali più densi dell'acqua di superficie, come vetri, metalli e alcune plastiche, si diffondono sul fondo dei mari e degli oceani aperti, dove possono impigliarsi nei coralli e interferire con altri organismi marini, o addirittura rimanere sepolti sotto i sedimenti, rendendo estremamente difficile la pulizia, soprattutto a causa dell'ampia area di dispersione. Le materie plastiche che di solito hanno una galleggiabilità negativa possono affondare a causa dell'adesione del fitoplancton e dell'aggregazione di altre particelle organiche. Altri processi oceanici che influenzano la circolazione, come le tempeste costiere, svolgono un ruolo nel trasferimento di grandi volumi di particelle e detriti. Le caratteristiche topografiche sottomarine possono anche aumentare le correnti discendenti, portando alla ritenzione di microplastiche in determinati luoghi.

Nel 2017 è stato reso pubblico un database sui rifiuti delle acque profonde del Global Oceanographic Data Center del Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology (JAMSTEC), che contiene trent'anni di foto e di campioni raccolti dal 1983. A seguito di immersioni, utilizzando sia ROV che sommergibili per acque profonde, sono stati contati detriti di origine artificiale. I due tipi di rifiuti più significativi erano quelli macroplastici, che costituivano il 33% dei detriti trovati (l'89% dei quali era monouso) e quelli metallici, che costituivano il 26%. Residui di plastica sono stati trovati anche sul fondo della Fossa delle Marianne, a una profondità di e sacchetti di plastica sono stati trovati impigliati nelle sorgenti idrotermali e nelle comunità di infiltrazioni fredde (luoghi sul fondale marino dove fuoriesce acqua fredda ricca di idrocarburi).

Chiazze di immondizia (vortici) Una chiazza di immondizia (garbage patch) è un vortice di particelle di rifuti marini causato dagli effetti delle correnti oceaniche e dal crescente inquinamento da plastica da parte delle popolazioni umane. Queste raccolte di plastica e altri detriti causate dall'uomo creano problemi ecosistemici e ambientali che influiscono sulla vita marina, contaminano gli oceani con sostanze chimiche tossiche e contribuiscono alle emissioni di gas serra. Una volta trasportati dall'acqua, i rifiuti marini diventano mobili e sono soggetti alle azioni del vento e del flusso delle correnti oceaniche, finendo spesso nel mezzo dei vortici oceanici dove le correnti sono più deboli. Le chiazze di immondizia crescono a causa della diffusa perdita di plastica da parte dei sistemi di raccolta dei rifiuti prodotti dagli umani.

Fonti